La facciata di San Moisè

Autore articolo: Alessandro Bullo

La facciata di San Moisè

Il progetto della facciata è del proto dell’Arsenale Alessandro Tremignon, allievo di Baldassare Longhena. Per la realizzazione della decorazione scultorea, Tremignon si avvalse della collaborazione dello scultore fiammingo Heinrich Meyring, seguace del Bernini. La famiglia Fini, di cui l’apparato scultoreo esalta le gesta e le glorie mercantili, era entrata a far parte nel 1649 della nobiltà veneta, e Vincenzo Fini era diventato nel 1687 Procuratore di San Marco de Ultra. 

Il grandioso progetto di decorare la facciata di San Moisè fu finanziato da un primo lascito testamentario di 30.000 ducati da parte di Vincenzo Fini, seguito dopo la sua morte da un secondo lascito di 60.000 ducati di suo fratello Gerolamo (Bassi, 1980, pp, 233 e 264, nota 1).

Vincenzo Fini (1606-60), appartenente a una ricca famiglia di origine cretese, a Venezia divenne in breve tempo un avvocato di successo. Nel 1649, ottenne che la sua famiglia fosse iscritta nel Libro d’oro della nobiltà veneta, sborsando 100.000 ducati. In Maggior Consiglio molti furono i voti contrari come i commenti sprezzanti nei confronti di questo avvocato cretese, che pretendeva di entrare nel novero della nobiltà veneziana, ma la grave situazione in cui versavano le casse dello stato obbligò i boriosi patrizi ad acconsentire. Nel 1658, Vincenzo ottenne, con supplica al doge, anche l’importante carica di Procuratore de citra (la più alta carica dopo quella del Doge) pagando altri 100.000 ducati (di solito erano sufficienti 20.000).

DESCRIZIONE 

La facciata, alta 32 metri e in pietra d’Istria, è separata dall’edificio della chiesa: all’interno dello spazio che divide la facciata dalla fabbrica della chiesa fu costruita la scala dell’organo che occupa la controfacciata.

Il prospetto a capanna è tripartito verticalmente in tre ordini:

    • L’ordine inferiore è costituito da quattro basamenti e colonne di ordine composito scanalate, all’interno delle quali si trovano le tre porte di accesso alla chiesa: quelle laterali a timpano, quella centrale con arco a tutto sesto. Sopra al massiccio portone centrale, il busto di Vincenzo Fini, capo della famiglia, è collocato sull’obelisco della perpetuità. L’obelisco è appoggiato su due draghicammelli. Sopra i due portali laterali, sono collocati due sarcofagi, sopra i quali si ergono i busti di Gerolamo Fini ( 1685 – sinistra) e di Vincenzo Gerolamo Fini (1726 – destra)
Facciata Chiesa San Moisè - Particolare centrale

Facciata Chiesa San Moisè – Particolare centrale con il busto del capofamiglia Vincenzo Fini

    • L’ordine centrale è diviso dalle statue raffiguranti le quattro virtù cardinali. Al centro si apre un grande finestrone termale. L’arco è coronato ai lati da due statue raffiguranti le Sibille, con in mano dei grossi libri, e al centro dalla Fama alata con la sua tromba.
Facciata Chiesa San Moisè- Finestrone termale e Fama alata

Facciata Chiesa San Moisè- Finestrone termale e Fama alata

  • L’ordine superiore è costituito dal frontone, decorato con lo stemma della famiglia Fini, sorretto da due putti e da due leoni rampanti. Sopra il timpano dell’attico superiore sono collocate cinque colossali statue: ai lati patriarchi e profeti biblici, al centro Mosè con le tavole della Legge. In origine vi erano anche due figure giacenti.
Stemma Famiglia Fini - Facciata chiesa San Moisè

Stemma Famiglia Fini – Facciata chiesa San Moisè

 

Per l’interpretazione iconografica della facciata vedi il mio articolo Facciata San Moisè – Iconografia tra Sacro e Profano. 

