Ad un passo dall’aurora – Arthur Schnitzler ambientato a Venezia

Ad un passo dall’aurora – Arthur Schnitzler ambientato a Venezia

Ad un passo dall’aurora è un film del 1989 interpretato da Gerardo Amato e Tinì Cansino. Questa storia si svolge a Venezia ancora durante il Carnevale. Il film fu diretto da Mario Bianchi.

La storia

Al cardiologo Riccardo Varchi (interpretato da Gerardo Amato, fratello del più noto Michele Placido) la vita sembrerebbe non aver fatto mancare proprio nulla: ha una bella famiglia, composta dalla moglie Lorenza (interpretata da Barbara Giommi) e dalla figlia piccola Giulia, una domestica di servizio, vive in una bella casa ed è uno stimato professionista. Che altro desiderare di più?

Eppure Riccardo sembra non assaporare appieno la buona sorte toccatagli, mostrandosi alquanto inquieto e apparentemente desideroso di “alzare l’asticella”.

Una sera, appena coricatosi, riceve una telefonata: si tratta di Marianna (interpretata da Patrizia Falcone), figlia del giudice Levri, che lo prega di accorrere con urgenza, poiché il padre è stato colpito dall’ennesima crisi cardiaca. Riccardo si precipita immediatamente ma, appena giunto, non può far altro che constatarne l’avvenuto decesso per arresto cardiaco. La figlia è comprensibilmente sconvolta e, nel tentativo di consolarla, Riccardo ha l’occasione di tentare un approccio più “ravvicinato”, peraltro ricambiato dalla donna, ma alla fine preferisce desistere, data l’evidente inopportunità dovuta alla tragica situazione, e allontanarsi.

Di ritorno a casa, Riccardo sosta in un albergo per procurarsi da fumare e qui casualmente fa la conoscenza di Lù (interpretata da Tinì Cansino), una giovane donna che si prostituisce nelle camere d’albergo, che lo prega d’accompagnarla a casa dove, una volta giunti, Riccardo ha un’ulteriore opportunità di approccio, vanificata però dall’improvviso rientro di “Stella” (interpretata da Franco Caracciolo, rip), un travestito che condivide l’appartamento con Lù.

Sfumata anche questa seconda occasione, Riccardo decide di entrare in un “bacaro” a bersi una birra e qui nota, intento a suonare il piano, Alessandro (interpretato da Pier Maria Cecchini), un amico di vecchia data che rivede dopo vent’anni. L’incontro tra i due è alquanto fugace: Alessandro gli rivela infatti di doversi recare per lavoro in un altro luogo per suonare a una festa privata, riservata solo a pochi invitati selezionati. L’indiscrezione solletica Riccardo che insiste per prendervi parte, malgrado i tentativi di dissuasione di Alessandro che, alla fine, cede alle insistenze dell’amico, gli dà appuntamento tra un’ora a un pontile d’imbarco e gli raccomanda di procurarsi un costume e una maschera presso una certa bottega. Riccardo vi si reca immediatamente e, mentre sta scegliendosi un costume, ancora per caso conosce Valeria (interpretata da Adriana Russo), la figlia minorata del noleggiatore di costumi (interpretato da Renzo Rinaldi) che gli si offre e che il padre costringe a prostituirsi.

Giunto all’appuntamento con Alessandro, prima di salire a bordo d’una barca che trasporta gli altri invitati (tutti rigorosamente in costume nero e con il volto coperto da una maschera dello stesso colore), viene da questi informato che la parola d’ordine per accedere alla festa è “Ad un passo dall’aurora”.

L’imbarcazione conduce tutti i partecipanti a un palazzo, in cui si manifesta un celebrante, per contro, con un costume e una maschera bianchi a dichiarare l’inizio della festa: Riccardo viene invitato a ballare da una donna mascherata, che tenta inutilmente di metterlo in guardia dai gravi rischi che sta correndo. Nel frattempo, il celebrante ha subito compreso la presenza d’un intruso che solo Alessandro può avere portato e dunque costringe con le maniere forti quest’ultimo a rivelare nome e professione dell’amico Riccardo che, con un tranello, viene a sua volta costretto a togliersi la maschera.

