Tintoretto, Ultima Cena di San Marcuola – Interpretazione

Autore articolo: Alessandro Bullo

Tintoretto, Ultima Cena di San Marcuola – Interpretazione

INFORMAZIONI PRINCIPALI

AUTORE: Jacopo Tintoretto

TITOLO: Ultima Cena

COLLOCAZIONE: Presbiterio Chiesa San Marcuola (Sestiere Cannaregio)

DATAZIONE: 1547

DIMENSIONI: 157×443

TECNICA: olio su tela

COMMITTENTE: Isepo Morandello, presidente della Scuola del Sacramento, piccola confraternita che aveva sede nella chiesa di San Marcuola

Tintoretto, Ultima Cena - Chiesa San Marcuola Venezia

Tintoretto, Ultima Cena – Chiesa San Marcuola Venezia

Per la datazione, lo stile e la storia di questo quadro, vedi il mio articolo Tintoretto Ultima Cena Chiesa San Marcuola

L’Ultima Cena di San Marcuola e l’Eucarestia

La tela di San Marcuola, dipinta dal Tintoretto nel 1547, sarebbe il primo esempio di Ultima Cena che ha come tema il sacrificio eucaristico. 

Alessandro Cosma recentemente ha sostenuto che l’Ultima Cena di San Marcuola sarebbe la prima opera a distaccarsi dalla tradizione precedente, che incentrava l’episodio evangelico sul tradimento di Giuda. Nella tela del Tintoretto, gli apostoli sono raffigurati subito dopo la rivelazione che tra di loro vi è un traditore; Giuda viene raffigurato di spalle con la borsa dei trenta denari. L’attenzione dello spettatore, però, è attratta sin dal primo sguardo da ciò che accade al centro del dipinto: Pietro e Giovanni assistono Gesù mentre benedice l’agnello. Sul tavolo, sono collocati il vino e il pane, che alludono al “successivo momento eucaristico, funzionale alle esigenze devozionali della scuole, che viene così collegato esplicitamente al tema del sacrificio di Cristo, nuovo agnus dei” (2015, p. 1359). Non meno importanti sono le due figure femminili ai lati della scena, la Fede a sinistra e la Carità a destra: “simboli della spiritualità eucaristica e dell’attività caritativa della confraternita committente” (Matile, 1997, p. 154)

Secondo Cosma la tela di San Marcuola “anticipa due delle valenze principali di cui l’Ultima Cena si caricherà nella seconda parte del secolo in reazione e in polemica con le posizioni delle chiese riformate: il problema delle specie eucaristiche e quello della carità, ovvero della necessità delle buone opere” (2015, p. 1359).

Nell’Ultima Cena di San Marcuola, Tintoretto raffigura quindi in maniera simbolica il passaggio dal Pesakh, il sacrificio (agnello sulla tavola) tipico dell’antica religione ebraica, al nuovo sacramento eucaristico (pane e vino), basato sui Vangeli.

IL  PESAKH

Il Pesakh è il sacrificio annuale che celebra la liberazione degli Israeliti dall’Egitto (Esodo 12, 1-14; 25-27). Il primo giorno degli Azzimi, ogni famiglia portava un agnello “puro” al tempio, dove il sacerdote lo sacrificava. Alla sera, si teneva il Seder, ossia la cena pasquale, durane la quale veniva servito l’agnello pasquale immolato nel tempio, il pane azzimo e il vino. Al convito dovevano essere presenti almeno dieci persone e doveva essere presieduto da un capofamiglia.

Nell’antica pasqua il sangue dell’agnello aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù d’Egitto. Nella nuova pasqua, è il sangue di Cristo che salva l’umanità intera dalla schiavitù del peccato. L’agnello rappresenta Gesù, come indicato da Giovanni Battista, quando dichiarò che egli è “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1, 29). Il coltello, collocato in primo piano e con la punta rivolta proprio verso Gesù, allude anch’esso simbolicamente al suo futuro sacrificio.

Cristo sta benedicendo l’agnello pasquale (…) si tratta (…) del Banchetto pasquale, la cena che porta a compimento la vecchia legge prima di inaugurare la nuova era. Sono i pani posti sul tavolo ad alludere al momento successivo e a proiettare in avanti il discorso narrativo. La presenza di Cristo, dell’agnello – agnello che non si mangia, ma si contempla – e del pane, allineati esattamente sullo stesso asse, istituisce un sistema di equivalenze simboliche di assoluta chiarezza, e lega, in un arco di continuità logica e temporale, le tappe necessarie al passaggio dal mondo ebraico a quello cristiano.

