Chi l’ha vista morire? Un cast internazionale per una co-produzione italo-germanica

Chi l’ha vista morire? Un cast internazionale per una co-produzione italo-germanica

Chi l’ha vista morire? è un thriller del 1972 ambientato a Venezia lo stesso anno con protagonisti l’australiano George Lazenby e la svedese Anita Strindberg, diretto da Aldo Lado alla seconda prova, dopo La corta notte delle bambole di vetro.

La storia

Tutto ha inizio da un antefatto: nel 1968, in una località francese, una bambina dai capelli rossi (dettaglio da non trascurare), giocando sulla neve con la governante Ginevra Roussel (interpretata da Dominique Boschero), s’allontana per pochi attimi, finendo vittima d’un misterioso omicida in abiti femminili, che ne occulta frettolosamente il corpicino nella neve. Il delitto resta irrisolto e finisce archiviato; Ginevra si trasferisce a Venezia, cambia nome e attività, diventa Ginevra Storelli, collaboratrice e socia (e, secondo alcune voci indiscrete, anche amante) di Serafian (interpretato da Adolfo Celi, rip), un mercante d’arte spesso all’estero per lavoro.

La vicenda prosegue nel 1972 a Venezia, dove vive Franco Serpieri (interpretato da George Lazenby), uno scultore sposato con Elizabeth (interpretata da Anita Strindberg): i due hanno una figlia dai capelli rossi, di nome Roberta (interpretata da Nicoletta Elmi), che vive con la madre ad Amsterdam. Tra i conoscenti e amici di Franco vi sono un giornalista (interpretato dal veneziano Piero Vida, rip), Filippo Venier (interpretato da Peter Chatel, rip), appassionato di scherma e amante di Ginevra Storelli, Gabriella (interpretata da Rosemarie Lindt), oltreché Serafian stesso, principale acquirente delle opere di Franco. Roberta giunge a Venezia per trascorrere del tempo col padre, ma dopo breve tempo scompare inspiegabilmente, dopo avere giocato con altri bambini. Preoccupato, Franco la cerca ovunque, si rivolge anche al sacerdote della parrocchia, padre James (interpretato da Alessandro Haber), ma inutilmente: una mattina in Canal Grande affiora il corpo senza vita della povera bambina.

Elizabeth giunge immediatamente a Venezia: lei e il marito sono terribilmente sconvolti e Franco, nutrendo scetticismo sulle indagini del commissario De Donato (interpretato da Sandro Grinfa), si mette a indagare per conto proprio. L’amico giornalista, dopo una ricerca nell’archivio del giornale, l’informa che l’anno precedente a Venezia era stata uccisa un’altra bambina dai capelli rossi, figlia d’un operaio vetraio. Franco si reca sul luogo di lavoro per incontrarlo, sperando d’ottenere informazioni utili, ma l’uomo si mostra alquanto reticente, non intendendo rivangare un evento doloroso, per lui non ancora del tutto superato.

Sospettando vi sia sotto più di qualcosa, Franco decide d’insistere e di recarsi a casa dell’uomo, ma in giardino s’imbatte in un altro individuo, che parrebbe non c’entrare nulla: in realtà questi conosce bene sia l’operaio che la sua situazione e, invitato Franco a giocare a ping-pong, gli menziona l’avvocato Nicola Bonaiuti (interpretato da José Quaglio, rip), noto professionista (ma al tempo stesso “chiacchierato” d’avere partecipato con altri notabili veneziani a feste equivoche con dei minorenni), che s’era interessato al caso dell’operaio, trovandogli un’occupazione.

Franco decide d’andare a parlare con l’avvocato: mentre attende d’essere ricevuto, nota un giovane in stampelle (interpretato da Giovanni Forti Rosselli) che, uscendo, lancia delle minacce ai suoi interlocutori, asserendo che “l’avrebbero pagata cara”; subito dopo esce Serafian che, visto Franco, gli porge le condoglianze. Durante il colloquio, a muso duro Franco non si fa scrupolo nel riportare a Bonaiuti le voci sul suo conto, venendo subito messo alla porta; decide allora di pedinare l’avvocato, che si reca in un circolo di scherma, al quale sono iscritti sia Filippo che Ginevra, entrambi già conoscenti di Bonaiuti. Ginevra confida a Franco di avere informazioni importanti da riferirgli e gli dà appuntamento alle dieci di sera in un cinema del centro. Ma qualcuno, da dietro una tenda, ha assistito non visto a quel breve dialogo …

