TINTORETTO – SUSANNA E I VECCHIONI, RACCONTO DI UN TENTATO STUPRO (1555-1560)

Autore: Michele De Martin

TINTORETTO – SUSANNA E I VECCHIONI, RACCONTO DI UN TENTATO STUPRO (1555-1560)

 

Tintoretto, Susanna e i vecchioni (Kunsthistorisches Museum)

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518-1594) – Susanna e i vecchioni – 1555-1560 ca. – olio su tela – Misure: 146,6 x 193,6 – Kunsthistorisches Museum, Vindobona

 

PREAMBOLO…..

[…] Lì ci lasciammo cadere in profonde poltrone, e scambiammo osservazioni maliziose sui nuovi battaglioni germanici o sugli immancabili giapponesi che attraverso le lenti a mandorla delle loro macchine fotografiche spiano allegramente, come nuovi vecchioni, le pallide cosce di marmo di questa Susanna, le cosce nude di questa città, lambita dalle fredde acque colorate dal tramonto […]

(Iosif Aleksandrovič Brodskij, Fondamenta degli incurabili, 1989)

Un’immagine quanto mai attuale, tanto da sorprenderci vista la realtà  che stiamo vivendo in questa perla di città. Anche la provenienza geografica di questi “nuovi vecchioni” è quanto mai azzeccata, anche se, oggi come oggi, la fama di città da visitare a qualsiasi costo si è allargata a tutti i confini del mondo…e ne subiamo quotidianamente la tangibile esperienza globalizzata.

C’è una violenza non percepibile all’occhio  perché porta le vesti del divertimento e della vacanza , un maltrattamento nei confronti del quale gli attori sono incuranti perché ignari di tutto ciò.

Anche il parallelo con l’episodio biblico è quanto mai realistico, l’intento di possedere Susanna è irresistibile, a qualsiasi prezzo bisogna averla, il loro istinto non soggiace ad alcuna regola dettata dal raziocinio o dalle emozioni, e se del raziocinio c’è, riguarda solamente il come pianificarne lo stupro, molto spesso con l’inconsapevolezza della gravità della cosa.

Per la fortuna delle pallide cosce di marmo della nostra anfibia Susanna non vi sono solo questi “nuovi vecchioni” che ne calpestano la sacra veste, per i più svariati motivi, compreso lo sfruttamento senza averne alcun diritto, ma ve ne sono molti, anzi moltissimi, che con garbo e rispetto, e talvolta amore, vi ci camminano con un passo che pare una carezza, lasciando una speranza di salvezza a questa intramontabile e millenaria bellezza…cosa che non accadde per la Susanna di pallida e calda carne, ma che però ebbe la fortuna di avere un giudice dal nome profetico, Daniele.

Daniele esclamò: “Separateli bene l’uno dall’altro e io li giudicherò”

(Daniele 13, 1-64)

 

(Dall’ebraico Daniy’el , nome composto da Dan che vuol dire ha giudicato” e da El, che è la forma abbreviata di Elohim (Dio), in bella sostanza il nome Daniele si può leggere nel seguente modo : “Dio ha così giudicato” oppure “Dio è il mio giudice”)

 

L’ANTEFATTO (Daniele 13, 1-64) 

 La storia narra della passione carnale irresistibile di due neoeletti giudici nei confronti di Susanna, giovane e bella donna, sposa del ricco mercante Joachim. I due anziani giudici scoprono casualmente di essere tutti e due attratti sessualmente dalla donna ed architettano un infame piano per poterla possedere entrambi nel giardino di casa sua. Se la donna si fosse rifiutata, l’avrebbero denunciata, con un ignobile inganno, ovvero come traditrice del talamo nuziale con un giovane uomo che l’aspettava nascosto in quello stesso giardino.

Susanna si rifiuta ed urla, intervengono i servitori ed i due “vecchioni” mantengono fede alla minaccia.

La donna va sotto processo ed è condannata a morte.

