TINTORETTO – LE TENTAZIONI DI SANT’ ANTONIO 1577 – LA FATALE ATTRAZIONE DEI SENSI

Autore: Michele De Martin

TINTORETTO – LE TENTAZIONI DI SANT’ ANTONIO 1577 – LA FATALE ATTRAZIONE  DEI SENSI

 

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518 – 1594) Tentazioni di Sant’Antonio abate  

Anno 1577 

Olio su tela 282 x 165

Cappella Milledonne (a sinistra della maggiore)

Chiesa di San Trovaso, Venezia

 

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518 - 1594) Tentazioni di Sant'Antonio abate 

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518 – 1594) Tentazioni di Sant’Antonio abate

COME ARRIVARE … 
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IL DIPINTO

Si trova nella chiesa di San Trovaso a Venezia, e precisamente nella cappella Milledonne a sinistra della maggiore. È un olio su tela le cui misure espresse in cm. sono 282 x 165. Le prime fonti che parlano di quest’opera sono di Raffaello Borghini nel 1584. Carlo Ridolfi nel 1648 definisce l’opera “veramente rarissima” e tesse le lodi del Tintoretto scrivendo :

“come ben sapeva condurre le Pitture sue ad un esquisito finimento, quando egli estimò l’opportunità & che lo richiese l’occasione e la qualità del luogo”

 indubbiamente deve aver fatto un grande effetto. 

“ Il carattere di finitezza formale, messo in evidenza dal Ridolfi, è comune ad altri dipinti eseguiti , come le Allegorie dell’ Anticollegio di Palazzo Ducale, alla fine dell’ottavo decennio e conferma la datazione 1577 c. sostenuta dalla critica sulla base dell’indicazione di tale anno figurante sull’altare sottostante la pala fatto erigere da Antonio Milledonne, che presumibilmente nello stesso periodo dovette commissionare il dipinto. “ 

(R. Pallucchini P. Rossi, 1990)

 Stando a quanto scrisse Pietro Darduino segretario del Consiglio dei X pare che il volto del Santo sia quello dello stesso Antonio Milledonne committente del quadro nonché proprietario dell’ altare, e che era pur esso collega del Darduino . Questa biografia è conservata nella Biblioteca Nazionale Marciana e si intitola “Vita di Antonio Milledonne segretario del Conseglio di X”  

“ alto funzionario della Repubblica e più volte segretario del Consiglio dei Dieci, volle probabilmente ricordare attraverso i supplizi del suo santo eponimo le “diaboliche” manovre e le “tormentose” calunnie che nel 1575 e nel 1580 gli preclusero l’elezione all’ambìto ruolo di Cancellier Grande “ 

(Augusto Gentili, 1999)

 Quest’ultima osservazione, sotto il profilo cronologico, potrebbe portare la datazione della commissione del dipinto fino al 1580, quindi datarlo tra il 1577 e il 1580. Questa pala è una delle poche superstiti dopo il crollo improvviso della chiesa nella notte del 12 settembre 1583.

Chiesa di San Trovaso, Altare Milledonne

Francesco Sansovino nel suo “Venetia città nobilissima et singolare” ( Venezia,1581), fa menzione della cappella Milledonne :

“ […] nel sottoportico è posta la memoria di Antonio Milledonne secretario del Consiglio de Dieci, uomo si somma prudenza & di conosciuto valore.Et di dentro vi ha parimente un nobile altare, posto in onorata Cappella del medesimo Segretario […] ”

“ […] Fra gli ornamenti commendabili, vi è la Cena del Signore con gli Apostoli di Jacopo Tintoretto, il quale fece anco la Tavola con S. Antonio Abate Tentato da Demonij in varie forme di Donne, posta nella Cappella di Antonio Milledonne Segretario suddetto  la cui vita fu scritta da altro segretario […] “

Invece il “Forestiere Illuminato”  (Venezia, 1740)  cita il Tintoretto tra i vari importanti nomi del panorama artistico presenti nella chiesa di San Trovaso, senza però specificarne l’opera. Inoltre non viene neanche citata la Cappella e l’altare Milledonne, mentre sono citati altri altari e i loro relativi ospiti.

