TINTORETTO E FORTUNY MI GUARDANO – DUE AUTORITRATTI 1587 1947

TINTORETTO E FORTUNY MI GUARDANO – DUE AUTORITRATTI 1587  1947

 

Autore: Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia 1518/19 – Venezia 1594)

Titolo : Autoritratto

Data: 1587

Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 61 X 51

Ubicazione: Museo del Louvre, Parigi

 

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, autoritratto, 1587, Museo del Louvre, Parigi

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, autoritratto, 1587, Museo del Louvre, Parigi

Autore: Mariano Fortuny y Madrazo (Granada 1871 – Venezia 1949)

Titolo : Autoritratto

Data: 1947

Tecnica: tempera su cartone

Dimensioni: 47 X 37

Ubicazione: Museo Fortuny, Venezia

La foto non può essere qui riprodotta, in quanto i diritti patrimoniali del quadro durano per tutta la vita dell’autore e per 70 anni dopo la sua morte. Inseriamo qui il link del sito del museo Fortuny, dove è possibile vedere la foto del quadro: http://fortuny.visitmuve.it/it/il-museo/sede/mariano-fortuny-y-mandrazo/

AUTORITRATTO –  IO, LO SPECCHIO, L’IDENTITA’

Che cosa spinge un individuo a dipingersi? perché autoritarsi?

La domanda di per sé sembrerebbe rivolgersi a qualsiasi persona, perché chiunque di noi in un modo o nell’altro è in grado di poterlo fare. Probabilmente la spinta interiore è comune anche se a volte vi può essere dell’inconsapevolezza in questo. Non credo infatti che chi si fa un autoscatto mediti profondamente sul proprio essere nel mentre agisce. 

Non saprei redigere un elenco dei pittori che hanno voluto immortalarsi su di una tela, ma ho però la sensazione che sarebbe più semplice fare una lista di quelli che mai lo hanno fatto.

“Osservarsi allo specchio e “leggersi” per poi ritrarre quella “persona” che ti sta davanti, quasi fosse una specie di confessionale”
Poter vedere la propria  immagine può essere qualcosa di profondo, a volte una percezione forse inconsapevole, una specie di esigenza, oppure anche una bizzarra forma di protagonismo. 

Osservarsi allo specchio e “leggersi” per poi ritrarre quella “persona” che ti sta davanti, quasi fosse una specie di confessionale dove trovare  delle  risposte. Quel volto e la sua fisiognomica saranno poi il testamento per i lettori futuri.

“ […] Desiderare di portarsi davanti a sé stessi, di passare alla parte antistante quel delicato specchio che dispiegano i propri occhi,  è l’operazione non priva di insidie a cui si espone il pittore quando si accinge ad eseguire il suo autoritratto. […] “

(A.Boatto, 1997)

“è lo specchio stesso, al quale ci rivolgiamo, che non può essere completamente sincero con chi vi guarda dentro,”
Sicuramente “insidiosa” perché innanzitutto occorre la massima sincerità  nel sapersi guardare fuori e soprattutto dentro. Difficoltosa anche perché è pressoché impossibile aver dinanzi ai nostri occhi la realtà oggettiva della nostra immagine dal momento che è lo specchio stesso, al quale ci rivolgiamo, che non può essere completamente sincero con chi vi guarda dentro, infatti ciò che vediamo riflesso è qualcosa di uguale a noi, ma non del tutto, è l’immagine speculare di noi stessi.  Potremmo a tal riguardo fare un paragone, ad esempio, con l’incisione nella lastra di rame ed il suo prodotto cartaceo dove la destra è a sinistra e la sinistra è a destra. Infatti la nostra immagine

“ […] è rovesciata da destra a sinistra rispetto alla successione reale. Così non ci è mai concesso di vederci come gli altri ci vedono. […] “

(A.Boatto, 1997)

Speculare…meditare sulla propria immagine speculare , quasi un gioco di parole.