Datazione della facciata di San Moisè

L’inizio della costruzione è collocato usualmente nel 1668. Alessandro Tremignon, proto dell’Arsenale di Venezia, era stato assunto da Girolamo Fini, per erigere una facciata che celebrasse suo fratello Vincenzo Fini, morto nel 1660. La facciata di San Moisè sembrerebbe quindi essere antecedente a simili facciate celebrative, come quelli del Sardi che iniziò gli Scalzi nel 1672 e quella più famosa di tutte, Santa Maria del Giglio del 1678. In realtà, l’inizio dei lavori è quasi sicuramente da collocare negli anni ottanta, come dimostrebbe l’iscrizione sull’obelisco:

“Questo monumento fu collocato nell’anno MDCLXXXIII”

Esiste, inoltre, un documento del maggio 1672, in cui si dichiara di aver deciso di impiegare l’offerta di più di 1000 ducati proveniente dal lascito di una certa signora Lucietta Tocheo, per portare a termine la facciata ancora grezza della chiesa. Gaier data la costruzione della facciata tra il 1681 e il 1684, basandosi su altri documenti e sulla testimonianza di Domenico Martinelli che, nel 1684, testimonia come la facciata fosse stata da poco tempo terminata (cfr. Gaier, 2002, scheda 22.D Datazione, p. 534).

Nel tempo presente hanno poco meno , che ridotta alfine la sua magnifica facciata , tutta di pietra d’Istria ornata di circa 40 Statue tra‘ grandi , e  piccole (…) opera d’ Alessandro Tremignone celebre Scultore e Architetto (…) 

(Martinelli, 1684, p. 24)

Il prospetto di San Moisè è quindi posteriore a quelli dell’Ospedaletto, degli Scalzi e di S. Maria del Giglio (Gaier, 2002, p. 329). Martinelli, sempre nel 1684, cita soltanto l’iscrizione dell’obelisco (1683), per cui è probabile che i busti di Gerolamo Fini ( 1685 – sinistra) e di Vincenzo Gerolamo Fini (1726 – destra) siano stati collocati alcuni decenni dopo, insieme con le loro iscrizioni. Questa ipotesi è confermata dall’incisione del 1703 di Luca Carlevarijs, dove i piedistalli sono ancora privi dei busti. Lo stesso vale per l’incisione del 1709 tratta da “Il gran teatro delle più insigni prospettive di Venezia”.

Facciata San Moisè - Il Gran teatro delle più insigni prospettive di Venezia, Venezia 1709

Chiesa di San Moisè – da Il Gran teatro delle più insigni prospettive di Venezia, Venezia 1709

 

Nella seconda metà dell’800 la chiesa di San Moisè rischiò di essere demolita …

Verso la fine dell’Ottocento la chiesa di San Moisè rischiò, per vari motivi, di essere rasa al suolo. Uno di questi motivi era la continua e aspra critica della facciata. Dopo i giudizi favorevoli dei contemporanei, tra l’ottocento e il novecento, la facciata di San Moisè divenne un vero e proprio bersaglio di battute sarcastiche e critiche. Ruskin riteneva si trattasse di un edificio estraneo alla città di Venezia, costruito in un’epoca di “degradazione architettonica”. Pietro Selvatico la considerava una vera e propria follia architettonica:

La facciata della chiesa di S. Moisè, culmine d’ogni architettonica follia, sregolatezza di una meschina mente a cui manca l’ingegno della distribuzione e dell’armonia nelle parti. Questa infelice costruzione, condotta a fine nel 1688, è resa ancora più detestabile dalle sconce sculture esterne, e da quelle moltissime che formano l’altar maggiore, invenzione anch’esso del Tremignan, ma eseguito da certo Arrigo Marengo, ch’era uno de’ più ignoranti artefici fra quanti ne sieno mai stati.

(Selvatico, 1847, p. 430)

Il Burckhardt, nel suo Cicerone del 1855, infierì forse in modo ancora più crudele:

(…) le facciate delle chiese veneziane della stessa epoca (San Moisè, Chiesa del Ricovero, S. Maria Zobenigo, Scalzi), che pur essendo a linee diritte non sono più vera architettura, bensì lavori di ebanisteria eseguiti in marmo. Le idee più meschine del ‘400 veneziano riappaiono qui travestite con l’ampollosità barocca (…) La mancanza di spazio costringeva forse a concentrare il lusso, ma lo stile barocco lo avrebbe potuto fare più decorosamente che non con questi scarabattoli.

(Burckhardt, 1952, p. 407)

Il Lorenzetti nel 1926 la considerava ancora una “macchinosa pittoresca costruz. barocca” (p. 516). 