Giulio Lorenzetti, nella bibbia delle guide della città, “Venezia e il suo estuario” (1926) si sofferma sulla cappella Milledonne e sul relativo dipinto del Tintoretto :

“ […] Cappella Milledonne (a sinistra della maggiore) vi è sepolto il Segretario della Repubblica Antonio Milledonne, che vi ordinò nel 1577 la tomba e probabilmente la pala raffigurante “Le tentazioni di Sant’ Antonio”, di Jacopo Tintoretto; per i numerosi restauri l’opera ha perduto ogni forza di chiaroscuro. […] “

 La guida fu pubblicata nel 1926, quindi il Lorenzetti forse non vide il restauro del 1937  (E. Kunert)  citato dal Pallucchini , come non poteva conoscere, ovviamente, quello del 1996 (Maristella Volpin Foscarini)

 

KÀI MÉ EISENÉNKEN  … NON INDURCI IN TENTAZIONE

Che cosa sono le tentazioni ?

Come le definiamo, come le concepiamo, come le “sentiamo”, cosa rappresentano per noi ?

E poi abbiamo noi tutti lo stesso concetto di tentazione ?

Il termine stesso in sé incute un senso di apprensione, ci fa percepire qualcosa di anomalo, di non corretto nel caso ci lasciassimo “tentare”, ma sedurre da che cosa?

Probabilmente si tratta di un nostro retaggio culturale talmente radicato nel nostro comportamento relazional-sociale che anche coloro i quali non hanno una percezione emotivamente religiosa della vita ne sono in qualche modo influenzati.

Io stesso, che mi ritengo un uomo libero nel pensiero, senza vincoli preconcettuali in senso religioso, percepisco in questa parola un senso di “allerta”.

“ […] non indurci in tentazione, ma liberaci dal male […] “

(Matteo 6,13)

Chi non conosce questa frase della preghiera  “Padre Nostro”  !

Forse l’averla ascoltata innumerevoli volte da bambini alla messa domenicale , funzione oggi credo non più così frequentata (e me ne dolgo molto), quasi come fosse un “mantra”  tibetano, deve esserci rimasta talmente impressa nel nostro subconscio da farci percepire automaticamente  una sensazione  di “non si deve fare”  quando si pensa alla parola “tentazione”,  un qualcosa strettamente legato al concetto di peccato, un fardello che ancora ci portiamo appresso. Ma l’origine di questo assunto è più antica e si rifà alla Bibbia.

In particolare modo la versione ufficiale  della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana) relativa all’argomento del Libro dei Libri è decisamente meno dura, meno a senso unico, più ragionevole, più comprensiva :

“ […] Non abbandonarci alla tentazione […] ”

che poi altro non è che una più stringata versione di quella del testo greco originario

“ […] Non farci tentare, non portarci dentro la tentazione […] “

 Questa versione non coinvolge in modo diretto Dio, infatti lo preghiamo di fare in modo che noi non ci si avvicini alle tentazioni, oppure che esse non si avvicinino a noi,  gli chiediamo di aiutarci. Nella versione di Matteo 6,13, quella che abbiamo sempre sentito, la cosa è scritta in maniera diversa, c’è quanto meno la sensazione di un’ “induzione” diretta verso le tentazioni, anche se il fine non è certo quello di fare in modo che noi si cada tra le braccia aperte della seduzione.

Quella supplica che c’è nella preghiera “ […] NON indurci in tentazione […] ”  è rivolta  proprio al Dio Padre.

In lingua originale, il greco (Mt 6, 5-13) il versetto è il seguente 

“ Kài mé eisenènkes hemàs eis peirasmòn “ 

 dove “eisfero” significa portare dentro e “peirasmon” è un sostantivo che deriva dal verbo “peirazo” che si può tradurre tanto come provare , da cui prova, quanto nel senso di tentare, da cui tentazione.

