Tintoretto – Le Metamorfosi del soffitto di San Paternian

Autore articolo: Alessandro Bullo

Tintoretto – Le Metamorfosi del soffitto di San Paternian

Le 14 tavole ottagonali, ispirate alle  Metamorfosi di Ovidio e conservate presso la Galleria Estense di Modena, costituiscono la prima importante commissione del giovane Jacopo Tintoretto. Sino ad allora il pittore aveva dipinto quasi esclusivamente Sacre conversazioni e Allegorie.

Vettore Pisani e Jacopo Tintoretto

Nel 1542, in occasione delle sue nozze con Paolina Foscari, il giovane nobile Vettore Pisani affidò a Tintoretto la realizzazione di 16 tavole per il soffitto di una stanza quadrangolare (mt. 6,50×7,00) del suo palazzo a San Paternian (cfr. Foscari, 2011, p. 39). Per l’identificazione di Vettore Pisani come committente dell’opera si veda il prezioso articolo della Stefania Mason dedicato al soffitto (1996, pp. 71-72).

Palazzo Pisani Revedin
Il palazzo, dove abitava Vettore Pisani e si trovavano i comparti delle Metamorfosi, esiste ancora e si affaccia sul rio di San Luca, proprio ai piedi del Ponte di San Paternian (Civico 4013/a in Calle San Paternian), vicino al celebre Campo Manin. Si tratta di un palazzetto sviluppato su tre piani che presenta stilemi goticheggianti. Da vedere la bella quadrifora del primo piano, il cui poggiolo è sostenuto da cinque teste di leone dalle folte criniere.

Poggiolo con quadrifora - Palazzo Pisani Revedin visto da campo Manin

Poggiolo con quadrifora – Palazzo Pisani Revedin visto da campo Manin

Nel 1899, il palazzo subì un drastico intervento con il “rialzo del secondo piano, con nuovi archi di foggia incongrua, ed altre modifiche ed integrazioni (allineamenti, balcone, pianoterra)” (cfr. C. Balistreri – D. Zanverdiani, Venezia nel tempo. Atlante storico dello sviluppo urbano 726-1797, Roma, Aracne Editrice, 2013, p.98).

Sopra il profilo della cornice di gronda, oltre i tetti, emerge un liago, una grande loggia coperta, austera e classica negli elementi strutturali, una sorta di piccolo tempio prostilo dalla elaborata controsoffittatura a cassettoni. Sole, luce e vento fluttuano liberamente nel contenitore. 

(U. Pizzarello – E. Capitanio, 1987, p. 190)

COME ARRIVARE … 
Mappa Google

I comparti con le Metamorfosi sono ricordate dal Ridolfi nella sua biografia del Tintoretto.

In Casa de Signori Conti Pisani di San Paterniano dipinte nel soffitto d’un mezato alcune favole di Ovidio compartite in molti vani. 

(Ridolfi, 1642, p. 69)

La descrizione del soffitto di palazzo Pisani fatta dal Ridolfi è purtroppo l’unica testimonianza veneziana che abbiamo. Pochi anni più tardi, nel settembre 1658, sedici dipinti (non meglio identificati) di un soffitto di mano del Tintoretto venivano comprati dal Duca Francesco I e inviati a Modena il mese successivo.

Solo pochi mesi prima che morisse il Duca, furono offerti alcuni quadri di mano del Tintoretto per un soffitto, e mandati a Modena ai primi d’ Ottobre. Erano in numero di sedici, e vennero distribuiti in diverse stanze; ma due di essi andaron perduti, perchè nello scorso secolo non ne furon descritti che quattordici dal Pagani e dal Conte della Palude. Portati al tempo di Francesco V nella nuova Galleria, parte incassati ne’ soffitti e parte appesi al muro, vennero descritti nel catalogo del 1854 …

(Venturi, 1882, p. 240)

Nella seconda metà del settecento due degli ottagoni erano andati perduti, come si evince dal resoconto del Pagani nel suo Le Pitture, e Sculture di Modena (Modena 1770, pp. 120-121; 133; 159; 178);

Identificazione delle tavole della Galleria Estense con i riquadri del soffitto di Palazzo Pisani a Venezia

Il primo ad attribuire gli scomparti delle Metamorfosi, conservati alla Galleria Estense, a Tintoretto fu il Thode (1901, p. 47). Ma fu solo nel 1924 che Von Hadeln, mentre preparava l’edizione critica della Vita del Tintoretto scritta dal Ridolfi, identificò gli ottagoni della Galleria Estense con quelli del soffitto di San Paternian: “In Casa de Signori Conti Pisani di San Paterniano dipinte nel soffitto d’un mezato alcune favole di Ovidio compartite in molti vani.”