È interessante il seguente passo tratto dall’intervista, fatta  nel 2008, al professor Stefano Ferrari la cui attività di ricerca è rivolta allo studio delle relazioni tra arte , letteratura, psicologia e psicoanalisi (ritratto e autoritratto):

“ [..] L’autoritratto può essere considerato da due punti di vista differenti, come espressione creativa del bisogno dell’uomo di dare corpo e molteplicità delle sue maschere, che interpretano a loro volta il desiderio di cui parlava Freud di “vivere una pluralità di vite”. […] Oppure come dubbio ed interrogazione costante sulla consistenza e il senso della propria identità. […] “

(Stefano Ferrari, Alma Mater Studiorun,Università Bologna, dipartimento delle arti)

Oggigiorno questa attività, data l’abitudine modaiola e inflazionata dell’ autoriproduzione dell’immagine di sè stessi, sembrerebbe una inevitabile automatica abitudine, non per niente  il neologismo che la definisce, che è sulla bocca di chiunque, e che per questo evito di scriverlo, non sarebbe entrato nell’uso comune e quotidiano del nostro vocabolario.

Credo  però che ci sia una bella differenza tra l’ autoritrarsi meccanicamente con un obiettivo rispetto al farlo con una matita o con il pennello ed i colori. A mio avviso l’autoscatto, per lo meno nel senso in cui viene comunemente utilizzato, non legge altro se non un’immagine non meditata, non emozionale, senza alcuna intimità, salvo qualche raro caso, c’è solamente il nostro dito che sfiora un pulsante digitale che attiva un processo automatico.

Diverso però sarebbe se fosse una seconda persona ad individuare nelle nostre espressioni e nel nostro sguardo il momento opportuno per cogliere l’attimo ritenuto perfetto, sarebbe di sicuro differente ed infatti sarebbe un ritratto e non un autoritratto,…insomma un’altra cosa

Ma quando un pittore medita con calma e ponderazione su ogni tratto di matita e di ombreggiatura, oppure su ogni pennellata di colore guardandosi e studiandosi allo specchio, alzando lo sguardo per guardare la propria immagine riflessa per poi riabbassarlo sulla tela per dipingersi, ecco in questo caso credo possa avvenire una profonda lettura del suo animo…lì in quel momento.

“In effetti in questo modo l’autore avrà modo di vivere attraverso il tempo perché l’autoritratto sopravviverà al suo stesso artefice, sopravviverà alla morte.”
Sarebbe un pochino come se stesse scrivendo e descrivendo il proprio vissuto, le proprie emozioni, le sue più intime vibrazioni.

Può rivelare sé stesso , quanto meno quel sé stesso che sta vivendo in quel preciso momento, ed il tutto con il fascino  discreto del mistero di parole non  dette, non scritte, bensì celate tra le pennellate sulla tela, come un’invisibile confessione autografa che innesca una sorta di intima complicità tra il pittore e chi lo sta osservando, nello scorrere del tempo , attraverso i secoli. 

In effetti in questo modo l’autore avrà modo di vivere attraverso il tempo perché l’autoritratto sopravviverà al suo stesso artefice, sopravviverà alla morte.

Leon Battista Alberti nell’argomentare a riguardo, e senza indugiare in speculazioni psicologiche e psicoanalitiche (ci penserà infatti qualche annetto dopo Freud) scrisse nel tomo secondo del suo “De Pictura” tra il 1435 e il 1436 :

“ […] Itaque vultus defunctorum per pittura quodammodo vitam praelongam degunt […] “

“ […] E così certo il viso di chi già sia morto per la pittura vive lunga vita […] “ 

(Leon Battista Alberti)

A tal proposito recentemente ho avuto modo di vedere due autoritratti che mi hanno incuriosito ed attratto molto, due dipinti molto distanti nel tempo, l’uno del ‘500 e l’altro del ’900. Sicuramente non possiamo neanche fare un paragone tra i due in ambito pittorico, ma certamente entrambi gli artisti si diedero molto da fare con la loro creatività incredibile ed inesauribile.

Il primo è Jacopo Robusti detto il Tintoretto, straordinario pittore , un simbolo per Venezia attraverso i secoli, il secondo Mariano Fortuny y Madrazo divenuto celebre per i suoi tessuti ed i suoi abiti  che segnarono un’epoca, ma che fu anche un uomo eclettico, inventore di sistemi di illuminazione ed altro, collezionista …e pittore.

I due autoritratti sono due dipinti di impianto simile, le cui misure differenziano di 14 cm. sia sulla base che sull’altezza , quello più piccolo è quello di Fortuny

La posizione del ritratto è la stessa, entrambi ti guardano diritto negli occhi, frontalmente, tutti e due sembrano dirti , guardandosi,  ciascuno condizionato dal proprio travaglio interiore…“guardami !  guarda verso di me, aspetta… dedicami qualche attimo del tuo tempo” .