Interviene a questo punto il giovane Daniele (Deus ex machina) che interroga separatamente i due uomini, chiedendo sotto quale albero del giardino i due giovani si fossero accoppiati.

Essi rispondono alla medesima domanda in due inequivocabilmente differenti modi…è la prova che Susanna aveva detto la verità ed i giudici la turpe ed oscena menzogna.

La situazione si capovolge e gli accusatori vengono condannati a morte mentre la donna è libera ed integralmente riabilitata. (1)

 

I GIUDICI

 […] In quell’anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani: erano di quelli di cui il Signore ha detto: “L’iniquità è uscita da Babilonia per opera di anziani e di giudici, che solo in apparenza sono guide del popolo”. […] 

(Daniele 13, 1-64)

Mi sono sempre chiesto, relativamente a questo episodio biblico, quale potesse essere realmente l’età attribuibile ai “vecchioni”.  Indubbiamente in questo dipinto  sono rappresentati come persone che noi senz’ombra di dubbio oggi riconosciamo come tali, ma probabilmente così vecchi non erano dal momento che l’arco temporale della vita anticamente era più breve rispetto a come lo concepiamo oggi.…diciamo che tendenzialmente  ci “conserviamo” un pochino meglio…duriamo mediamente di più.

Per quanto riguarda la rappresentazione di questo tipo di  figure pubbliche, nel Libro dei Giudici sono descritte come guide  spirituali, o dei militari ingaggiati per difendere la popolazione ebraica minacciata dalle altre tribù di quei luoghi, oppure anche come veri e propri capi che dirigevano le operazioni belliche degli israeliti. Uomini ispirati da Dio, dal fervore spirituale e civile.

In quel periodo di turbolenza sociale e politica queste figure  erano considerate evidentemente dei leader, personalità forti alle quali potersi affidare, ai quali dar fiducia, ma probabilmente , ieri come oggi…e come sempre, molti saranno stati degli individui ambiziosi che tentavano di cogliere un’ opportunità, e con tutte le debolezze dell’uomo.

Ciò non  toglie che non sarà stata questa la norma, e di uomini onorevoli e timorati di Dio ce ne  saranno sicuramente stati.

La loro carica non era ereditaria ed esercitavano la loro funzione all’interno della loro tribù.

 […] Israele deve farsi largo tra popolazioni numerose, ora ostili ora alleate […] senza dimenticare che i giudici di Israele sono maestri anche di comportamento nel condurci e nel crescere quale popolo di Dio […] 

(D. Scaiola, rassegna bibliografica da Civiltà Cattolica, 2000)

Obiettivi tanto ambiziosi richiedono forze ed energie che ad una età veneranda difficilmente si possono avere, al contrario il buon senso e il timore di Dio”  dovrebbero esserne una specificità , ma evidentemente non facevano parte della personalità dei due “vecchioni”  che infatti alla fine finirono sottoposti al giudizio del giovane Daniele.

I VECCHIONI
 Ogni giorno con maggior desiderio cercavano di vederla. Un giorno uno disse all’altro: “Andiamo pure a casa: è l’ora di desinare” e usciti se ne andarono. Ma ritornati indietro, si ritrovarono di nuovo insieme e, domandandosi a vicenda il motivo, confessarono la propria passione. Allora studiarono il momento opportuno di poterla sorprendere sola.

(Daniele 13, 1-64)

Ad un primo sguardo i due personaggi, in qualità di violentatori, sembrerebbero piuttosto improbabili e anche un poco impacciati. Il loro aspetto, probabilmente per l’età marcatamente avanzata che dimostrano, non riesco ad abbinarlo ad un imminente pericolo di violenza carnale, ma se ci si focalizza su alcuni particolari ci si deve ricredere… infatti ciò che inquieta sta nei loro sguardi, nei quali si percepisce il desiderio e la lussuria, e nella loro postura, mirabilmente descritta con i colori, le luci e le ombre dal genio del Tintoretto che trasforma due vecchi artritici in due pericolosi e viscidi stupratori che, nascosti, fremono ed a stento si trattengono.