I temi raffigurati negli ottagoni, infatti, sono tutti ispirati alle storie raccontate nelle Metamorfosi da Ovidio. Von Hadeln, però, attribuiva i dipinti allo Schiavone. Fu il Pallucchini a partire dal 1945, e successivamente nel 1950 e nel 1982 a confermare l’attribuzione degli ottagoni al Tintoretto (per un resoconto più dettagliato sull’attribuzione cfr. Mason, pp.  74-75, nota 5).

Da allora l’attribuzione al Tintoretto è accettata quasi unanimemente. I dipinti conservati presso la Galleria Estense sono infatti considerati un momento quasi necessario agli sviluppi futuri dell’arte del Tintoretto. Secondo Zuffi “Tintoretto, non ancora venticinquenne, mostra un chiaro gradimento nei confronti della forma studiata e del disegno raffinato dei manieristi, cercando insieme un accordo con l’immediatezza e la densità cromatica di Tiziano, di cui era stato per brevissimo tempo allievo” (Zezza –  Zuffi, 2000, p. 436).

Non è comunque questo lo stile che caratterizzerà il Tintoretto successivo, come ha ben sottolineato Paola Rossi (cfr. 1994, p. 9). Tintoretto abbandona nelle opere successive l’enfasi manieristica di Giulio Romano, preferendo un linguaggio più incline alla narrazione e stilisticamente elegante. La pennellata diviene più fluida e veloce, ispirandosi a Bonifacio de Pitati e allo Schiavone, dedicandosi a opere di di piccolo formato e facile smercio (decorazione di cassoni, spalliere, dossali di mobili).

Ma l’episodio del soffitto di Palazzo Pisani è isolato nel curriculum tintorettiano, rivela un entusiasmo giovanile dell’artista, spia, come ho accennato, di un’occasione di apertura culturale e forse anche stimolato dal gusto dello stesso committente (…) Vettor Pisani

(Rossi, 2004, p. 514)

Episodi raffigurati negli ottagoni:

Le storie sono tratte dalle Metamorfosi di Ovidio, o meglio da una traduzione in volgare che circolava a Venezia: Ovidio Metamorphoseos in verso vulgar, edito a Venezia nel 1522. Si è cercato di identificare un preciso programma tematico dietro la scelta delle storie raffigurate ma inutilmente.

 

Tintoretto, Deucalione e Pirra, Galleria Estense (1542)

Tintoretto, Deucalione e Pirra, Galleria Estense (1542)

  • Apollo e Dafne (Ovidio, Metamorfosi, L. 1, v. 548 e sgg.).
  • I contadini di Licia mutati in rane (Ovidio, Metamorfosi, L. VI, vv. 339-381).
  • Apollo e Marsia (Ovidio, Metamorfosi, L. VI, vv. 382-400).
  • Semele incenerita da Giove (Ovidio, Metamorfosi, L.  III, vv. 298-309).
  • Piramo e Tisbe (Ovidio, Metamorfosi, L. IV, vv. 162-163).
  • La Caduta di Fetonte (Ovidio, Metamorfosi, L. II, vv. 311-322).
  • Deucalione e Pirra dopo il diluvio (Ovidio, Metamorfosi, L. I, vv. 375-415).
  • Mercurio addormenta Argo (Ovidio, Metamorfosi, L. I, v. 682-719.
  • Orfeo e Plutone (Ovidio, Metamorfosi, L. X, 11-39)
  • La Strage dei figli di Niobe (Ovidio, Metamorfosi, L. VI, vv. 286-313)
  • Giove e Europa  (Ovidio, Metamorfosi, L. II, vv. 836-875)
  • Priapo che insidia Lotide (Ovidio, Metamorfosi, L. IX, vv. 340-348)
  • La Corsa di Ippomene (Ovidio, Metamorfosi, L. X, vv. 560-680).
  • Venere, Vulcano e Amore (Ovidio, Metamorfosi, L. II, vv. 553-563)