A questo punto inizia una lunga scia di sangue che coinvolge quasi tutte le persone sospettate ed è proprio Ginevra a rimetterci la vita per prima: mentre attende Franco nella sala cinematografica, qualcuno, sedutosi dietro a lei, la strangola con un laccio e, quando arriva, Franco la trova già priva di vita. Sospettando di Bonaiuti, Franco torna a casa di questi per affrontarlo, ma l’avvocato è in grado di dimostrare la propria estraneità al delitto e avverte inoltre Franco di guardarsi da Serafian. Rimasto solo, Bonaiuti estrae dalla cassaforte una busta sigillata che Ginevra gli aveva consegnato in precedenza, da aprirsi solo dopo la sua morte: così facendo, l’avvocato vi trova un articolo, pubblicato in un quotidiano francese, sull’omicidio d’una bambina dai capelli rossi avvenuto quattro anni prima in una località transalpina, in cui è riportato anche un nome già noto … Poi Bonaiuti infila la busta sigillata in un’altra per inviarla proprio a Franco e, infine, prepara i bagagli.

Nel frattempo il commissario interroga Serafian, ma questi ha ben poco da riferire, se non d’avere trovato due biglietti aerei intestati a Ginevra e a un certo François Roussel, persona a lui sconosciuta, precisando d’essere a sua volta in partenza per l’estero per lavoro. Nottetempo Franco s’introduce in casa di Serafian e, rovistando nei cassetti, trova delle siringhe e un contenitore con all’interno con ogni probabilità droga, vede delle foto alle pareti di Ginevra in pose discinte, nonché un proiettore con alcune pellicole sparse ma, mentre osserva le foto, viene colpito alla testa e perde i sensi. Quando si riprende, ciò che ha visto è stato completamente rimosso.

Mentre Bonaiuti sta per partire, qualcuno in abiti femminili s’è introdotto di soppiatto in casa, deciso a farlo tacere per sempre; l’avvocato è la vittima successiva e il misterioso omicida, compiuto il delitto, scopre che questi ha già inviato la busta sigillata a Franco.

In cerca di Serafian, Franco capisce che in realtà questi è rimasto a Venezia; aggirandosi all’interno dell’ex Mulino Stucky, tenta di raggiungerlo, ma è a sua volta pedinato da un terzo personaggio, sotto lo sguardo impassibile di Serafian. L’individuo misterioso tenta di far precipitare Franco nel vuoto, ma questi si salva e l’insegue; viene poi ferito a una mano e rischierebbe di perdere la vita, se non fosse per l’intervento provvidenziale del giovane in stampelle, incrociato in precedenza nello studio dell’avvocato Bonaiuti, che mette in fuga l’aggressore sparandogli.

Il giovane disabile ospita Franco in casa per medicarlo e gli rivela di chiamarsi Francesco Storelli (o François Roussel) e d’essere il figlio di Ginevra; ammette d’essere stato lui a tramortire Franco in casa di Serafian, dov’era anche lui penetrato in cerca di prove sull’omicidio della madre, poi proietta a Franco un breve filmato che mostra Ginevra, Bonaiuti e Serafian in un menage à trois sado-maso, con un quarto partecipante, inquadrato di spalle, mentre s’inietta droga. Con amarezza, Francesco commenta che la madre facesse ciò perché costretta.

 

Locandina Chi l'ha vista morire

Locandina Chi l’ha vista morire?

L’amico giornalista informa Franco dell’omicidio di Bonaiuti e l’invita, inutilmente, a non correre troppi rischi, poiché Franco s’è già diretto a casa di Serafian, dove ascolta un colloquio (in realtà pre-registrato) tra due voci concitate, una di Serafian, che minaccia l’interlocutore di non essere più disposto a coprirlo, soprattutto dopo i recenti delitti premeditati. A Franco ora è del tutto evidente che Serafian non solo sa il nome dell’omicida, ma lo conosce personalmente; purtroppo Serafian, che Franco trova già cadavere, trafitto da una pugnalata, non può più rivelare nulla. Subito dopo Franco viene assalito alle spalle da Filippo: Franco l’accusa degli omicidi, ne segue una colluttazione, durante la quale Filippo si discolpa accusando il “fratello di Serafian”, poi riesce a dileguarsi.

Elizabeth, rientrando a casa, trova nella cassetta della posta la busta inviata dall’avvocato Bonaiuti, ma non ha tempo d’aprirla, poiché avverte che qualcun altro s’è introdotto nell’androne del palazzo: spaventata, dopo essersi trovata faccia a faccia con l’assassino, riesce a fuggire e si rifugia nella chiesa di padre James, dove viene informata dal sacrestano del rientro imminente del prete.