Un concetto decisamente più chiaro, che ci riporta alla versione della C.E.I. e se ne può ben comprendere la ragione. Se poi ci soffermiamo sul modo di pensare dell’antica mentalità semitica dovremmo poter trovare altri spunti interessanti. Nel tentativo, infatti, di evitare di generare nella mente degli uomini un “dualismo” del bene e del male, creando così inevitabilmente il concetto della possibilità dell’ esistenza di due divinità contrapposte , l’ una essenza del Bene  e l’ altra essenza del Male, cercarono  di creare una visione di un orizzonte lungo il quale le due forze contrapposte  si trovassero su uno  stesso piano, quindi sotto il controllo di un unico Dio.

Nel Libro di Isaia il Signore dice “ […] Sono io che formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e causo il male : io, il Signore, compio tutto questo ! […] “

(Isaia 45,7)

Elucubrazioni affascinanti che si perdono nel buio della notte dei tempi, tramandate oralmente e poi scritte, passate per le mani ed i pensieri di uomini diversi  attraverso i millenni, fino a giungere a noi. Concetti che ancora sentiamo, quasi si fossero innestati nel nostro DNA e che talvolta ci condizionano nelle nostre scelte.

E forse è proprio per questo che parlare di “tentazione” ci porta  subito a pensare esclusivamente a qualcosa di proibito. E come sempre, quando si parla di proibizioni, la nostra mente attiva prontamente un meccanismo immediato legato alla curiosità, talvolta morbosa.

Ma soprattutto  è con “le tentazioni proibite”  che anche le menti più libere ed indipendenti vanno immancabilmente a posare lo sguardo ed il pensiero sul versante legato alla propria intimità…e da qui alla sessualità il passo è breve.

Non a caso nelle innumerevoli opere pittoriche sull’argomento sono soprattutto le donne che tentano l’anacoreta con il proprio corpo, con la propria sessualità.

Questo legame è quanto l’iconografia ci ha tramandato, spesso con opere superbe, è un abbinamento nei confronti della quale  si può essere d’accordo oppure no, ma che comunque può essere oggetto di riflessioni profonde che vanno anche al di là di tutto ciò.

I PERSONAGGI

Detto questo vi invito ad osservare bene il volto di Sant’ Antonio.

Tintoretto, “le tentazioni di Sant’ Antonio”, dettaglio del Santo

È disperato, sembra non farcela più, sta implorando, occhi supplicanti al cielo, che Dio ponga fine, o quanto meno lo allevii, dalle sue terrene sofferenze che lo stanno dilaniando. Ma quali sono queste terrene sofferenze che lo stanno talmente vessando e logorando? Potremmo discuterne per giorni parlando di esegesi biblica, ma qui stiamo osservando un quadro, peraltro veramente bello.

Che cosa risalta agli occhi anche all’osservatore meno attento in quella “quinta teatrale” di luci e ombre e corpi contorti, in quel movimento vorticoso? Il cornuto demone sulla sinistra si trova, quasi mimetico, di spalle,  pare voglia celarsi, oppure il pittore stesso ha ritenuto  opportuno che rimanesse lì in disparte per farlo agire nell’ombra subdolamente,  per una serie di motivazioni tra le quali l’inganno e, non ultima, quella di porre meglio in evidenza le altre figure , che sono le sue esche.

Anche quello disteso a terra  tutto nudo, che a me pare avere un volto piuttosto femmineo, sfugge al primo impatto visivo.

La nostra attenzione è certamente catturata in primis dalla vigorosa ed atletica figura del santo , che poi pare abbia il volto di Antonio Milledonne  committente del dipinto e “inquilino” della cappella dove si trova la tela.

Ma principalmente quello su cui indugiamo di più, e dove ci soffermiamo, è il candore della pelle della “tentatrice”  a sinistra che cerca di invogliarlo con il proprio corpo e con un sovrappiù di monete d’oro e di catene dello stesso materiale tanto prezioso,  perché la tentazione terrena non  si rivolge solamente ai piaceri della carne ma anche all’ avidità.