Tutti e due hanno lo sfondo scuro che li mette in evidenza assoluta,  sembra quasi che siano comparsi all’improvviso, come spettri dalle tenebre…ma ben vivi e vigili. 

Entrambi sono più o meno alla fine della loro esistenza, Tintoretto aveva 68 anni e Fortuny 76.  Jacopo morirà nel 1594 a 75 anni e Mariano nel 1949 a 78, tutti e due si spensero nel mese di maggio , il maestro veneziano il 31 ed il grenadino il 3.

LO SGUARDO DI TINTORETTO

 

Autoritratto Tintoretto (particolare dello sguardo)

Autoritratto Tintoretto (particolare dello sguardo)

Recentemente ho fatto la seguente meditazione relativamente al Tintoretto che ci guarda dal suo “autoritratto” del 1587 con l’esperienza di un uomo di quasi settanta anni :

“Il suo sguardo profondo della vecchiaia, forse un poco malinconico,  pare oltrepassarci l’anima e nel contempo farci vedere la sua . È uno sguardo in avanti, che guarda oltre, che sembra ripercorrere tutta la sua vita a ritroso e chiedersi, e quindi chiederci, se abbia veramente fatto tutto quello che si era prefissato, se sia riuscito a comunicare con noi attraverso la sua profonda passione di grande pittore.”

(tratto da “Buon compleanno Jacopo”, VenicecafeFB, 25 aprile 2018, MDM)

Quegli occhi neri e profondi sembrano assorbirti come due buchi neri, scuri come lo sfondo della tela, un tutt’uno.

Se si eccettua il colore dell’incarnato i colori predominanti sono il nero ed il bianco della barba, il nero indubbiamente avvolge il tutto, lo sfondo, l’abito , la profondità degli occhi,  rendendo l’atmosfera  decisamente forte e drammatica. 

Stando a Carlo Ridolfi fu il Tintoretto stesso che si espresse a favore dell’utilizzo dei due colori , il bianco ed il nero,  per poter ottenere i migliori risultati :

“ […] perché l’uno dava forza alle figure profondendole ombre, l’altro il rilievo. […] “

(C. Ridolfi, 1648)

È un ritratto un poco inusuale per il veneziano perché non ricordo molti volti riprodotti frontalmente nella sua lunga carriera, particolarmente in quella di ritrattista. Nel libro dedicato alla catalogazione dei ritratti, di Rodolfo Pallucchini e Paola Rossi del 1974, ne ho contati, con questa postura, tre  maschili e due femminili. Uno dei tre ritratti virili non  guarda nemmeno negli occhi chi gli sta di fronte. Tintoretto in questa sua immagine ha abbandonato quei dardi che uscivano dal suo “guardararci”  dell’autoritratto giovanile del 1548, sguardo forse un poco impertinente e di sfida proprio come il suo dipinto coevo, il “Miracolo dello schiavo”.  Qui si avverte un profondo respiro, calmo, osservatore e meditativo, il “terribile cervello” , come lo definì il Vasari, che come un mare agitato aveva scosso il palcoscenico del teatro della pittura veneziana ora sembra un profondo oceano liscio come l’olio.  

Soffermandomi sugli occhi acquosi e malinconici di quell’uomo ormai anziano che sembra sentirsi solo, mi sono ritornati alla mente gli occhi di un altro veneziano, quanto meno di adozione, anch’esso vivace e pieno di iniziative ed inventiva… lo sguardo, anch’esso della vecchiaia, dell’autoritratto di Mariano Fortuny.

LO SGUARDO DI FORTUNY

La foto non può essere qui riprodotta, in quanto i diritti patrimoniali del quadro durano per tutta la vita dell’autore e per 70 anni dopo la sua morte. Inseriamo qui il link del sito del museo Fortuny, dove è possibile vedere la foto del quadro: http://fortuny.visitmuve.it/it/il-museo/sede/mariano-fortuny-y-mandrazo/

 

Il suo è un guardare intenso che sembra costringerci a dirgli qualcosa. Anch’esso ci sonda nel profondo con altrettanta intensità del maestro veneziano del cinquecento, ma in modo differente.