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Anche se “Non siamo mica gli Americani!” però, dai, anche noi Italiani nel nostro piccolo …

Parafrasando il titolo del secondo disco di Vasco Rossi (quello con la canzone Albachiara, per intenderci), vorrei far notare questa singolare coincidenza: nel 1970 nelle sale cinematografiche statunitensi uscirono tre western: Il piccolo grande uomo (Little Big Man, diretto da Arthur Penn, con Dustin Hoffman, Martin Balsam e Faye Dunaway), Un uomo chiamato Cavallo (A Man Called Horse, diretto da Elliot Silverstein, con Richard Harris) e Soldato blu (Soldier blue, diretto da Ralph Nelson, con Candice Bergen, Peter Strauss e Donald Pleasance). Queste pellicole avevano in comune vicende viste dall’ottica dei Pellirosse, anziché da quella dei pionieri diretti alla conquista dell’ovest, com’era per lo più consueto, fatta salva qualche isolata eccezione.

Anche se magari non v’era alcuna intenzione pianificata, personalmente mi solletica l’idea che in Italia, per controbattere allo “strapotere americano” (in senso ironico, ovviamente …), siano uscite nel 1972 nelle sale nazionali tre pellicole di genere giallo/thriller aventi per tema comune l’uccisione di bambini e, a tale riguardo, si ricordano Non si sevizia un paperino (diretto da Lucio Fulci, con Florinda Bolkan, Barbara Bouchet, Irene Papas, Tomas Milian e Marc Porel) – che, curiosamente, ha anche alcune analogie col film di Lado, ma preferirei non aggiungere altro per non svelarne il finale – e Mio caro assassino (diretto da Tonino Valerii, con George Hilton, Marilù Tolo, William Berger, Salvo Randone, Corrado Gaipa e l’allora bambina Lara Wendel).

Volendo, si potrebbe pure rincarare la dose aggiungendovi un quarto titolo, anch’esso girato a Venezia e uscito l’anno successivo, per la regia di Nicolas Roeg, con Donald Sutherland, Julie Christie e Massimo Serato: A Venezia … un dicembre rosso shocking, ma ciò sarà oggetto d’un prossimo post

Le principali locations veneziane del film

Questa pellicola è davvero ricca di angoli e scorci veneziani:

– la prima location è l’aeroporto Marco Polo di Tessera, dove atterra l’aereo proveniente da Amsterdam dal quale sbarca la piccola Roberta Serpieri; seguono poi delle riprese di Piazza San Marco e del Canal Grande all’altezza di Ca’ Dario e Palazzo Guggenheim

– la casa (con altana) di Franco Serpieri è il primo esempio di duplice ubicazione distopica. L’altana non è di facile individuazione: due campanili inquadrati corrispondono, con ogni probabilità, a Santa Maria Materdomini e a San Stae, mentre il terzo è in realtà la torretta di Palazzo Mocenigo (sede del Museo della Storia del Tessuto e del Costume, in Salizada San Stae); l’altana quindi dovrebbe affacciarsi su Campo San Polo. La casa invece è situata in tutt’altro luogo, nel Palazzo delle Generali a Santo Stefano, nei pressi del Conservatorio Benedetto Marcello

– il bar con i tavolini all’aperto dove Franco e gli amici s’incontrano si trova in realtà in una zona retrostante tra le Zattere e la Chiesa della Salute, per l’esattezza all’incrocio tra il Rio Terà dei Catecumeni e il Rio Terà ai Saloni che, come i nomi suggeriscono, sono due canali interrati

– la chiesa di padre James è il secondo esempio di duplice ubicazione distopica, nel senso che la facciata esterna corrisponde alla Chiesa di San Gregorio, anch’essa situata in una zona retrostante la Chiesa della Salute, mentre l’interno corrisponde alla Chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, nei pressi di Santa Marta, esempio di chiesa paleocristiana, da mie reminiscenze liceali di storia dell’arte

– l’interno del palazzo di Serafian corrisponde a un palazzo sul Canal Grande esattamente di fronte a Ca’ Dario

– il campo dove Roberta gioca con altri bambini è un’altra ben nota e suggestiva location, ossia Campiello Barbaro, all’epoca in parte in terra battuta, oggi con un’aiuola recintata.