Ma  forse quell’ oro potrebbe anche servire  per cogliere ogni opportunità possibile per corrompere l’animo del povero eremita, così come degli uomini tutti, infatti da sotto gli avvicina la sua coscia nuda, e nel contempo lo trae per la veste, la donna ha un’espressione distaccata dalle sofferenze dell’uomo e non si cura certo del senso  di moralità della sua vittima.

Trovo molto curioso il volto di questa tentatrice il cui sguardo è rivolto verso l’alto…come se volesse capire cosa sta succedendo per potere  agire meglio verso il basso , sulla sua preda.

È un volto, tra parentesi, che trovo molto rassomigliante a quello del presunto ritratto di Veronica Franco (1546/1591) fatto proprio dal Tintoretto, inoltre entrambe hanno una collana di perle a giro corto al collo e la stessa pettinatura. La Franco avrebbe avuto nel 1577 trentuno anni, e il buon Robusti cinquantanove , la qual cosa sarebbe quindi possibile.

Ritratto di Veronica Franco (?), Jacopo Tintoretto o del figlio Domenico Robusti, Worcester Art Museum, Stati Uniti

Ritratto di Veronica Franco (?), Jacopo Tintoretto o del figlio Domenico Robusti, Worcester Art Museum, Stati Uniti

 

 Tintoretto, “le tentazioni di Sant’ Antonio”, dettaglio della tentatrice di sinistra.

 

Non da meno la figura distesa dall’ambiguo volto tenta di bloccare il Santo tirandolo per il panno che gli copre l’inguine, o forse tenta  proprio di denudarlo completamente per farlo cedere, ma soprattutto  per mettere in evidenza  a tutti, per palesarla ostentandola,  la sua condizione di uomo fatalmente attratto da quelle tentazioni dalle quali si ostina a rifuggere. Una sorta di prova della potenza della sessualità e della libidine.

Facendo un’ulteriore riflessione, visto il volto femmineo ed il corpo  maschile, sembrerebbe quasi una velata allusione ai piaceri proibiti, alle tentazioni contro natura , alla sodomia , l’ “orrendo vizio” del maligno, la qual cosa potrebbe essere plausibile dal momento che l’ultima sessione del concilio di Trento si concluse nel 1563, e questo argomento era stato definito ufficialmente un reato punibile anche con il rogo. (1) (vedi articolo : Sodomia a Venezia nel XV secolo)

Il dipinto in sè , e vi assicuro che se lo si va a vedere in chiesa fa questo effetto, ha un carattere piuttosto carnale e sensuale, cosa decisamente non proprio in linea con le tendenze controriformistiche del predetto Concilio relativamente alla rappresentazione delle immagini religiose.

Non a caso il Milledonne, presunto committente dell’opera, fu presente al Concilio nel 1562 come segretario di quello che diverrà il futuro doge  Nicolò da Ponte (dal 1578 al 1585), la qual cosa la si potrebbe leggere come una “presa di posizione” veneziana nei confronti delle scelte papali legate alla politica della controriforma, una specie di segnale di indipendenza  della Serenissima da chiunque. Questo doge pare infatti che si distinse anche per certe sue posizioni anticlericali. Fu il suo maestro Sebastiano Foscarini , per 45 anni titolare della cattedra di lettore di filosofia nella scuola di Rialto, che gli insegnò il libero pensiero e a non tollerare nessuna ingerenza della Chiesa nelle cose dello Stato.

In un certo qual modo potremmo quindi ritenere il Tintoretto stesso uomo allineato a questa linea di condotta , ed il suo dipinto, visto che fu eseguito per l’ altare di una chiesa, può essere considerato una sorta di “manifesto” di autonomia intellettuale.

Tintoretto, “le tentazioni di Sant’ Antonio”, dettaglio della figura ambigua in basso a destra.

È anche curioso  notare che tra i libri indicati nel famoso “Indice”  dei libri proibiti (Index Librorum Prohibitorum, 1557 ) vi sono anche quelli di Pietro Aretino, amico del Robusti nonché  committente di due sue opere. (2) (vedi articolo “Tintoretto – Susanna e i vecchioni – del guardare di nascosto, ovvero il voyeurismo, e l’allegoria della sua punizione”)

Ma ancor più curioso è leggere il luogo dell’edizione pubblicata nel 1564.