I loro occhi, pur non essendo ben visibili , contrariamente a quelli della donna, fanno trasparire una forte caratterialità per l’espressività delle rughe sulla fronte, per la marcata  fisiognomica a V delle loro sopracciglia aggrottate e per la smorfia tesa delle labbra…occhi la cui intensa espressione di volontà di possesso ci pare di vederla in primo piano.

Osservato da vicino,  e con attenzione,  lo sguardo dell’uomo che sta in piedi è assai eloquente. I suoi occhi bruciano di un malsano desiderio, quasi volesse del male a quella innocente, quasi volesse punirla per quella sua nudità  esibita così integralmente.

Tintoretto, Susanna e i vecchioni, particolare dell’uomo in piedi e di Susanna

 

In Daniele 13, 1-64 l’aggettivo costantemente utilizzato per identificare i due uomini è “anziani”. È un termine che risulta anagraficamente appropriato e realisticamente in sintonia con la loro carica nonché con la compatibilità di una loro pulsione tanto oscena  da pianificare quell’odiosa trappola. Un inganno senza possibilità di uscita se non attraverso lo stupro, oppure, in alternativa, un iniquo processo che porterebbe la donna alla morte.

Ma mi rendo anche conto che l’episodio biblico va al di là di queste considerazioni e debba esser concepito sotto un più ampio respiro interpretativo, tale da poter comprendere il significato della coabitazione della libido con la vecchiaia, quest’ultima sinonimo di saggezza, e il tradimento della fiducia riposta in essa…il ruolo del giudice guida che viene tradito.

E nello stesso modo anche lo spettatore di questa “scena teatrale” si può trovare ingannato.

Non sa se “vedere” con il proprio occhio imparziale e con capacità di giudizio, oppure se lasciarsi andare e “vedere” attraverso gli occhi dei due “vecchioni” divenendo in qualche modo esso stesso un attore complice nella scena.

La forza , la tensione, il dinamismo “frenato” dei due uomini è così intenso da mettere ancor più in risalto la tranquilla Susanna, nel suo eburneo candore, che è lì di fronte a noi, ignara come una preda, una preda degli appetiti sessuali di uomini ospiti di casa sua e amici del marito.

Probabilmente le nostre debolezze e le nostre emotive pulsioni, che si autogiustificano perché il fatto non sta realmente accadendo, ci rendono forse inconsapevolmente complici dei due “vecchioni” piuttosto che solidali con la Susanna/Venere che meglio sarebbe definire Venere/Susanna.

Curioso è anche come i due anziani giudici non siano inizialmente al corrente del fatto di avere questa irresistibile passione carnale per la stessa donna , la giovane e bella moglie di Joachim. Infatti lo scopriranno solo quando si ritroveranno entrambi, a ritroso sui propri passi, nei pressi dell’abitazione del mercante, dove solitamente erano ospiti, e dalla quale erano da poco usciti per tornarsene a casa. Solo a quel punto l’uno confessò all’altro, e viceversa, la passione irresistibile verso l’avvenente donna, e subito si trovarono in accordo sul come organizzare lo sfogo della loro libido anche a costo di far lapidare a morte la loro ignara vittima nel caso avesse rifiutato di concedersi.

I due si danno man forte, da soli forse non avrebbero potuto portare a buon fine l’odiosa violenza, ma in due la cosa è diversa. In due potranno godere della donna con maggior facilità, in due potranno anche testimoniare il falso tradimento di Susanna con il fantomatico giovane nascosto nel giardino, in due, giudici stimati, saranno sicuramente più credibili nel processo come accusatori della donna, sola, priva di testimoni…e donna. Questo loro intervento comune , questa loro malsana alleanza, è resa chiaramente nel dipinto.

