FILIPPO TOMMASO MARINETTI E LA VENEZIA FUTURISTA

Autore articolo: Francesca Borghesan

FILIPPO TOMMASO MARINETTI E LA VENEZIA FUTURISTA

Chi passeggiò in Piazza San Marco l’8 luglio 1910, di certo si sarà trovato coinvolto in una singolare propaganda: dei giovani uomini stavano lanciando dalla Torre dell’Orologio dei volantini sulla folla sottostante. 800.000, per la precisione. Il contenuto era particolare, non sicuramente un atto d’amore spassionato per la bella città che ospitava Filippo Tommaso Marinetti e compagni: riprendeva infatti il celebre scritto “Contro Venezia passatista”, datato 27 aprile 1910.

Nel seguente video l’attore teatrale Carmelo Bene ricorda questo evento, leggendo il testo del Marinetti.

Il Marinetti (Alessandria d’Egitto 1876- 1944 Bellagio, Repubblica di Salò) è conosciuto come il fondatore e teorico del movimento letterario, e artistico nella sua accezione più ampia, del Futurismo.   

In breve, in un’epoca storica di così forte cambiamento, il movimento esalta i progressi tecnologici, le nuove macchine ideate da uomini che amano la velocità, il progresso, il coraggio, la lotta, la guerra. La nascita del Futurismo la si fa risalire al 20 febbraio 1909, allorquando il Marinetti ne fece pubblicare il manifesto teorico nel quotidiano parigino “Le Figaro“.

Cosa potevano vedere Marinetti e compagni nella città lagunare? Sicuramente Venezia incarnava tutto ciò che loro non amavano, anzi detestavano, come ad esempio la storia, l’arte, le atmosfere antiche e crepuscolari, romantiche, testimonianze mute di un glorioso passato di cui si faceva vanto.

In “Contro Venezia passatista” del 27 aprile 1910 Marinetti e i futuristi ripudiano “l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico“. Si augurano che la città possa perdere quell’immagine passatista e stucchevole e riesca a darsi un nuovo ruolo di dominatrice commerciale e militare del mare Adriatico.

Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi.

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture.

Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata

(“I manifesti del Futurismo”, Lacerba editore, Firenze 1914, pp. 32-36).

Marinetti ebbe modo di rimarcare i suoi pensieri in un discorso che tenne alla Fenice supportato dai compagni, a cui seguirono fischi e insulti a cui sicuramente risposero per le rime, perché seguì una rissa in cui volarono schiaffi e pugni tra futuristi e passatisti.

Discorso futurista di Marinetti ai Veneziani:

Veneziani!

Quando gridammo: “Uccidiamo il chiaro di luna!” noi pensammo a te, vecchia Venezia fradicia di romanticismo! Ma ora la voce nostra si amplifica, e soggiungiamo ad alte note “Liberiamo il mondo dalla tirannia dell’amore! Siamo sazi di avventure erotiche, di lussuria, di sentimentalismo e di nostalgia!”

Perché dunque ostinarti Venezia, a offrirci donne velate ad ogni svolto crepuscolare dei tuoi canali?

Basta! Basta!… Finiscila di sussurrare osceni inviti a tutti i passanti della terra o Venezia, vecchia ruffiana, che sotto la tua pesante mantiglia di mosaici, ancora ti accanisci ad apprestare estenuanti notti romantiche, querule serenate e paurose imboscate!”.

(“I manifesti del Futurismo” … p. 33)

Si augura l’avvento dell’illuminazione elettrica che possa cacciare le sue ombre ammalianti e propone di integrare i canali, farne importanti vie di traffico commerciali. Lui auspica Venezia quindi città commerciale, industriale e militare.

“Liberate Torcello, Burano, l’isola dei Morti, da tutta la letteratura ammalata e da tutta l’immensa fantasticheria romantica di cui le hanno velate i poeti avvelenati dalla febbre di Venezia, e potrete ridendo con me considerare quelle isole come mucchi di sterco che i mammouth lasciarono cadere qua e là nell’attraversare a guado le vostre preistoriche lagune!”.

(“I manifesti del Futurismo” … p. 35)

 

La pagina del giornale Le Figaro del 20 febbraio 1909,  con la pubblicazione del Manifesto del Futurismo

La pagina del giornale Le Figaro del 20 febbraio 1909, con la pubblicazione del Manifesto del Futurismo

So che queste affermazioni sono forti e che vorreste abbandonare la lettura o essere tra coloro che parteciparono alla rissa, ma vi prego di tenere duro e di proseguire nella lettura.

Ora riporterò dai due testi dei passaggi sparsi. Leggeteli mentalmente, ascoltateli. A me hanno impressionato perché traspaiono problematiche in nuce sulla città che allora forse solo un occhio fortemente critico come quello di un detrattore poteva notare, ma che oggi sono, purtroppo, tematiche quanti mai attuali e drammatiche.

Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell’imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo.

Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente, piaga magnifica di passato. Noi vogliamo rianimare e nobilitare il popolo veneziano, decaduto dalla sua antica grandezza, morfinizzato da una vigliaccheria stomachevole ed avvilita dall’abitudine dei suoi piccoli commerci loschi“.

Io pure amai, o Venezia, la sontuosa penombra del tuo Canal Grande, impregnata di lussuria rare, e il pallore febbrile delle tue belle, che scivolano giù dai balconi per scale intrecciate di lampi, di fili di pioggia e di raggi di luna, fra i tintinni di spade incrociate…

Ma basta! Tutta questa roba assurda, abominevole e irritante ci da la nausea!

[…] Ma voi volete prostrarvi davanti a tutti i forestieri, e siete di una servilità ripugnante!

Ma nulla può offendervi, poiché la vostra umiltà è smisurata!

Si sa, d’altronde, che voi avete la saggia preoccupazione di arricchire la Società dei Grandi Alberghi, e che appunto per questa vi ostinate ad imputridire senza muovervi!

Eppure, voi vi foste un tempo invincibili guerrieri e artisti geniali, navigatori audaci, ingegnosi industriali e commercianti instancabili… E siete divenuti camerieri d’albergo, ciceroni, lenoni, antiquari, frodatori, fabbricanti di vecchi quadri, pittori plagiari e copisti. Avete dunque dimenticato di essere anzitutto degl’Italiani, e che questa parola, nella storia, vuol dire: costruttori dell’avvenire?

[…]Ma voi le contemplate stupidamente [le lagune], felici di marcire nella vostra acqua sporca, per arricchire senza fine la Società dei Grandi Alberghi, che prepara con cura le notti eleganti di tutti i grandi sulla terra!

Certo, non è cosa da poco, l’eccitarli all’amore“.

Buona riflessione!

Autore articolo: Francesca Borghesan
Francesca Borghesan è laureata a Ca’ Foscari in Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo storico-artistico (tesi in Storia dell’Arte Medioevale dal titolo “Vetrate gotiche nel Veneto”). Nella pagina Facebook “Le ore piccole di Francesca” alimenta le sue passioni: Venezia, con la sua storia, i suoi aneddoti e i suoi misteri e il folklore, la storia e la cultura degli Stati Uniti, in particolare delle origini


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