 

Ad un passo dall'aurora (1989)

Ad un passo dall’aurora (1989)

Per Riccardo la situazione si fa davvero critica: viene minacciato e ricattato dal celebrante stesso, a meno che non esegua gli ordini che riceverà con una telefonata, pena l’incolumità dei propri cari. Rientrato a casa, nasconde il costume e, alle domande della moglie, si limita a riferirle solo il decesso del giudice suo paziente. Di lì a breve arriva la telefonata e l’ordine che riceve è di effettuare una trasfusione di sangue (che si scoprirà essere infetto da AIDS) su una giovane donna ricoverata d’urgenza all’ospedale e poi recarsi al palazzo della festa mascherata.

Ritornatovi la seconda volta, Riccardo si trova in una situazione ancora più critica di quand’era stato smascherato: viene preavvertito che riceverà un’ulteriore telefonata, gli viene in parte svelato il ricatto alla base del suo coinvolgimento e ora il misterioso padrone di casa tiene Alessandro in ostaggio e, per di più, intende verificare se Riccardo ha veramente ottemperato all’ordine ricevuto. Messo alle strette, Riccardo ammette di averlo ignorato. La conseguente punizione è immediata: lo stesso padrone di casa inietta un liquido nell’avambraccio d’una figura mascherata, il cui unico dettaglio visibile è uno strano tatuaggio. Riccardo tenta di ribellarsi, urlando e divincolandosi, ma viene presto sopraffatto.

Verso casa, acquistato un quotidiano, apprende del tentato suicidio d’una giovane donna, che Riccardo capisce trattarsi di Lù; dapprima si reca a casa sua, dove trova “Stella” disperata poi, rientrato precipitosamente all’ospedale, scopre che purtroppo Lù è ormai deceduta. Nella camera mortuaria le brutte sorprese non finiscono per Riccardo: sull’avambraccio di Lù sembra riconoscere lo stesso tatuaggio della figura mascherata visto poco tempo prima. Esce di corsa sconvolto dall’ospedale e rientra a casa, dove trova sul proprio letto il costume noleggiato per la festa misteriosa.

Decide di confessare l’intera vicenda alla moglie, che non sembra darsi eccessiva pena: per lei, il passato è passato, più importante è vivere il presente. Mentre la famiglia è riunita per la prima colazione, il telefono squilla e qui si conclude il film con il finale aperto: non è infatti dato sapere se Riccardo deciderà di rispondere oppure soprassedere.

Mario Bianchi: un curioso caso d’omonimia per un figlio d’arte

A questo punto, prima d’entrare in medias res, è forse preferibile chiarire un potenziale equivoco: qualcuno forse ricorderà che il compianto conduttore televisivo Mike Bongiorno (rip), nei telequiz trasmessi sulle reti Mediaset, era solito lanciare gli intermezzi pubblicitari con la frase “A te, Mario Bianchi!” oppure “Vai, Mario Bianchi, dalla regia!”

Ebbene, si tratta d’un curioso caso d’omonimia: esistono infatti due registi (uno televisivo e l’altro cinematografico) di nome Mario Bianchi. Quello televisivo è il Mario Bianchi più giovane: è infatti nato nel 1948 a Casale Monferrato. Per contro, quello cinematografico, è nato alcuni anni prima, nel 1939 a Roma e, per di più, è anche figlio d’arte: suo padre è infatti Roberto Bianchi Montero, che dapprima fu attore, a cavallo tra il 1939 e il 1943, e subito dopo regista cinematografico, dal 1946 al 1982 (morì nel 1986). Per fare pubblica ammenda, confesso di averne visto un solo film, La bravata (1977).

Prima di Eyes Wide Shut di Kubrick
Doppio sogno di Arthur Schnitzler e il cinema a Venezia … 
Richiamando il precedente post di Alessandro Bullo sul film Nudo di donna (1981), che richiama, per quanto indirettamente, il romanzo breve Doppio sogno (titolo originale: Traumnovelle) del viennese Arthur Schnitzler, vorrei tentare di completare l’argomento aggiungendo che, già molti anni prima dell’uscita di Eyes wide shut, ultimo capolavoro diretto dal compianto Stanley Kubrick, il romanzo di Schnitzler era stato fonte d’ispirazione (per quanto distopica) di altri due cineasti, ambedue italiani: prima per il nisseno Beppe Cino, nel film Il cavaliere, la morte e il diavolo (1983) e poi, appunto, per Mario Bianchi. Anche la pellicola di Cino è in qualche modo legata a Venezia: quell’anno venne infatti proiettata in una sezione fuori concorso della 40^ Mostra internazionale d’arte cinematografica.