(Peria, 1997, p. 84)

La Fede, la Carità e la “Comunione sub utraque specie”

Ai lati del quadro, due figure femminili fungono da quinta teatrale alla scena centrale. Generalmente vengono identificate con la Fede e la Carità

Le due donne sono sicuramente delle serve. Soprattutto la figura di destra ha la veste dimessa e i capelli arruffati, che la rendono molto viva e reale. Tintoretto, nel suo strano modo di combinare il sacro e il profano, carica però la figura della popolana di un valore sacro e ultraterreno. Il primo a identificare le due serve come personificazioni allegoriche fu il Moschini: “resta di originale la Cena con la Fede e la Carità dal lato sinistro” (1664, p. 480). La Fede indossa una veste bianca e tiene in mano un calice e corrisponde alla descrizione dell’Iconologia di Cesare Ripa.

Donna vestita di bianco, Che si tenga la destra sopra il petto e colla sinistra terrà un calice , e attentamente lo guardi (…) 
(Ripa, 1765, p. 43)

A destra, la Carità tiene in braccio un bimbo e un vassoio; un altro bimbo, ai suoi piedi, indica qualcosa che sta accadendo dalla parte opposta del quadro (forse indica la borsa dei trenta denari di Giuda). La Carità è sempre rappresentata con dei bimbi, ma di solito sono tre, di cui uno attaccato al suo seno, e indossa una veste rossa.

L’Ivanoff identificava, in modo molto sbrigativo, le due figure femminili ai lati del dipinto come simboli della “Comunione sub utraque specie” (1975, p. 55), ossia sotto le due specie: sia il vino che il pane. L’Utraquismo era un antico dogma cristiano che sosteneva che, durante la comunione, il vino doveva essere somministrato anche ai laici. Le due donne, secondo Ivanoff, sarebbero raffigurate mentre si stanno avvicinando al tavolo, per servire contemporaneamente il vino e il pane, simboli dell’eucarestia “sub utraque specie”.  Questa tesi è stata confermata recentemente dal Benvenuti (1992, pp. 163-164). Come ha giustamente, però, notato Worthen, il piatto sembra contenere della carne, anche se non è certa neppure questa identificazione (1996, p. 719). La spiegazione di Ivanoff è stata criticata e confutata da quasi tutti coloro che successivamente hanno studiato il dipinto. La maggior parte degli studiosi è concorde nell’identificare le due donne con le due virtù teologali della Fede e della Carità.

A parte la difficoltà, già anticipata sopra, di riconoscere la Carità nella serva sulla destra, si pone anche il problema dell’assenza della terza virtù teologale: la Speranza. Difficile accettare la proposta di Antonio Manno, che identifica Gesù stesso con la Speranza (1994 – Scheda 14). Concordo, invece, con Worthen che identifica le due serve con Amor Dei (Carità divina) e Amor Proximi (Carità umana), personificazioni che spesso vengono confuse con Carità e Fede. 

Tintoretto, La Carità o Amor Proximi - Particolare Ultima Cena - Chiesa San Marcuola

Tintoretto, La Carità o Amor Proximi – Particolare Ultima Cena – Chiesa San Marcuola

The women symbolize something like Faith and Charity, but to identify them simply as those two virtues is misleading, if only because, lacking Hope, they suggest an incomplete trio. Within the context of the Scuola del Sacramento, they  form a complete pair personifying its two main obligations: Divine Charìty, in the position of greater honor on Christ’s right, bears the chalice, and Earthly Charity the children. 

(Worthen, 1996, p. 720)

Le due serve, personificazione della Carità Divina e Umana, ben rappresentano l’attività caritativa della confraternita del SS. Sacramento.

L’Ultima Cena di San Marcuola e la Comunione sub specie panis

Nel 1551, il Concilio di Trento dichiarò che con la consacrazione del pane e del vino, vi è la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue; e contemporaneamente che sotto una sola specie (pane o vino) vi è tutto Cristo; per cui mangiando solo il corpo si beve anche il sangue (Cfr. la sessione XIII, “Decreto sul santissimo sacramento dell’eucaristia”).

Il concilio sanciva così per i laici la sola Comunione sub specie panis in contrasto con la Comunione sub utraque specierispondendo così alle accuse dei protestanti, secondo cui i cattolici non ubbidivano al comando del Signore: “prendete e bevete” . 

Anche se la dichiarazione è del 1551, il dibattito sulla “Comunione sub utraque specie” era molto sentito a Venezia come in tutta Europa, da quando Giacomo di Stříbro, professore a Praga, nel 1414, aveva iniziato a sostenere che anche i laici dovevano fare la comunione sub utraque specie. La concessione di bere il vino dal calice anche ai laici, fu quindi richiesta da Lutero fin dal 1520. Risulta quindi difficile accettare l’interpretazione dell’Ivanoff. Importante in questo senso è anche il bicchiere vuoto sul tavolo, accanto a Giuda, che alluderebbe appunto alla comunione “sub utraque specie”. Vi sono infatti due bicchieri sulla tavola: uno vuoto e uno pieno. Quello vuoto si trova vicino a Giuda, come se lui lo avesse appena bevuto. Il bicchiere vuoto è la rappresentazione “visiva e concreta dell’eretico, di colui che reclama o usa anche il vino” (Cosma, 2015, p. 1366).