 Index Librorum Prohibitorum , Venezia, MDLXIIII

Ma ora torniamo al dipinto.

Cosa dire di quell’altra donna , a destra, che offre il proprio seno sinistro in modo evidentemente esplicito e provocatorio stringendosi il capezzolo tra l’indice e il medio , protendendo in avanti il busto in una dinamica quasi circolare. Come un calcio  ad “effetto” tirato ad un pallone  per farlo curvare, così questa tentatrice sembra quasi prendere una specie di abbrivio per eseguire una manovra per appiccicarsi con il proprio petto a quello di Antonio in un abbraccio di lussuria sensualmente fatale.

Ma qui c’è qualcosa che pare ostacolare le intenzioni della donna : la lettera Tau dipinta nel panno scuro del santo, il suo simbolo, quel simbolo la cui “essenza” egli sta invocando in modo supplichevole e con un filo di voce levando gli occhi al cielo, e che sembra, comparendo sulla veste ,“guardargli” le spalle.

I volti di queste due donne hanno un’espressione molto particolare, forse distaccata. Non sembrano affatto alterate nelle emozioni da quei sensi che tentano di scatenare nella loro preda. Quella  che offre il proprio seno sembra quasi suggerirgli  sommessamente, con lo sguardo,  che non c’è nulla di cui preoccuparsi, ed è proprio quello sguardo che rende , volutamente, ambigua la sua offerta… gli offre il proprio seno e la sua voluttà oppure il proprio cuore ? Il subdolo demone utilizza le sue armi più micidiali tentando di insinuare il tarlo del dubbio, perché ogni sotterfugio è buono pur di carpire un’ anima.

Con le sue labbra sembra sussurrargli  qualcosa, ma più appropriato credo sia dire che  gli stia sibilando qualcosa.

Quell’altra  donna ostenta invece uno sguardo che và oltre, come se il cedimento della sua vittima fosse dato per scontato…non rendendosi conto forse che non tutti gli uomini cedono alle sue lusinghe…non quest’uomo.

 

Tintoretto, “le tentazioni di Sant’ Antonio”, dettaglio della tentatrice di destra

“ […] l’ atletico eroe , in attesa dell’imminente soccorso, è ridotto in stracci da due diavoli, ma anche e soprattutto è conturbato dalle lascive profferte di due diavolesse dall’indiavolato sex appeal. Il proprietario dell’altare e committente della pala – dove con ogni probabilità si fece rappresentare negli scarsi panni del protagonista faticosamente resistente a lussuria – si chiamava Antonio Milledonne […] “

(Augusto Gentili, Corpo femminile e sguardo maschile, 1999)

 Abbiamo avuto già modo di vedere come il Tintoretto preparasse la scena che aveva in mente di dipingere, ovvero all’interno della sua bottega dove creava un vero e proprio “teatrino” , come lo definì il Ridolfi (1648), fatto di manichini in cera vestiti con drappi, si trattava di una “quinta” all’interno della quale poteva aggirarsi e sistemare a dovere ogni minimo dettaglio.

La rappresentazione veniva illuminata a dovere  con luci artificiali, lampade ad olio e candele, per creare quegli splendidi effetti chiaroscurali al fine di poter meglio ottenere il risultato scenico voluto, e cioè quella realizzazione di movimento e profondità che anche qui possiamo vedere.

E poi c’erano i modelli e le modelle, queste ultime a volte ingaggiate tra quelle famose cortigiane che Venezia tentò  sempre di proteggere a dispetto delle severe legislazioni vigenti nel resto del paese. Ho letto che il Robusti faceva talvolta posare anche degli uomini come modelli per i nudi femminili, dopodichè rifiniva le figure disegnate con le fattezze delle sue avvenenti donne.

Uomo decisamente intraprendente, sorprendente e fantasioso.

In questo dipinto si avverte veramente un gran trambusto nella parte che coinvolge il quintetto.

