Tintoretto La lavanda dei piedi Chiesa San Moisè

Autore articolo: Alessandro Bullo

Tintoretto La lavanda dei piedi – Chiesa San Moisè

INFORMAZIONI PRINCIPALI

AUTORE: Jacopo Tintoretto – Domenico Tintoretto

TITOLO: La lavanda dei piedi

COLLOCAZIONE: Cappella Santissimo Sacramento – Chiesa San Moisè (Sestiere San Marco)

DATAZIONE: 1590-1592

DIMENSIONI: 290×570

TECNICA: olio su tela

 

Tintoretto, La lavanda dei piedi - Chiesa di San Moisè

Tintoretto, La lavanda dei piedi – Chiesa di San Moisè

La lavanda dei piedi è collocata sulla parete sinistra della cappella del Sacramento, nella chiesa di San Moisè.

Sansovino (1581) e Borghini (1584) non fanno alcun cenno a questa tela del Tintoretto, confermando che la sua datazione è sicuramente posteriore al 1584. Il primo a descrivere il dipinto è il Ridolfi (1648):

In San Mosè fece un quadro nella Cappella del Sacramento con Nostro Signore, che lava i piedi a suoi Discepoli, e di lontano veggonsi serventi, che levano le tovaglie dalle mense; & due ritratti in un canto del Piovano e del Guardiano di quella confraternita

(Ridolfi, 1648, II, p. 211)

Successivamente il quadro è ricordato anche dal Boschini come opera di Jacopo Tintoretto:

Nella Capella del Santissimo, vi è alla destra Christo che lava i piedi agli Apostoli del Tintoretto.

(Boschini, 1664, p. 104)

Descrizione

La parte destra del dipinto è occupata dalla scena principale: sopra una piattaforma a gradini, Cristo si sta asciugando le mani, dopo aver lavato i piedi ad uno degli apostoli. Gli altri apostoli stanno osservando incuriositi la scena, raggruppati sulla piattaforma e sui gradini. Più in basso, sulla sinistra, alcuni fedeli, tra cui anche i probabili committenti dell’opera. Sullo sfondo, due donne stanno preparando la tavola. In alto a sinistra, l’episodio della Preghiera nell’orto con figure evanescenti, all’interno di un grande arco aperto, verso cui lo spettatore è attirato dalla fuga prospettica dell’architettura, che richiama il ben più famoso Ritrovamento del corpo di San Marco di Brera.

Stile e attribuzione

La lavanda dei piedi di San Moisè non è mai stata valorizzata (tranne che dal grande e compianto Pallucchini) per il suo reale valore. Questa negligenza da parte della critica è in parte dovuta al cattivo stato della tela e in parte alla sua pessima (anche se originale) collocazione

Il dipinto, sottoposto ad una pulitura nel 1967 (Rossi-Pallucchini, p. 228), avrebbe bisogno di un nuovo restauro. La tela è infatti molto sporca, il che rende difficile una oggettiva valutazione critica. L’opera si trova, inoltre, in una pessima posizione e la luce naturale della Cappella del Sacramento non aiuta.

La disposizione teatrale della scena è sicuramente frutto dell’immaginazione del maestro: la trovata di collocare l’episodio biblico su una piattaforma è un mezzo per dare risalto a ciò che sta accadendo. Tintoretto aveva già usato un simile espediente nell’Ultima Cena della sacrestia della Chiesa di Santo Stefano (1579-1580).

Il motivo della gradinata diviene un nuovo elemento compositivo dell’ultima attività tintorettesca utilizzato per raggiungere una più complessa articolazione spaziale della scena.

(Rossi – Pallucchini, 1982, p. 105)

 

Tintoretto, Ultima Cena, Chiesa di Santo Stefano

Tintoretto, Ultima Cena, Chiesa di Santo Stefano

Rispetto al dipinto di Santo Stefano, La lavanda dei piedi risulta opera più complessa e articolata, mostrando un Tintoretto sapiente regista dell’ampio spazio a disposizione.