Tintoretto lascia nell’ombra i due figuri, uno distante dall’altro in modo tale da farci capire che hanno organizzato una strategia comune con una manovra che non lascia vie di fuga, la donna è stretta a tenaglia. Sono nell’ombra che fremono ed  il contrasto con il candore della donna, che pare una Venere al bagno ed allo specchio, è evidenziato dalla luminescenza della sua pelle e dal candido panneggio del tessuto.

“La figura nasce sul filo del ricordo di una Venere classica, quale aveva diffuso, ad esempio, la stampa del Raimondi” 

(Pallucchini, 1969)

LA SCENA
 Susanna disse alle ancelle: “Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno”. Esse fecero come aveva ordinato: chiusero le porte del giardino ed entrarono in casa dalla porta laterale per portare ciò che Susanna chiedeva, senza accorgersi degli anziani poiché si erano nascosti.

(Daniele 13, 1-64)

Nel quadro d’insieme non ci può sfuggire il fatto che questa scena è presaga di un imminente atto di violenza tra le più odiose…quella sessuale. La manovra accerchiante dei due giudici è destinata a non lasciare scampo alla donna , e lo spettatore, ovvero noi, non può che rimanere col fiato sospeso.

Il teatro in miniatura di Tintoretto …
La capacità di aver reso in modo così realistico questa situazione è straordinaria. Il pittore e scrittore  Carlo Ridolfi  (1594-1658) (2), che scrisse una biografia sul pittore veneziano stampata a Venezia presso Guglielmo Oddoni nel 1642, ci testimonia che Tintoretto usava  creare nella sua bottega le scene che doveva descrivere, come se stesse montando una pièce teatrale, praticamente una specie di regista scenografo che al posto della cinepresa utilizza il pennello, un’abilità non da chiunque.

Creava, nella sua officina, dei manichini in cera che poi vestiva con dei panni per rendere al massimo il senso della realtà, venivano poi disposti in una stanza ricostruita con delle pareti di cartone ed il tutto illuminato con delle candele. Luci e ombre in movimento.

Una specie di teatro in miniatura nella cui scena immagino il pittore potesse camminare , osservando i relativi personaggi dalle più svariate prospettive ed angolazioni, avvicinandosi nei punti chiave per capirne meglio la realtà tridimensionale da riprodurre sulla tela, aggiustarne il panneggio delle vesti, sistemare la postura degli arti per rendere la scena più dinamica, un pò come se noi entrassimo in un suo dipinto utilizzando una moderna applicazione virtuale in 3D e camminassimo attorno alle figure , dentro la quinta.

È probabile che proprio osservando dal di dentro la scena assemblata egli era in grado poi, col pennello, i colori e le sfumature di luce e ombre, di farci  percepire  anche quello che non si può direttamente osservare, come ad esempio  uno sguardo che non è diretto allo spettatore ma del quale si intravede solo il sopracciglio corrugato che ne è l’espressione…facendocelo in pratica vedere ugualmente.

Inoltre il suo studio della scuola fiorentina e romana del disegno , che faceva riferimento a Michelangelo, lo avevano aiutato molto portandolo a concepire una dinamica e volumetria dei corpi formidabili. Il dinamismo dei suoi “racconti” è unico, luci e colori, ombre e chiarori, e a volte una inusuale ed innovativa prospettiva “obliqua”, il tutto per rendere i personaggi dipinti “in movimento” , un’originalità unica.

Eccoli allora nascosti , accomunati dallo stesso delirio, a spiare la donna, distanti tra di loro quasi a voler gustare la propria scopofilia come fossero invece soli, ed in effetti il sottile piacere del voyeurismo è essenzialmente solitario…

Tintoretto, Susanna e i vecchioni, particolare dell’uomo in piedi

Nel dipinto del Tintoretto il terreno è decisamente fertile , una situazione quanto mai auspicabile per un “voyerur”, e questa è una situazione valida per qualsiasi epoca.