Tra il 1874 e il 1875, inoltre, il cedimento di alcune parte della facciata aveva comportato l’asportazione di diverse statue per alleggerire la struttura del prospetto, e la conseguente dichiarazione della sua pericolosità. L’anno successivo, 1875, veniva iniziata la costruzione della Calle Larga XXII Marzo che terminava proprio davanti al campo di San Moisè, con la visione della tanto criticata facciata.

La demolizione fu evitata grazie all’intervento di Alvise Piero Zorzi che, pur riconoscendo che la facciata era una “bruttura”, dichiarava che doveva comunque essere considerata una testimonianza storica del periodo barocco (Cfr. Zorzi, 1877) .

Nel 1878, Pietro Saccardo fu incaricato, quindi, del restauro e della messa in sicurezza della facciata, e quasi tutte le statue furono ricollocate al loro posto (per un resoconto dettagliato cfr. la Scheda 22B di Gaier, 2002, p. 533).  Altri restauri ebbero luogo nel 1958, nel 1972 e nel 1997.

Luca Carlevaris, Chiesa San Moisè - Le fabriche, e vedute di Venetia 1703

Luca Carlevaris, Chiesa San Moisè – Le fabriche, e vedute di Venetia 1703

La povera facciata, scampata fortunatamente al linciaggio degli esteti dell’ottocento, è stata in parte rivalutata da Perocco, che vede in essa un gusto per il pittoresco tipico del barocco veneziano:

Nella facciata di S. Moisè (…) s’impone con un accento pittoresco, che accosta questa scultura d’ornato agli effetti di chiaroscuro propri della pittura e della « macchina teatrale » del Seicento (…) La facciata diventa una fantasiosa tavolozza, uno sfondo scenografico reso vivo dai personaggi in posa, dalle figure allegoriche e dagli addobbi, che hanno la morbidezza d’intaglio e la duttilità del legno lavorato, quale appariva nelle poppe dei galeoni, decorati con fanali e bandiere. 

(Perocco, 1977, pp. 1038-1039)

Attribuzione delle sculture della facciata di San Moisè

Il Moschini nel 1815 attribuì per la prima volta le sculture della facciata di San Moisè allo scultore Arrigo Merengo: “Tutte le molte sculture di questa facciata si lavorarono da Arrigo Merengo”  (1815, p. 519).

Arrigo Merengo è il nome italianizzato di Heinrich Meyring. Da allora le sculture vengono generalmente assegnate a questo scultore tedesco, proveniente da Rheine in Vestfalia. Semenzato, nel 1966, assegnava ancora la decorazione scultorea della facciata al Meyring e alla sua bottega: “Il complesso, compiuto con larga partecipazione di aiuti, rivela un maggior legame col chiaroscuro dei « neotenebrosi » e presenta in potenza quella densità un po’ sfatta ma comunque pesante che si ritrova nelle altre opere del Merengo.”  (Semenzato, 1966, p. 28)

Come giustamente sottolineato da Silvia Wolff, probabilmente la più profonda conoscitrice mondiale dell’opera di Meyring, sembra piuttosto improbabile che allo scultore possano essere attribuite tutte le sculture:

“la facciata di San Moisè sarebbe, a Venezia, l’unica opera architettonica del XVII secolo ad avere un corredo di sculture create dalla mano di un unico artista, e non, com’era in uso, di parecchi artefici, impegnati contemporaneamente nei lavori. Numerose figure versano d’altra parte – nonostante il recente restauro – in un così cattivo stato di conservazione da non consentire attribuzioni attendibili.”

(Wolff, 2000, p. 130)

Secondo la Wolff i busti dei tre defunti della famiglia Fini e le figure nei pennacchi del portale principale, ossia le allegorie della “Gloria” e della “Victoria” sono assegnabili stilisticamente a Heinrich Meyring (2006, p. 155). La Wolff attribuisce, invece, allo scultore Michele Fabris  (Bratislava, c.1644–1684 Venezia), per vicinanza stilistica con altre sue opere, il gruppo scultoreo dei due draghi con sopra le statue del Merito e dell’Onore, e ai lati le figure del Valore e della Modestia. Quest’ultima statua, ad esempio, è molto simile alla Madonna dell’altare del Crocifìsso, già a San Clemente in Isola.