Non colgo malinconia in questo sguardo, piuttosto pare stia cercando di mettere a fuoco la lettura dell’animo di chi gli sta di fronte.È uno sguardo insistente che non  lascia tregua. Mi dà l’impressione che sia impaziente di sapere qualcosa che gli sta molto a cuore, è come se avesse paura di non poterlo scoprire nel tempo che gli rimane, sembra avere il timore di rimanere senza risposta.  A prima vista mi sembra un intenso sguardo imperativo, ma che poi, piano piano, mi dà la sensazione che nasconda un certa inquietudine.

In qualche modo i due artisti nel trasmetterci il loro essere sondandoci nel profondo sembrano anche voler pesare le nostre anime seppure con un intendo completamente diverso dalla psicostasia dell’ Arcangelo Michele alla fine dei tempi. Qui non squillano le trombe dell’apocalisse, non vi è alcun giudizio, piuttosto sembrerebbe una ricerca del senso della propria vita in previsione del varco finale. 

Forse  è per questo che i due pittori sembrano in attesa di “sapere”, di avere delle risposte a delle domande di fondamentale importanza che probabilmente si erano posti, ciascuno a modo suo , ciascuno con il proprio stato d’animo.

Lanciarono una specie di messaggio al quale sapevano di non poter avere risposta , ma sicuramente erano ben consci che sarebbe sopravvissuto a loro stessi viaggiando nel tempo. La loro è una missiva che fu spedita con la certezza che non avrebbe potuto avere replica,  ma solo la speranza che venisse letta , un qualcosa che mi vien da paragonare ad un messaggio lanciato attraverso gli spazi siderali destinato a percorrere lunghezze infinite, lungo uno spazio temporale dalle grandezze pressoché inconcepibili ed al quale non potremo presenziare alla eventuale risposta.  In un certo qual modo ambedue i tipi  di comunicazione sono rivolti verso il futuro.

IL DIPINTO  DI TINTORETTO 1587 – MUSEO DEL LOUVRE PARIGI

 

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, autoritratto, 1587, Museo del Louvre, Parigi

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, autoritratto, 1587, Museo del Louvre, Parigi

L’autoritratto del Tintoretto è conservato al museo del Louvre a Parigi.

La provenienza originaria sembra fosse quella di una collezione privata veneziana, come ci riferisce la storica dell’arte  Pittalunga nel 1925. Pare che un certo signor Camillo Sordi, assieme ad un pittore  e ad un ambasciatore francese avessero avuto modo di vedere quella collezione e in seguito trasportare l’opera del Robusti in Francia. Dai nostri cugini d’oltralpe il dipinto finì nella collezione di Luigi XIV, il re Sole, da ciò si desume che l’autoritratto non rimase a lungo  Venezia.

Paola Rossi ci riferisce che di questa vicenda, e della collezione veneziana, le informazioni furono raccolte  da una lettera scritta da quel signor Sordi, più sopra citato, che fu pubblicata da A. Luzio come citò la Pittalunga.

Per quanto riguarda la datazione, 1587/1588, la si può verosimilmente dedurre anche dal fatto che verso la fine del ‘500 (1588/1595) ne venne riprodotta una stampa ad opera  di Gisbert van Veen (Leida 1558 – Anversa 1630), che  indicò l’età  del Robusti nell’incorniciatura, ovvero “agens  sexaginta”…sessanta anni, ma nel 1587 Jacopo aveva 68/69 anni, quindi sarebbe  stato più veridico se nell’incisione vi fosse stato scritto “agens septuaginta 

 

Gisbert van Veen, “Ritratto di Jacopo Tintoretto”, incisione, 1595-1600, Rijksmuseum, Rijksprentenkabinet, Amsterdam

Gisbert van Veen, “Ritratto di Jacopo Tintoretto”, incisione, 1595-1600, Rijksmuseum, Rijksprentenkabinet, Amsterdam

Ne dipinto c’era una scritta apocrifa identificativa  che è ancora parzialmente visibile:

IACOBUS. TENTORETVS. PICTor. VENT.us / IPSIVS F.

Il dipinto, sotto il profilo dell’autenticità, fu solamente messo in dubbio dal Coletti nel 1940, il quale suggerì il nome del Pozzoserrato, che era un pittore di origini fiamminghe (Anversa) più o meno coevo al Robusti, naturalizzato italiano e che lavorò nel  Veneto.

Allo stato attuale delle cose la sua attribuzione autografa e la datazione sono comunemente accettate. 