A San Marcuola, all’interno dello stesso quadro, Tintoretto propone al fedele due momenti distinti: la rivelazione del tradimento e la celebrazione della comunione. Nelle versioni successive, dedicate allo stesso tema, soprattutto quelle della chiesa di San Polo (1570) e della Scuola Grande di San Rocco (1578-1581), Tintoretto mostrerà di aderire in modo più evidente alle scelte iconografiche tridentine, privilegiando il momento eucaristico a quello del tradimento di Giuda.

Per quanto riguarda il tema dell’ Ultima cena, si può osservare come esso subisca un radicale cambiamento iconografico a partire dal concilio di Trento. Nelle cappelle del Sacramento tardocinquecentesche si possono distinguere, secondo Cope, tre stadi all’interno di uno sviluppo che tende a una rappresentazione sempre più chiara della istituzione del Sacramento, a seconda del momento scelto: la consacrazione del pane, l’adorazione e infine la distribuzione del Sacramento, con un’enfasi crescente sul suo aspetto miracoloso e divino.

(Mason Rinaldi, 1990, p. 187)

L’Ultima Cena di San Marcuola anticipa quindi questo “cambiamento iconografico”. Come già evidenziato da Beatrice Peria (1997, p. 84) e Alessandro Cosma (2015), Cristo non sta benedicendo il pane ma l’agnello pasquale. Il pane sul tavolo allude, però, al momento successivo, proiettando in “avanti il discorso narrativo”: il sacrificio di Cristo (coltello sulla tavola) e la conseguente celebrazione dell’Eucarestia, ossia la miracolosa transustanziazione del pane e del vino. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
  • M. Boschini, Le miniere della pittura veneziana, Venezia, 1664;
  • C. Ripa, Iconologia, Tomo Terzo, Perugia, 1765;
  • N. Ivanoff, Il Ciclo Eucaristico di S. Giorgio Maggiore a Venezia, in “Notizie da Palazzo Albani”, Anno IV n. 2/1975;
  • M. E. Cope, The Venetian Chapel of the Sacrament in the Sixteenth century, New York, 1978;
  • R. Pallucchini, P. Rossi, Tintoretto, l’opera sacra e profana, 2 voll., Milano 1982;
  • T. Pignatti – F. Valcanover, Tintoretto, Milano, 1985;
  • S. Mason Rinaldi, Un percorso nella religiosità veneziana del Cinquecento attraverso le immagini eucaristiche , in La Chiesa di Venezia tra Riforma Protestante e Riforma Cattolica, a cura di G. Gullino, Venezia 1990;
  • A. Manno, Tintoretto Sacre Rappresentazioni nelle Chiese di Venezia, 2, Venezia, Chiesa di San Bartolomeo, 15 gennaio-1 maggio 1994, Venezia, 1994;
  • T. Worthen, Tintoretto’s Paintings for the Banco del Sacramento in S. Margherita, in «The art bulletin», 78, 4 (1996), pp. 707-732;
  • B. Peria, Tintoretto e l’Ultima Cena, in Venezia Cinquecento Studi di storia dell’arte e della cultura, Anno VII n. 13, Roma, 1997;
  • M. Matile, Quadri laterali, ovvero conseguenze di una collocazione ingrata Sui dipinti di storie sacre nell’opera di Jacopo Tintoretto, in Venezia Cinquecento. Studi di storia dell’arte e della cultura, Anno VI n. 12, Roma, 1997;
  • F. Benvenuti, Il Tintoretto e la religiosità della civiltà veneziana del Cinquecento, in “Arte Documento”, 1992, n. 6;
  • A. Cosma, Sub specie panis: l’Ultima Cena a Venezia nel Cinquecento, in La civiltà del pane. Storia, tecniche e simboli dal Mediterraneo all’Atlantico, a cura G. Archetti, Atti del convegno internazionale di studio (Brescia, 1-6 dicembre 2014), Spoleto, 2015, pp. 1357 -1382.
Autore articolo: Alessandro Bullo
Autore articolo: Alessandro Bullo
 Alessandro Bullo è laureato in lettere con indirizzo artistico (Tesi di Laurea: “La scultura del XVI secolo nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo”), vive e lavora a Venezia. Due grandi passioni: VENEZIA, sua città natale, e il cinema NOIR americano

0 Comments

Trackbacks/Pingbacks

  1. Tintoretto Ultima Cena - Chiesa San Marcuola - […] Per l’interpretazione iconografica del dipinto vedi il mio articolo Tintoretto, Ultima Cena di San Marcuola – Interpretazione. […]