Sembra di sentire le suppliche ed il respiro affannoso del santo il cui corpo madido di sudore per la lotta che sta sostenendo ha una traspirazione  che pare aleggiare nell’aria mescolata alle sudorazioni del quartetto infernale, odori di carne, aromi ed effluvi che turbano e confondono il sant’uomo che sta sostenendo una lotta ìmpari.  L’egiziano anacoreta sembra non solo supplicare il suo Signore di venirlo a salvare ma anche sembra chiedergli perdono per un qualcosa che sente potentemente dentro il suo corpo ma alla quale non si vuole abbandonare, una tentazione a cui non ha ancora ceduto, una “debolezza” che potrebbe invece essere svelata nella sua “manifestazione di forza naturale” dal demone che lo vuole spogliare del drappo che copre la sua sessualità per denudarlo.

Si rimane così nel dubbio, ma si percepisce la forza e la potenza di quel corpo vigoroso i cui fianchi solidi e poderosi sembrano simboleggiare la sua vigorìa.

A terra sono presenti i simboli del Santo ovvero  il maiale, la campana,  il bastone a T, e cioè la Tau ultima lettera dell’alfabeto ebraico come allusione alle cose ultime della vita .

Poi il libro di preghiere con le pagine stracciate  presumibilmente dal demone in segno di disprezzo, il suo rosario sgranato sicuramente  perso nella furibonda lotta,  e la sua borsa.

Tutto giace abbandonato.

Tutta la vita del padre di tutti i monaci sembra riassunta in questo spazio confinato nella tela che raccoglie il dipinto.

Le luci e le ombre di questo pennello sapiente creano un senso di tridimensionalità che ci dà l’illusione di trovarci lì dentro…gambe che scalciano e che cercano di scovare un sostegno per non perder l’equilibrio, braccia formidabili tese a strappare indumenti, rumori sordi di corpi che cozzano l’uno contro l’altro, unghie che graffiano, unghie che affondano nella pelle, sudore , ansimi, sbuffi, affanno , mani la cui morsa pare stringere la tela stessa del dipinto, corpi di donna provocanti e sensuali dei quali ne possiamo percepire la forza travolgente che ostinatamente e senza alcun pudore mostrano ed offrono con tutto il loro essere, e che vogliono immolare al massimo dei piaceri terreni.

“ […] e di nuovo lo ferirono senza pietà, con le zanne, le corna, le unghie […] “  (3) (Jacopo da Varazze, Legenda Aurea, S.Antonio Abate )

…e ancora sudore, angoscia, speranza  in un disperato tentativo di slancio verso l’alto da parte di Antonio per non cedere, per  non cadere, per non sprofondare…per essere salvato.

Ma la fede del Santo verrà premiata, ed infatti ecco il suo Signore scendere dall’ alto, serafico , come nulla fosse, è tranquillo, ma soprattutto è rassicurante nello sguardo e nella semplice ed accogliente gestualità.

È tutto un altro mondo rispetto a quello sottostante. Lì in alto pare non  si percepisca alcun trambusto, c’è la Luce riflessa sulle nuvole che si diradano pian piano preannunciando un cielo sereno, presago  della serenità che quel combattente della fede, che si trova là sotto, sta cercando.

La figura alata, che sta obliquamente discendendo, sembra proprio che stia rispondendo alla domanda di quell’uomo

Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze? “

il quale si sentì rispondere 

“Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta” .  

 Tintoretto, “le tentazioni di Sant’ Antonio”, dettaglio del Salvatore (IHS, Iesus Hominum Salvator) “Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta”

IL SANTO

Sant’ Antonio è considerato il padre fondatore del monachesimo, dedicò la sua lunga vita, 106 anni, all’eremitaggio ed all’ascesi cominciando in gioventù dal deserto della Tebaide. Nacque in Egitto nel villaggio di Coma nel 250 e morì nello stesso  deserto nel 356, là dove aveva cominciato la sua esperienza spirituale. Nel corso di questa sua vita anacoretica però non esitò , nel 311, a correre ad Alessandria per soccorrere i cristiani perseguitati dall’imperatore romano Massimino Daia incurante del rischio, anzi desideroso pur esso di martirio.