Per chi volesse approfondire i temi iconografici dei comparti, consiglio il bellissimo sito ICONOS (Cattedra di Iconografia e Iconologia, Dipartimento di Storia dell’arte e spettacolo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Sapienza Università di Roma), dove è possibile leggere alcuni articoli dedicati ai dipinti del Tintoretto:

Stile pittorico degli ottagoni

I quattordici ottagoni esposti a Modena mostrano “scorci potenti di una o due figure per scena, colte in movimenti esasperati, in equilibrio precario, quando non in caduta libera all’indietro o nello spazio sottostante. Di loro spesso vediamo preminentemente i piedi o le piante dei piedi, poco i volti nascosti dalle braccia alzate o ripiegate sul viso. Una ventata dirompente sembra aver scosso il linguaggio di Tintoretto rispetto alla prima prova sicura che aveva offerto di sé con la Sacra conversazione Wildenstein del 1540” (Mason, 1996, p. 73)

Stefania Mason, in poche righe, coglie il drastico rinnovamento dell’arte tintorettiana. Fin da queste prime opere giovanili, appare chiaro che Jacopo si ispira alla cultura manieristica tosco-romana ed emiliana, che negli anni quaranta stava influenzando l’arte veneziana e che si palesava nelle opere sopratutto di artisti come Bonifacio, Pordenone e lo Schiavone. Il soffitto di San Paternian è contemporaneo al lavoro del Vasari per Palazzo Corner Spinelli (il soffitto è stato quasi completamente ricostruito e si trova ora alle Gallerie dell’Accademia), posteriore invece agli affreschi della sala di Psiche di Francesco Salviati in Palazzo Grimani. Si è anche ipotizzato un accostamento degli ottagoni  con la decorazione del soffitto con Virtù morali nella sala dei Pregadi in Palazzo Ducale (1535-38), opera del Pordenone purtroppo andata perduta.

Altro avvenimento importante di cui dare conto in quel periodo (1542) è la celebre rappresentazione della commedia La Talanta di Pietro Aretino, che coinvolse il trentenne Vasari come scenografo. La messa in scena della commedia fu un successo clamoroso ed è ricordata soprattutto per le quattro grandi tele del soffitto, che raffiguravano la Notte, l’Aurora, il Giorno e la Sera, caratterizzate da sorprendenti scorci dal sotto in su, le torsioni dei corpi, l’esagerata plasticità delle figure (cfr. il mio articolo Pietro Aretino, Giorgio Vasari e la rappresentazione della commedia La Talanta a Venezia)

 

Tintoretto, Giove e Semele, Galleria Estense (1542)

Tintoretto, Giove e Semele, Galleria Estense (1542)

Rodolfo Pallucchini, riprendendo un’ipotesi di Anna Pallucchini, collega il soffitto ad un viaggio di Tintoretto a Mantova e alla visione delle opere di Giulio Romano:

“il Tintoretto risolve tali scomparti soffittali con un punto di vista ribassato, ispirandosi, si direbbe, agli esempi di Giulio Romano della Sala di Psiche del Palazzo del Te (…) Giulio Romano, senza le cui ardite invenzioni prospettiche sarebbe difficile spiegare le analoghe soluzioni degli scomparti dell’Estense”

(Pallucchini, 1982, p. 16)

Le tavole dipinte per il matrimonio di Vettor Pisani mostrano, infatti, uno stile narrativo drammatico e corpi definiti plasticamente alla maniera di Giulio Romano e Michelangelo, tanto che si è spesso parlato di un possibile viaggio di Tintoretto a Mantova, dove avrebbe ammirato gli affreschi di Giulio Romano a Palazzo Te (cfr. Anna Pallucchini, 1969, p. 5; Foscari, 2011, p. 46).

Anche se non vi alcuna prova documentaria di questo viaggio, la compressione forzata dei personaggi in spazi angusti, il loro violento e innaturale articolarsi nello spazio, il punto di vista fortemente ribassato, l’illusionistico affacciarsi in bilico delle figure sono tutti indizi di una conoscenza diretta delle opere di Giulio Romano.