 

Campiello Barbaro in una scena del film giallo Chi l'ha vista morire? di Aldo Lado

Campiello Barbaro in una scena del film giallo Chi l’ha vista morire? di Aldo Lado

– il corpo senza vita di Roberta affiora in Canal Grande, nella zona di Rialto, all’altezza del mercato di frutta e verdura, nei pressi di Campo Bella Vienna

– il funerale di Roberta si svolge alle Fondamente Nuove, alle spalle dell’Ospedale Civile, da dove poi la bara viene trasportata in barca al Cimitero sull’Isola di San Michele

– il giardino dove Franco è invitato a giocare a ping-pong si trova nei pressi della Chiesa di San Trovaso, all’interno di Ca’ Bembo, attualmente sede di parte del Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Università Ca’ Foscari

– dopo il primo burrascoso colloquio con l’avvocato Bonaiuti, in esito al quale Franco viene cacciato, questi, prima di pedinare l’avvocato, telefona da un’osteria situata in Calle del Magazen, retrostante il Campiello dei Meloni, tra i campi San Polo e Sant’Aponal

– il cinema dove Ginevra Storelli dà appuntamento a Franco era all’epoca il Teatro Cinema Progresso, in Strada Nova; da tempo quel cinema non esiste più, attualmente al suo posto c’è il negozio d’una catena di vendita di detersivi, profumi e articoli per la casa che ha mantenuto l’anacronistica insegna

– alcune scene drammatiche e cariche di tensione si svolgono all’interno dell’ex Mulino Stucky (all’epoca deserto e in stato d’abbandono), che sorge nell’Isola di Sacca Fisola affacciandosi sul Canale della Giudecca; negli anni successivi è stato restaurato e recuperato, diventando un hôtel di lusso a cinque stelle d’una catena statunitense internazionalmente nota.

 

Mulino Stucky - Interno prima del restauro

Mulino Stucky – Interno prima del restauro

– il finale si svolge sul sagrato della Chiesa della Salute che, curiosamente, non viene inquadrata; Franco ed Elizabeth, a bordo d’un motoscafo, s’allontanano verso il Bacino di San Marco, peraltro senza salutare nessuno …

Curiosità

  • Aldo Lado ritornerà a Venezia un decennio dopo (1982/1983) a girarvi la serie televisiva a episodi per ragazzi La pietra di Marco Polo
  • Dei quattro sceneggiatori, Massimo D’Avack e Francesco Barilli firmeranno insieme anche la sceneggiatura d’un thriller successivo, Il profumo della signora in nero, uscito nel 1974 per la regia dello stesso Barilli (con Mimsy Farmer, Maurizio Bonuglia, Mario Scaccia, Orazio Orlando e Daniela Barnes, nome anagrafico di Lara Wendel)
  • Anche nel precedente primo thriller di Lado del 1971, La corta notte delle bambole di vetro (con Jean Sorel, Ingrid Thulin, Mario Adorf e Barbara Bach), recitano anche Piero Vida e José Quaglio, il primo nel ruolo d’un commissario e il secondo, curiosamente, ancora d’un avvocato; i due reciteranno ancora insieme anche in Giordano Bruno (1973) di Giuliano Montaldo e Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci
  • Alla domanda di Serafian “In quale mese sei nata?”, Roberta risponde: “Febbraio!”, il che corrisponde a realtà, poiché Nicoletta Elmi è davvero nata il 13 febbraio (non specifico di quale anno, trattandosi d’una gentile signora …)
  • Nella versione inglese (intitolata Who saw her die?) Roberta afferma di vivere a Londra, anziché ad Amsterdam e il personaggio di Filippo Venier si chiama Philip Vernon
  • Nelle scene finali della versione italiana il commissario De Donato dichiara alla stampa che padre James è un falso prete, il che non risulta nella versione inglese
  • Per George Lazenby fu il quarto film della carriera; indubbiamente rimane più noto per avere interpretato una sola volta l’agente segreto 007 nel film del 1969 Agente 007-Al servizio segreto di Sua Maestà (On Her Majesty’s Secret Service) in sostituzione nientepopodimenoche di Sean Connery, con risultati ritenuti alquanto deludenti: del resto, sostituire un “mostro” già sacro allora come l’attore scozzese era un compito fin dall’inizio al limite dell’impossibile
  • José Quaglio e Alessandro Haber avevano recitato insieme ne Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci
  • Piero Vida e Nicoletta Elmi, all’epoca undicenne, interpreteranno successivamente ruoli secondari in Profondo rosso (1975) di Dario Argento
  • Piero Vida e Alessandro Haber reciteranno insieme anche in Duri a morire (1979) di Joe D’Amato


Autore articolo: BIZZI
 Bizzi scrive articoli su curiosità e notizie riguardanti film ambientati a Venezia, palcoscenico reale e immaginario del cinema.



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