Sarebbe certo suggestivo e magari anche illusorio ritenere che Kubrick, prima di dirigere Eyes wide shut, avesse già visto le predette pellicole; se proprio si vuole tentare un sogno (tanto per restare in tema…) questa volta a occhi aperti, immaginando che, per assurdo, Kubrick già ne fosse a conoscenza, disponendo d’un budget elevatissimo da potersi permettere attori del calibro, tra tutti, di Tom Cruise e Nicole Kidman, verrebbe da concludere che al limite, forse, Kubrick si sarebbe regolato su come NON girare il film che sarebbe stato il suo ultimo.

Il curioso punto in comune tra le predette pellicole è che si pone l’ambientazione in luoghi diversi dalla Vienna del romanzo originale e, dato che Mario Bianchi ha usato la cortese compiacenza di ambientare e girare questo film qui a Venezia, come segno di riconoscente gratitudine, vorrei stendere un velo pietoso e sorvolare su tutti gli innumerevoli altri film di genere pornografico da lui diretti con i più svariati pseudonimi.

Le principali locations veneziane del film

 

Immagine di Palazzo Ducale tratta dal film Ad un passo dall'aurora

Immagine di Palazzo Ducale tratta dal film Ad un passo dall’aurora

Già dai titoli di testa scorrono le immagini di Piazza San Marco con i costumi in maschera del carnevale veneziano; nel prosieguo della pellicola, gli altri luoghi veneziani che compaiono sono:

  • l’abitazione della famiglia Varchi si trova nel sestiere di Dorsoduro, di fronte al Ponte de Ognisanti, separata dall’omonimo rio dal complesso dell’ospedale Giustinian; se ipoteticamente Riccardo Varchi lavorasse invece in quest’ultimo, sarebbe davvero il caso di utilizzare l’espressione “casa e bottega”!
  • il locale dove Riccardo incontra Alessandro si chiama “Linea d’ombra” e si trova ancora nel sestiere di Dorsoduro, ai piedi del Ponte de l’Umiltà, lungo la fondamenta delle Zattere che porta in punta della Salute.
  • la bottega dove Riccardo noleggia il costume per la festa notturna in maschera si trova in Campiello Pisani, adiacente al Conservatorio Benedetto Marcello.
  • la festa notturna in maschera si svolge invece a Villa Heriot, ubicata alla Giudecca, in Calle Michelangelo (dietro le Zitelle), oggi sede dell’Università Internazionale dell’Arte.
  • la sede di lavoro di Riccardo, essendo medico, è conseguentemente l’Ospedale Civile, situato in Campo San Giovanni e Paolo.
  • prima di tornare di giorno in barca alla villa della festa in maschera, Riccardo transita per i tavoli all’aperto di un ristorante, ancora nel sestiere di San Marco, lungo il Rio de le Ostreghe.
  • rientrando a casa in tarda serata, Riccardo acquista un quotidiano (dove legge che Lù è stata ricoverata per avere tentato il suicidio) nell’edicola di Campo San Pantalon, sestiere di Dorsoduro.
Curiosità

• Adriana Russo aveva precedentemente recitato, nel 1988, nel film giallo diretto da Mario Bianchi Non aver paura della zia Marta, pellicola inserita nel ciclo Lucio Fulci presenta.

• Ancora Adriana Russo e Tinì Cansino avevano precedentemente recitato insieme, nel 1987, nel film erotico Delizia, diretto da Dario Donati (ennesimo pseudonimo di Aristide Massaccesi, meglio noto come Joe D’Amato).

• Per contro, Patrizia Falcone e Pier Maria Cecchini avevano recitato insieme lo stesso anno (1989) nell’horror/thriller Massacre, diretto da Andrea Bianchi (escluderei eventuali parentele con Mario Bianchi), anche questa pellicola inserita nel ciclo Lucio Fulci presenta.

• Invece Gerardo Amato, nel precedente film interpretato (I frati rossi del 1988 diretto da Gianni Martucci), si trova a che fare con misteriose figure completamente coperte e incappucciate di rosso.

• In un’intervista del 1998, l’ex attrice e fotomodella Luciana Ottaviani (nota anche come Gilda Germano prima e Jessica Moore poi, presente in due film di Mario Bianchi, Riflessi di luce e il già citato Non aver paura della zia Marta, entrambi del 1988), dichiarò che Mario Bianchi era il regista con il quale s’era trovata meglio a recitare.


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