 

 

 

L’AMBIENTAZIONE

L’ambientazione, a guardar bene, è inquadrata sotto il segno dell’ambiguità. Chi guarda di nascosto la donna dalle morbide, sinuose e seducenti forme (forse non secondo i canoni attuali), vede la sua sensualità e  femminilità, non solo perché completamente nuda in un giardino, in un luogo “aperto”, ma anche perchè probabilmente essa stessa prova un senso di voluttuosa libertà fisica, accarezzata dalla frescura della brezza ristoratrice, il corpo madido di sudore per il gran caldo, il respiro forse un poco affannoso, i suoi aromi nell’aria, libera nella natura e non ingabbiata, come di consuetudine, tra le pareti domestiche, quasi fosse un episodio a sé stante , distante dalla storia narrata.

È sola (o meglio pensa di esserlo) e sta godendo di un piacere sottile con il proprio corpo e con il proprio sguardo attraverso la sua immagine riflessa nello specchio.

Coloro che guardano, tra cui annovero anche il pittore ed in fondo anche noi stessi, hanno sotto i loro occhi, proprio nel punto centrale della tela, anche tutti quegli oggetti che tipicamente rappresentano la femminilità e talvolta la sensualità, e che spesso sono richiami fortemente erotici.

 

Tintoretto, Susanna e i vecchioni, particolare , il piede e gli oggetti

Oggetti sparsi a terra, immagini che spiccano per il sapiente tocco di colore metallico luminescente dell’argento e del grigio perlaceo della collana,  oggetti utilizzati dalla donna sul proprio corpo…il velo bianco dalle pieghe lumeggiate che un attimo prima avrà asciugato probabilmente il suo giovane seno, e poi gli anelli,  monili che trovano il loro posto infilati nelle dita di quelle mani che divengono il feticcio di manipolazioni sensuali e di autoerotismo, o collane che trovano il loro posto  attorno al candido collo rievocativo di accattivanti carezze e baci voluttuosi.

Quindi il pettine con il quale la donna si liscerà i capelli che sembrano spighe di grano maturo intrecciate e che esaleranno il loro sensuale profumo, ed infine il porta unguenti la cui sola presenza scatena la fantasia nell’immaginare le mani della Susanna Venere che massaggiano ogni parte del proprio corpo indugiando sulle zone di maggior benessere…la quintessenza della sensualità.

 

Tintoretto, Susanna e i vecchioni, particolare , la pettinatura

D’altra parte questa visione, che molti giudicheranno fetish , non sarebbe la medesima se noi oggi accanto ad una avvenente donna che si sta lavando, ed ignara di essere osservata, vedessimo gettati a terra le sue scarpe con i tacchi a spillo, una giarrettiera, delle calze velate nere, un rossetto aperto color carminio appena utilizzato ?

Quest’ultimi sono articoli dei nostri tempi che hanno un palese richiamo erotico, come probabilmente lo avevano gli oggetti da toilette della donna per i nostri predecessori del cinquecento.

Altro elemento decisamente intrigante presente in questo ambiente mirabilmente dipinto, e qui la letteratura di genere è innumerevole, è lo specchio.

La donna si sta indubbiamente guardano allo specchio che è stato appositamente appoggiato sul pannello floreale, è inclinato in modo tale che lei si possa vedere, scrutare, “spiare” integralmente, ed il suo sguardo è eloquente.

Il pannello di fiori divide in due l’ambientazione della scena  lasciando la donna tranquilla nella sua intimità da una parte ed i vecchioni frementi dall’altra , è un muro, seppur floreale, che separa  la tensione dalla serenità.

Sembra essere conscia della propria bellezza  e della sua sensualità, è quasi sognante, quasi a lasciar presagire il suo ruolo di moglie, donna e amante.

“[…] questa Susanna/Venere è l’immagine di una sposa ardente quanto fedele, che riserva il suo straordinario potenziale erotico allo sposo, committente e spettatore […]”

(Augusto Gentili, Corpo femminile e sguardo maschile, 1999)

È questo quasi un poco  lo schema freudiano descritto dal celebre psicanalista nel suo “Pulsioni e loro destini” (1915): la donna è nuda e mette in evidenza davanti a sé il proprio corpo  utilizzando lo specchio, una sorta di fase di autoerotismo prima che gli occhi dell’amante si posino su di lei. (3)

La fedeltà, un argomento  importante che attraverso il concetto di amore coniugale ci trasporta , per estensione interpretativa, in quello ben più discusso nella storia dell’ uomo e cioè  la fedeltà  al proprio Dio e all’osservanza della propria religione.