Il soffitto di San Paternian e il monumento funebre del senatore Giovanni Battista Bonzio

Vi è anche un’altra opera che sicuramente influenzò il Tintoretto, come ha ben evidenziato Roland Krischel nel suo libro dedicato al Tintoretto. Nella basilica dei Ss. Giovanni e Paolo a Venezia si trova il rinascimentale monumento funebre del senatore Giovanni Battista Bonzio. Secondo Krischel, il Tintoretto colpito dagli arditi sotto in su di Giulio Romano, si recò nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo e collocatosi ai piedi del monumento “disegnò due delle allegorie femminili con un punto di vista fortemente ribassato, proprio come desiderava. Con grande audacia le trasferì poi sul soffitto” (Krischel, 2000, p. 15).

Le due statue con le virtù che decorano il monumento (Fede e Speranza) sono riprese in modo quasi testuale nelle due figure femminili del riquadro che raffigura Deucalione e Pirra.

Si veda la stretta somiglianza tra la statua della Fede del monumento e la figura di Deucalione che prega.

Paolo Stella Milanese, Fede, Monumento Giovanni Battista Bonzio, 1525-26 - Ss. Giovanni e Paolo, Venezia

Paolo Stella Milanese, Fede, Monumento Giovanni Battista Bonzio, 1525-26 – Ss. Giovanni e Paolo, Venezia

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
  • C. Ridolfi, La vita di Giacopo Robusti detto il Tintoretto, Venezia 1642;
  • C.F. Pagani, Le Pitture, e Sculture di Modena, Modena 1770;
  • A. Venturi, La R. Galleria Estense in Modena, Modena, 1882, pp. 240, 256, docc. XI, XII;
  • Thode, Tintoretto, Bielefeld-Leipzig 1901;
  • R. Pallucchini, La giovinezza del Tintoretto, Milano:Daria Guarnati, 1950;
  • A. Pallucchini, Tintoretto, Collana i Diamanti dell’Arte n. 51, Firenze 1969;
  • L’opera completa del Tintoretto, Classici dell’Arte Rizzoli, a cura di C. Bernari e P. De Vecchi, Milano, 1970;
  • Da Tiziano a El Greco. Per la storia del Manierismo a Venezia 1540-1590,catalogo della mostra, a cura di Rodolfo Pallucchini, Palazzo Ducale Settembre – Dicembre 1981, Milano, 1981;
  • R. Pallucchini, P. Rossi, Tintoretto, l’opera sacra e profana, Milano: Electa, 1982;
  • U. Pizzarello – E. Capitanio, Guida alla città di Venezia. San marco, Vol. IV, Venezia:L’Altra Riva, 1987;
  • R. Pallucchini, La pittura del Manierismo (1540-1600), in Storia di Venezia. Temi L’Arte, Enciclopedia Treccani, Roma, 1994;
  • P. Rossi, Tintoretto, Firenze: Giunti, 1994;
  • S. Mason, Intorno al soffitto di San paternian: gli artisti di Vettore Pisani, in Jacopo Tintoretto nel quarto centenario della morte, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Venezia, 24 – 26 novembre 1994) a cura di Paola Rossi e Lionello Ruppi, Padova: Il Poligrafo, 1996, pp. 70-75;
  • R. Krischel, Jacopo Robusti detto Tintoretto 1519-1594, Kòln, 2000;
  • A. Zezza – S. Zuffi, Il Cinquecento. Venezia e il Veneto, in La Pittura in Europa. La pittura italiana, Tomo 2, Martellago: Electa, 2000;
  • P. Rossi, I soffitti veneziani da Pordenone a Tintoretto,  in Da Bellini a Veronese temi di Arte Veneta, a cura di G. Toscano e F. Valcanover, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, 2004, pp. 509-524;
  • A. Foscari, La metamorfosi del giovane Tintoretto, in Venezia Cinquecento. Studi di storia dell’arte e della cultura, Anno XXI n. 41, gennaio-giugno 2011;
  • A. Gentili, Tintoretto. Ritratti, miti, storie, Collana Art Dossier, Prato: Giunti Editore, 2012;
  • Tintoretto, a cura di V. Sgarbi, Mostra – Roma, Scuderie del Quirinale 25 febbraio – 10 giugno 2012, Milano: Skira, 2012.
Autore articolo: Alessandro Bullo
Autore articolo: Alessandro Bullo
 Alessandro Bullo è laureato in lettere con indirizzo artistico (Tesi di Laurea: “La scultura del XVI secolo nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo”), vive e lavora a Venezia. Due grandi passioni: VENEZIA, sua città natale, e il cinema NOIR americano


Share This