Michele Fabris, Madonna, già chiesa di San Clemente in Isola

Michele Fabris, Madonna, già chiesa di San Clemente in Isola

Per le altre statue che decorano la facciata non vi è attribuzione certa. Le figure sdraiate al di sotto dei sarcofagi di Vincenzo Gerolamo Fini (1726) e Gerolamo Fini ( 1685), anche ad una prima e superficiale visione, risultano in ogni modo vicine stilisticamente a quelle centrali attribuite a Fabris, sia nella lavorazione dei panneggi che nell’espressione dei volti. Potrebbe trattarsi di lavori della bottega del Fabris.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • D. Martinelli, Il ritratto di Venezia, Venezia, 1684;
  • N. Coleti, Monumenta ecclesiae Venetae Sancti Moysis, Venetiis 1758;
  • G. Moschini, Guida per la città di Venezia, Volume I, Venezia, 1815;
  • P. Selvatico, Sulla architettura e sulla Scultura in Venezia, Venezia, 1847;
  • J. Burckhardt, Il Cicerone, Firenze, 1952 (Prima traduzione italiana dell’originale del 1855);
  • Guida fedele del forestiero per la città di Venezia, Venezia 1867;
  • A. Zorzi, Sulla demolizione della chiesa di s. Moisè, Venezia 1877;
  • Giulio Lorenzetti, Venezia e il suo estuario. Guida storico e artistica, Trieste, 1987 (ristampa edizione 1926);
  • E. Bassi, Architettura Del Sei Settecento A Venezia, Venezia, 1980 (ristampa anastatica dell’orginale del 1962);
  • C. Semenzato, La scultura veneta del seicento e del settecento, Venezia, 1966;
  • U. Franzoi – D. Di Stefano, Le chiese di Venezia, Venezia, Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Venezia, 1975;
  • G. Perocco, Aspetti della cultura veneziana del Sei e Settecento, in Civiltà di Venezia. L’età moderna, Volume 3, Venezia, 1977;
  • R. Calvi – M. Peretti, Sul restauro ottocentesco della chiesa di San Moisè in Venezia, in Bollettino d’Arte 69/25, 1984,123-30;
  • M. Frank, Spazio pubblico, prospetti di chiese a glorificazione gentiliza nella Venezia del Seicento. Riflessioni su una tipologia, in Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti – Tomo CXLIV (1985-86), pp. 109-126;
  • U. Pizzarello – E. Capitanio, Guida alla città di Venezia, San Marco, Vol. IV, Venezia, 1990;
  • E. Concina, Le chiese di Venezia. L’arte e la storia, Udine, Edizioni Magnus, 1995;
  • L. Puppi – R. Rugalo, «Un’ordinaria forma non alletta». Arte, riflessione sull’arte e società, in Storia di Venezia, Vol. VII, La Venezia Barocca, Roma, 1997; pp. 595-699;
  • A. Costantini, Chiesa di San Moisè, Genova, 1999;
  • La scultura a Venezia da Sansovino a Canova, a cura di A. Bacchi, Milano, 2000;
  • S. Wolff, Nuovi contributi su Heinrich Meyring, in Saggi e Memorie di Storia dell’Arte, a cura di Nevia Capello and Paolo Scibelli, No. 24 (2000), 119-157;
  • M. Gaier, Facciate sacre a scopo profano. Venezia e la politica dei monumenti dal Quattrocento al Settecento, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Studi di Arte Veneta, Venezia, 2002;
  • S. Wolff, Heinrich Meyring, Bildhauer in Venedig, Freiburg (Breisgau), Univ., Diss., 2006; 
  • A. Boccato, Chiese di Venezia, Venezia, Arsenale Editrice, 2007;
  • Guida d’Italia. Venezia, Touring Club Italiano, Milano, 2007;
  • M. Favilla – R. Rugolo, Venezia Barocca. Splendori e illusioni di un mondo in decadenza, Roma, 2009;

Autore articolo: Alessandro Bullo
Autore articolo: Alessandro Bullo
 Alessandro Bullo è laureato in lettere con indirizzo artistico (Tesi di Laurea: “La scultura del XVI secolo nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo”), vive e lavora a Venezia. Due grandi passioni: VENEZIA, sua città natale, e il cinema NOIR americano


0 Comments

Trackbacks/Pingbacks

  1. Facciata San Moisè - Iconografia tra Sacro e Profano - […] La storia e la datazione della facciata nel mio articolo La facciata di San Moisè.  […]
  2. Chiesa di San Moisè - […] Per la datazione e la storia della facciata, vedi il mio articolo La facciata di San Moisè. […]