Il nostro pictor magistrale ci lascia interpretare liberamente  proprio con quel suo separare le due situazioni, creando una scena dove tutto deve ancora accadere, tenendo separata  la donna, che sta ancora vivendo la sua normale e serena vita, dagli uomini nei quali il cuore e l’anima si sono oramai persi ed hanno rinnegato ciò che sono e ciò che rappresentano.

Nel racconto Susanna non ha dubbi, rimane fedele al proprio Dio, preferisce la morte piuttosto che rinnegarlo cedendo all’ignobile ricatto dei due miscredenti, ma alla fine la sua incondizionata fede verrà ripagata secondo giustizia.

Infatti sebbene sembrasse che tutto fosse perduto giunse d’improvviso la sua salvezza divina per il tramite del giovane Daniele

Allora Susanna ad alta voce esclamò: “Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me”. E il Signore ascoltò la sua voce. Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: “Io sono innocente del sangue di lei!”.  

(Daniele 13, 1-64)

 

NOTE (approfondimenti utili e veloci)

  (1) IL TESTO, DANIELE 13, 1-64

«Abitava in Babilonia un uomo chiamato Ioakìm, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna, figlia di Chelkìa, di rara bellezza e timorata di Dio. I suoi genitori, che erano giusti, avevano educato la figlia secondo la legge di Mosè. Ioakìm era molto ricco e possedeva un giardino vicino a casa ed essendo stimato più di ogni altro i Giudei andavano da lui.

In quell’anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani: erano di quelli di cui il Signore ha detto: “L’iniquità è uscita da Babilonia per opera di anziani e di giudici, che solo in apparenza sono guide del popolo”.

Questi frequentavano la casa di Ioakìm e tutti quelli che avevano qualche lite da risolvere si recavano da loro.

Quando il popolo, verso il mezzogiorno, se ne andava, Susanna era solita recarsi a passeggiare nel giardino del marito.

I due anziani che ogni giorno la vedevano andare a passeggiare, furono presi da un’ardente passione per lei: persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi.

Eran colpiti tutt’e due dalla passione per lei, ma l’uno nascondeva all’altro la sua pena, perché si vergognavano di rivelare la brama che avevano di unirsi a lei.

Ogni giorno con maggior desiderio cercavano di vederla. Un giorno uno disse all’altro:

“Andiamo pure a casa: è l’ora di desinare” e usciti se ne andarono. Ma ritornati indietro, si ritrovarono di nuovo insieme e, domandandosi a vicenda il motivo, confessarono la propria passione. Allora studiarono il momento opportuno di poterla sorprendere sola.

Mentre aspettavano l’occasione favorevole, Susanna entrò, come al solito, con due sole ancelle, nel giardino per fare il bagno, poiché faceva caldo.

Non c’era nessun altro al di fuori dei due anziani nascosti a spiarla.

Susanna disse alle ancelle: “Portatemi l’unguento e i profumi, poi chiudete la porta, perché voglio fare il bagno”.

Esse fecero come aveva ordinato: chiusero le porte del giardino ed entrarono in casa dalla porta laterale per portare ciò che Susanna chiedeva, senza accorgersi degli anziani poiché si erano nascosti.

Appena partite le ancelle, i due anziani uscirono dal nascondiglio, corsero da lei e le dissero: “Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle”.

Susanna, piangendo, esclamò: “Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!”.

Susanna gridò a gran voce. Anche i due anziani gridarono contro di lei e uno di loro corse alle porte del giardino e le aprì.

I servi di casa, all’udire tale rumore in giardino, si precipitarono dalla porta laterale per vedere che cosa stava accadendo.