Una copia di questo dipinto fu eseguita da Èduard Manet nel 1854 circa. Anch’esso si trova in Francia come l’originale, per la precisione al Musée des Beaux-Arts di Dijone.

Le misure sono praticamente identiche e la tecnica la medesima,  la scritta “apocrifa” è in evidenza.

Autore: Eduard Manet (Parigi 1832 – Parigi 1883)

Titolo : Copia dell’ autoritratto del Tintoretto

Data: XIX secolo (1854)

Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 61 X 50

Ubicazione: Musée des Beaux-Arts, Dijone, Francia

 

IL DIPINTO DI FORTUNY 1947 – MUSEO DI PALAZZO FORTUNY

La foto non può essere qui riprodotta, in quanto i diritti patrimoniali del quadro durano per tutta la vita dell’autore e per 70 anni dopo la sua morte. Inseriamo qui il link del sito del museo Fortuny, dove è possibile vedere la foto del quadro: http://fortuny.visitmuve.it/it/il-museo/sede/mariano-fortuny-y-mandrazo/

L’autoritratto di Mariano Fortuny è conservato a palazzo Fortuny  (palazzo Pesaro Orfei) a Venezia.

Il padre, Mariano Fortuny y Marsal (1838 – 1874),  fu un pittore spagnolo  famoso alla morte del quale seguì il manifestarsi di uno stile detto “fortunismo” . Il figlio divenne famoso non per i suoi dipinti ma per l’estro e la genialità inventiva nel campo dell’ illuminotecnica per le scene teatrali, ma è ancor più conosciuto per i suoi tessuti e per tutto ciò che ruotò attorno alla loro produzione.

A descrivere la sua esuberante fantasia creativa nei più svariati campi ci vorrebbe un capitolo a parte, mi limito quindi a dire che creò anche  dei colori a tempera che vennero poi  definiti  “le tempere di Fortuny”. Presumo quindi che il suo autoritratto del’47 sia stato composto con quei pigmenti. Anche Guido Cadorin, esponente molto apprezzato della pittura veneziana, nonché docente all’ Accademia di Belle Arti di Venezia e poi titolare della cattedra di pittura, in una lettera indirizzata a Fortuny espresse un vero entusiasmo per la “sua bellissima tempera”.

“ Venezia, 29.VIII.34

Caro Fortuny!

Sono entusiasta della Sua bellissima tempera e di questo e di altri giovamenti che ho e avrò da Lei. Le sono gratissimo. […] Suo aff.mo e riconoscente Guido Cadorin.”

(Fondo Mariutti-Fortuny)

Già in gioventù ebbe modo di conoscere il mondo parigino dell’arte dove si concentrò sullo studio della pittura e non escluderei che avesse potuto avere un incontro con l’autoitratto del Tintoretto al Louvre ( established 1793, inv. 572 – Peintures italiennes, room 6, sala della Gioconda – Denon 1 piano)

Inoltre Fortuny nel 1937 allestì l’illuminazione dei dipinti della mostra che vi fu  a Ca’ Pesaro sul Tintoretto e redasse lo scritto “Eclairage des peintures de Tintoret a la Scuola di San Rocco à Venise”.

In quell’occasione  fece la conoscenza del restauratore Mauro Pellicioli , alle cui cure erano stati affidati i dipinti del Robusti. Il Pelliccioli si dimostrò anch’esso entusiasta delle “tempere Fortuny” e manifestò l’ interesse di poterle impiegare nell’attività del restauro.

Mariano amava questa città ed aveva già operato nel campo della conservazione del suo patrimonio artistico partecipando , nell’immediato dopoguerra del ’18, al restauro degli affreschi del Tiepolo del soffitto della chiesa degli Scalzi (Santa Maria di Nazareth) a Venezia,  che erano rimasti gravemente danneggiati ed in parte distrutti nel corso di un bombardamento.

Inoltre faceva parte del Comitato per la Salvaguardia delle Opere d’Arte a Venezia. 

Utilizzando un poco la fantasia posso immaginare quale esplosione di raffinata e sorprendente creatività si sarebbe potuta sviluppare tra due spiriti di tale portata.