Il luogo dove fu sepolto il 17 gennaio del 356 rimase segreto. 

 Michele De Martin, “Le tentazioni di Sant’Antonio” , matita su carta, 2014

 

NOTE    (per approfondire le proprie curiosità)

(1) CONCILIO DI TRENTO – CONTRORIFORMA

Nel 1557 viene istituito l’Indice di libri proibiti come nuovo strumento di controllo delle idee. Aggiornato periodicamente, raccoglie l’elenco di tutti i libri che la chiesa cattolica ritiene contrari alla religione e pertanto da vietare. Sono poste all’Indice, fra le altre, le opere di Boccaccio, Aretino, Berni, Machiavelli, Erasmo, Rabelais. Non sono solo i libri proibiti ad essere gettati fra le fiamme. Numerose vittime dell’Inquisizione, condannate per eresia, ma anche per reati come la stregoneria e la sodomia, finiscono arsi vivi sul rogo.

Chiuso ufficialmente il 4 dicembre 1563, dopo diciotto anni dalla prima convocazione (1545), il Concilio si conclude con la Bolla papale di Pio IV Benedictus Deus, con una solenne professione di fede imposta a tutti i cattolici (1564) e con la pubblicazione del Catechismo Tridentino (1566), pubblicato sotto il pontificato di Pio V.

L’impegno della Chiesa dopo il Concilio:

Rafforzamento dell’autorità papale e della gerarchia ecclesiastica

Lotta contro l’eresia e il dissenso religioso (Sant’Uffizio, Inquisizione e Indice)

Repressione del dissenso culturale e disciplinamento delle arti (pittura, letteratura, ecc.); introduzione del concetto di osceno

Stretto controllo dei comportamenti individuali (matrimonio, sessualità)

(fonte , sito web www.dfpp.univr.it, estratto)

 (2) PIETRO ARETINOnacque ad Arezzo nel 1492 e morì a Venezia nel 1566. Pare si facesse passare per un figlio illegittimo, bastardo, di un nobile, ma suo padre in verità era un calzolaio e la mamma una donna semplice. Forse è proprio per confondere le acque, e così mimetizzare il mistero della sua nascita , che non rivelò mai il suo cognome, in modo tale da render credibile la leggenda della sua nascita aristocratica. A 12 anni andò a Perugia dove si dedicò alla pittura. Quindi  giunse a Roma dove fece il cameriere, poi a Vicenza si improvvisò cantante e a Bologna fece il lavapiatti. Ebbe noie per varie volte con la giustizia tanto che si beccò una condanna di tre mesi  ai “remi”. Frequentò allegramente chiese e conventi dai quali venne cacciato per la sua condotta indecorosa e scostumata. Fu infine a Roma ancora una volta dove fece il cameriere per Agostino Chigi detto il “magnifico”, il quale era un banchiere nonché un imprenditore . Fu in questo periodo che iniziò a scrivere..e piuttosto bene tanto che papa Clemente VII lo accolse nella cerchia dei suoi. Da questo momento iniziò la sua fortuna che, attraverso alterne vicende, lo vide in seguito a Mantova da Federico II Gonzaga ed infine a Venezia dove ci rimase  per 29 anni, dal 1527 al 1556, anno in cui morì. Venne sepolto nella chiesa di San Luca.

 EPITAFFIO TOMBALE DEL TOSCO POETA :

“ Qui giace l’ Aretin poeta tosco /che d’ ognuno disse mal fuorché di Cristo / scusandosi col dir : non lo co

(Paolo Giovio , o forse  di un amico di pasquinate)

 (3) LEGENDA AUREA, Jacopo da Varazze  (o Varagine, o Voragine).

Nacque tra il 1228 e il 1230, entrò nell’ Ordine Domenicano nel 1244, nel 1292 divenne arcivescovo di Genova, città dove morì nel 1298. Scrisse quest’opera tra il 1250 ed il 1260, si tratta di una raccolta di vite di santi  organizzata in base al calendario liturgico, raccolta a sua volta scritta utilizzando come fonti la tradizione orale e le raccolte agiografiche costituite in precedenza da altri, in particolare modo raccolte domenicane.