Quando gli anziani ebbero fatto il loro racconto, i servi si sentirono molto confusi, perché mai era stata detta una simile cosa di Susanna. Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakìm, suo marito e andarono là anche i due anziani pieni di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna.

Rivolti al popolo dissero: “Si faccia venire Susanna figlia di Chelkìa, moglie di Ioakìm”.

Mandarono a chiamarla ed essa venne con i genitori, i figli e tutti i suoi parenti.

Susanna era assai delicata d’aspetto e molto bella di forme; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza. Tutti i suoi familiari e amici piangevano. I due anziani si alzarono in mezzo al popolo e posero le mani sulla sua testa. Essa piangendo alzò gli occhi al cielo, con il cuore pieno di fiducia nel Signore.

Gli anziani dissero: “Mentre noi stavamo passeggiando soli nel giardino, è venuta con due ancelle, ha chiuse le porte del giardino e poi ha licenziato le ancelle. Quindi è entrato da lei un giovane che era nascosto, e si è unito a lei. Noi che eravamo in un angolo del giardino, vedendo una tale nefandezza, ci siamo precipitati su di loro e li abbiamo sorpresi insieme. Non abbiamo potuto prendere il giovane perché, più forte di noi, ha aperto la porta ed è fuggito. Abbiamo preso lei e le abbiamo domandato chi era quel giovane, ma lei non ce l’ha voluto dire. Di questo noi siamo testimoni”.

La moltitudine prestò loro fede poiché erano anziani e giudici del popolo e la condannò a morte.

Allora Susanna ad alta voce esclamò: “Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me”.

E il Signore ascoltò la sua voce.

Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: “Io sono innocente del sangue di lei!”.

Tutti si voltarono verso di lui dicendo: “Che vuoi dire con le tue parole?”.

Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: “Siete così stolti, Israeliti? Avete condannato a morte una figlia d’Israele senza indagare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei”. 

Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: “Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha dato il dono dell’anzianità”.

Daniele esclamò: “Separateli bene l’uno dall’altro e io li giudicherò”.

Separati che furono, Daniele disse al primo: “O invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l’innocente. Ora dunque, se tu hai visto costei, dì: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?”.

Rispose: “Sotto un lentisco”.

Disse Daniele: “In verità, la tua menzogna ricadrà sulla tua testa. già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due”.

Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: “Razza di Cànaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità. Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme?”.

Rispose: “Sotto un leccio”.

Disse Daniele: “In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due e così farti morire”.

Allora tutta l’assemblea diede in grida di gioia e benedisse Dio che salva coloro che sperano in lui. Poi insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di aver deposto il falso, fece loro subire la medesima pena alla quale volevano assoggettare il prossimo e applicando la legge di Mosè li fece morire.

In quel giorno fu salvato il sangue innocente. Chelkìa e sua moglie resero grazie a Dio per la figlia Susanna insieme con il marito Ioakìm e tutti i suoi parenti, per non aver trovato in lei nulla di men che onesto. Da quel giorno in poi Daniele divenne grande di fronte al popolo».

 

(2) CARLO RIDOLFI, (Lonigo 1594 – Venezia 1658) Pittore e scrittore italiano.

Come pittore fu allievo di Antonio Vassillacchi, ma è soprattutto famoso per la sua raccolta di biografie di pittori veneti composta per completare il testo del Vasari che non dava troppo risalto ai pittori veneti, l’opera si intitola “Le Meraviglie dell’ Arte” (1648)

Precedentemente aveva scritto sulla vita del Tintoretto (1642) e del Veronese (1646). Sono scritti spesso arricchiti di aneddoti e curiosità e che comunque rimangono un’opera fondamentale per lo studio della pittura veneta del cinquecento.