L’invenzione di raffigurare Cristo che si asciugando le mani, anziché mentre sta lavando i piedi degli apostoli, conferisce un tono realistico alla scena e testimonia, anche in tarda età, la fervida fantasia del Tintoretto. Molto bello anche il brano casalingo sullo sfondo, con le due donne che stanno preparando una tavola. Tintoretto inserisce la scena all’interno di una specie di piccolo teatro, con dei lunghi tendaggi che inquadrano le donne e la cucina.

Se dal punto di vista iconografico è possibile attribuire l’idea alla mente del Tintoretto, la pessima condizione della tela (quasi completamente annerita, tanto che alcune parti dello fondo risultano scomparse sotto lo sporco) rende difficile un’attribuzione stilistica certa. Le biografie citano spesso la ricchezza cromatica del dipinto di San Moisè, ma la visione diretta dell’opera è tutt’altro che soddisfacente da questo punto di vista.

Il Pallucchini ebbe la fortuna di poter vedere il quadro dopo il restauro del 1967, liberato “dalla sporcizia, dalle vernici e dalle aggiunte settecentesche”  e lo attribuisce con certezza al Tintoretto, e solo alcune parti al figlio Domenico: in particolare i due ritratti all’estrema sinistra del quadro,  il giovane disteso sui gradini con la mano al petto, la donna con le braccia alzate accanto al Piovano.

Sicuramente l’impianto scenografico e il dispiegarsi, quasi in un moto continuo e ascensionale, dei movimenti dei personaggi da sinistra verso destra, sottolineati dalla dinamica luministica, confermano le ipotesi del Pallucchini.

Della stessa idea sono anche Pignatti e Valcanover, che considerano il quadro “opera in larga parte autografa (…) in cui forse soltanto i ritratti dei donatori vanno accreditati a Domenico” (1985, p. 52), e preparatoria alle più complesse scenografie degli ultimi capolavori del Tintoretto: la Manna e la Cena di San Giorgio Maggiore (1592-94).

Venice Cafè auspica, nel 2018, in occasione dei cinquecento anni dalla nascita del Tintoretto,  un restauro del dipinto di San Moisè, a seguito del quale sarà possibile offrire (grazie alle nuove tecnologie) una conferma della datazione proposta dal Palluchini (1590-1592), e una lettura e un’attribuzione più precise delle varie parti del quadro. 

COME ARRIVARE … 
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
  • Ridolfi, Le maraviglie dell’arte, vol. II, Padova, 1837 (ed. originale 1648);
  • M. Boschini, Le miniere della pittura veneziana, Venezia, 1664;
  • A. M. Zanetti, Della pittura veneziana, Venezia 1771;
  • J. B. Stoughton Holborn, Jacopo Robusti Called Tintoretto, London, 1912;
  • M. Pittaluga, Il Tintoretto, Bologna, 1925;
  • G. Lorenzetti, Venezia e il suo estuario. Guida storico e artistica, Trieste, 1987;
  • P. Rossi, Alcuni ritratti di Domenico Tintoretto, in “Arte Veneta” 1968, pp. 60-71;
  • L’opera completa del Tintoretto, Classici dell’Arte Rizzoli, a cura di Carlo Bernari e Pierluigi de Vecchi, Milano, 1970;
  • R. Pallucchini, P. Rossi, Tintoretto, l’opera sacra e profana, 2 voll., Milano 1982;
  • T. Pignatti – F. Valcanover, Tintoretto, Milano, 1985;
  • R. Villa – G. C. F. Villa, Tintoretto, Milano, 2012;
Autore articolo: Alessandro Bullo
Autore articolo: Alessandro Bullo
 Alessandro Bullo è laureato in lettere con indirizzo artistico (Tesi di Laurea: “La scultura del XVI secolo nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo”), vive e lavora a Venezia. Due grandi passioni: VENEZIA, sua città natale, e il cinema NOIR americano

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