Fu un’opera di enorme ed immediato successo ed ebbe altrettanta veloce diffusione partendo principalmente dai centri dell’ Ordine domenicano in Italia della zona padana che percorse l’ asse geografico verso la  Francia del nord, poi nelle   Fiandre e quindi in Inghilterra.

Invece i domenicani di Colonia diffusero l’opera verso la Germania settentrionale  e quelli di Parigi attraverso tutta la Francia fino alla Spagna.

Lo scopo dell’opera, da cui la necessità imperativa di diffonderla, era quello di portare come modello la vita dei santi agli ordini religiosi, nonchè di esser utilizzata come esempio a cui attingere per le prediche e nella conseguente produzione di sermoni.

Abbiamo visto che influenzò anche la rappresentazione in campo artistico relativamente alle storie di Maria ed alla vita dei Santi 

BIBLIOGRAFIA

FRANCESCO SANSOVINO ,“Venetia città nobilissima et singolare” ,In Venetia appresso Iacomo Sansovino ,1581 

FORESTIERE ILLUMINATO, “intorno le cose più rare e curiose , antiche e moderne della città di Venezia e dell’isole circonvicine , Stampato presso Gianbatista Albrizzi, Venezia,  1740

GIULIO LORENZETTI, “Venezia e il suo estuario, guida storico artistica” , Ed. Lint Editoriale Associati, 1994 

AUGUSTO GENTILI, “Corpo femminile e sguardo maschile,la pittura veneziana del ‘500”, in Il nudo Eros Natura Artificio, Ed. Giunti, 1999

STEFANO FERRARI, “Bellezza e sessualità a partire da Freud”, Ed. PsicoArt, vol.4, 2014 

RODOLFO PALLUCCHINI, PAOLA ROSSI, “Tintoretto, le opere sacre e profane”, Ed. Electa, 1990

PAUL LARIVAILLE, “Le cortigiane nell’ Italia del rinascimento” , Ed. Achette, 1975, Ed. Rizzoli, 1983

SIGMUND FREUD, “Pulsioni e loro destini”, 1915

SIGMUND FREUD, “Disturbi visivi psicogeni nell’interpretazione psicoanalitica”, saggio, 1910

SIGMUND FREUD, Tre saggi sulla teoria sessuale” ,1905

INDRO MONTANELLI, “I protagonisti” , ed. Il Giornale, 1993 

FAMIGLIA CRISTIANA,  marzo 2012

LORENZO VERDERAME ,“Il concetto di male nelle tradizioni dell’ antica Mesopotamia”, Università la Sapienza Roma, 2014

HUBERT JEDIN“Storia del Concilio di Trento”, 1949-1975, scheda riassuntiva 

ALBAN BUTLER, “Dizionario dei santi secondo il calendario”, Ed, PIEMME, 2001

JACOPO DA VARAZZE, “Legenda aurea” , Einaudi Editore, I millenni, 1995

TRECCANI, “Dizionario biografico degli italiani”, 1986

TRECCANI, “Dizionario biografico degli italiani”, 1997

RESTITUZIONI, “Tesori d’arte restaurati” , sito web  www.restituzioni.com

Autore articolo: Michele De Martin
Nato a Venezia , più precisamente al Lido, un 9 aprile, diplomato al Liceo Scientifico G.B. Benedetti . Vivo in questa città unica da quel giorno, per mia fortuna, e ho dei meravigliosi ricordi di vita dalla fanciullezza, passando per l’adolescenza e la spensieratezza della giovinezza . E’ una città che vivo tutt’ ora con gioia e passione nonostante sia diventato flebile quell’ eco della antica civiltà che ancora si percepiva tra le antiche mura delle case, tra le calli, nei campi e campielli fino a non troppi anni fa. Amo le pietre, i marmi, l’ acqua, l’arte tutta, espressa in multiformi modi, di questo scrigno di tesori posato sull’ acqua, cresciuto ed arricchito per merito dell’ uomo. Questa città è una perla rara il cui guscio protettivo possiamo solamente essere noi.

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