 

(3) SIGMUND FREUD (1856-1939)

 

[…] All’inizio della sua attività, la pulsione di guardare è infatti autoerotica: essa ha sì un oggetto, il quale viene però trovato sul proprio corpo. Soltanto in seguito la pulsione viene indotta (attraverso il confronto) a scambiare questo oggetto con un oggetto analogo appartenente a un corpo estraneo (fase a) La fase [autoerotica] preliminare è interessante per il fatto che proprio da essa derivano entrambe le situazioni della coppia antitetica risultante: a seconda che lo scambio venga effettuato a partire da un elemento o dall’altro. Lo schema per la pulsione di guardare potrebbe essere il seguente: a) Contemplare da sé una propria parte sessuale= Esser contemplato in una parte sessuale dalla propria persona b) Contemplare da sé un oggetto estraneo (Piacere attivo di guardare)c) Esser contemplato in un proprio oggetto da una persona estranea (Piacere di mostrare, esibizione).Una fase preliminare di questo genere manca nel sadismo che si rivolge fin da principio a un oggetto estraneo; ciononostante non sarebbe irragionevole costruirla a partire dagli sforzi che il bambino compie per padroneggiare le proprie membra. Per entrambi gli esempi qui considerati vale l’osservazione che la trasformazione della pulsione (attraverso il cambiamento dell’attività in passività e il volgersi sulla propria persona) non viene mai compiuta sull’intero ammontare del moto pulsionale. […]

(S. Freud, “Pulsioni e loro destini”, 1915)

 

BIBLIOGRAFIA

IOSIF BRODSKIJ, Fondamenta degli incurabili”, Ed. Adelphi, 1991 

AUGUSTO GENTILI, “Corpo femminile e sguardo maschile,la pittura veneziana del ‘500”, in Il nudo Eros Natura Artificio, Ed. Giunti, 1999

GILLES NERET, “L’erotismo nella pittura”, Ed. L’Airone editrice, 1992

STEFANO FERRARI, “Bellezza e sessualità a partire da Freud”, Ed. PsicoArt, vol.4, 2014

FABIO CARNAGHI, “Scandali al sole biblici e mitologici”, Ultrafilosofia, 2011

FRANCESCO DE ROSSI DE GASPERIS, ANTONELLA CARFAGNA, “Dai Giudici alla fine del Regno”, vol.2, Ed. EDB, 1999 tratto da “Civiltà Cattolica, 2000, anno 151, volume quarto, quaderni 3607-3612

SIGMUND FREUD, “Pulsioni e loro destini”, 1915

TOM NICHOLS, “Tintoretto, tradition and identity”, Reaction books, 1999

CÄCILIA  BISCHOFF, “Capolavori della pinacoteca”  del Kunsthistorisches Museum di Vienna, 2010

RODOLFO PALLUCCHINI, PAOLA ROSSI, “Tintoretto, le opere sacre e profane”, Ed. Electa, 1990

PAUL LARIVAILLE, “Le cortigiane nell’ Italia del rinascimento” , Ed. Achette, 1975, Ed. Rizzoli, 1983

CARLO RIDOLFI, “Vita di jacopo Robusti detto il Tintoretto, celebre pittore, cittadino veneziano”, appresso Guglielmo Oddoni, Venezia, 1642

Autore articolo: Michele De Martin
Nato a Venezia , più precisamente al Lido, un 9 aprile, diplomato al Liceo Scientifico G.B. Benedetti . Vivo in questa città unica da quel giorno, per mia fortuna, e ho dei meravigliosi ricordi di vita dalla fanciullezza, passando per l’adolescenza e la spensieratezza della giovinezza . E’ una città che vivo tutt’ ora con gioia e passione nonostante sia diventato flebile quell’ eco della antica civiltà che ancora si percepiva tra le antiche mura delle case, tra le calli, nei campi e campielli fino a non troppi anni fa. Amo le pietre, i marmi, l’ acqua, l’arte tutta, espressa in multiformi modi, di questo scrigno di tesori posato sull’ acqua, cresciuto ed arricchito per merito dell’ uomo. Questa città è una perla rara il cui guscio protettivo possiamo solamente essere noi.



Share This