Insomma un filo sottile in qualche modo intrecciò il “terribile cervello” veneziano al caleidoscopio grenadino naturalizzato lagunare. Utilizzando un poco la fantasia posso immaginare quale esplosione di raffinata e sorprendente creatività si sarebbe potuta sviluppare tra due spiriti di tale portata. Mi piace l’idea di immaginare i teatrini di Tintoretto, utilizzati per comporre i suoi dipinti,  con i manichini vestiti di  stupendi e raffinati drappi di tessuto Fortuny e illuminati dalle luci innovative  di quest’ultimo, penso alla loro collaborazione per creare i migliori pigmenti da fissare nei teleri del pittore della Serenissima, immagino i marchingegni tecnici che avrebbe costruito lo spagnolo per facilitare il lavoro del Robusti affinché potesse creare opere sempre più grandi, complesse e sorprendenti.

Chissà quali artifizi avrebbe utilizzato Fortuny per far  piombare dal cielo quegli angeli di Jacopo che Jean Paul Sartre definì simili ai super eroi dei fumetti!

Alla luce di queste personali considerazioni, e con non poca fantasia, negli sguardi dei due autoritratti sembrerebbe quasi che Jacopo si rammarichi di non aver fatto ancora di più e di non aver potuto conoscere  il grenadino , e negli occhi di Mariano una sorta di rabbia nel non aver fatto a sua volta la conoscenza di quell’artista dallo spirito battagliero…ma chissà, forse ora stanno collaborando. 

Il caso ha voluto che anche la somma dei singoli numeri che compongono le singole date dei due autoritratti sia uguale e cioè 21, infine la somma algebrica di questi due numeri è il 3…il numero perfetto! 

BIBLIOGRAFIA

ALBERTO BOATTO, “Narciso infranto l’autoritratto moderno da Goya  a Warhol”, Ed. La Terza, 1997

LEON BATTISTA ALBERTI, “De Pitcura” , libro secondo, Ed. La Terza, 1980 (testo originale 1436-1437)

TERISIO PIGNATTI, “Pittura veneziana del cinquecento” , Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo, 1958

RODOLFO PALLUCCHINI E PAOLA ROSSI, “Jacopo Tintoretto i ritratti, l’opera completa”, Ed. Alfieri, 1974

RODOLFO PALLUCCHINI, PAOLA ROSSI, “Tintoretto, le opere sacre e profane”, Ed. Electa, 1982

VILLA LORENZO-VILLA GIOVANNI CARLO FEDERICO, “Tintoretto”, Silvana editoriale, 2013

AA.VV. , “Immagini e materiali del laboratorio Fortuny”, Ed. Marsilio, 1978

DIZIONARIO ETIMOLOGICO GARZANTI ONLINE

TRECCANI, enciclopedia

CARLO RIDOLFI, “Le meraviglie dell’arte, ovvero delle vite degli illustri pittori veneti e dello Stato”  

presso Gio.Battista Sgaua, Venezia, MDCXLVIII

MANET RITORNO A VENEZIA, “Catalogo della mostra”, Palazzo Ducale Venezia, 2013,  Ed. Electa, 2013 

AA.VV. ,”La pittura spagnola”, Ed. Electa, Tomo II, 1995

SIMONA RINALDI, “Le tempere veneziane di Mariano Fortuny”. Academia Edu, sito web

JEAN-PAUL SARTRE, “Tintoretto o il sequestrato di Venezia”, Christian Marinotti Edizioni, 2005

STEFANIA NICASI, “Intervista a Stefano Ferrari”, Società psicoanalitica italiana, 2008, sito web

TOM NICHOLS, “Tintoretto, traditions and identity”, Reaction Books, 1999

MELANIA GAIA MAZZUCCO, “Jacopo Tintoretto e i suoi figli”, Ed. Rizzoli, 2009

Autore articolo: Michele De Martin
Nato a Venezia , più precisamente al Lido, un 9 aprile, diplomato al Liceo Scientifico G.B. Benedetti . Vivo in questa città unica da quel giorno, per mia fortuna, e ho dei meravigliosi ricordi di vita dalla fanciullezza, passando per l’adolescenza e la spensieratezza della giovinezza . E’ una città che vivo tutt’ ora con gioia e passione nonostante sia diventato flebile quell’ eco della antica civiltà che ancora si percepiva tra le antiche mura delle case, tra le calli, nei campi e campielli fino a non troppi anni fa. Amo le pietre, i marmi, l’ acqua, l’arte tutta, espressa in multiformi modi, di questo scrigno di tesori posato sull’ acqua, cresciuto ed arricchito per merito dell’ uomo. Questa città è una perla rara il cui guscio protettivo possiamo solamente essere noi.


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