TINTORETTO L’ ARCANGELO MICHELE ABBATTE LUCIFERO ALLA PRESENZA DI MICHELE BON

Autore: Michele De Martin

TINTORETTO L’ ARCANGELO MICHELE ABBATTE LUCIFERO ALLA PRESENZA DI MICHELE BON

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Venezia 1518 – Venezia 31 maggio 1594

Autore: Jacopo Tintoretto e Domenico

Titolo: L’arcangelo Michele abbatte Lucifero alla presenza di Michele Bon

Anno 1581 ca. 

Olio su tela , 380 x 180 cm. 

Ubicazione:  Venezia , Chiesa di San Giuseppe di Castello, vulgo Sant’ Isepo

Jacopo Tintoretto e Domenico,L’arcangelo Michele abbatte Lucifero alla presenza di Michele Bon

Jacopo Tintoretto e Domenico,L’arcangelo Michele abbatte Lucifero alla presenza di Michele Bon

LA RITRATTISTICA DEI MAGISTRATI VENEZIANI

Nel corso del XVI secolo vi fu a Venezia una notevole tendenza alla produzione ritrattistica rivolta ai pubblici funzionari delle varie magistrature, si trattava di opere commissionate  dagli stessi magistrati ad autorevoli pittori, erano ritratti eseguiti per essere collocati negli uffici dove questi uomini di governo esercitavano le loro funzioni pubbliche.

Relativamente al mondo della politica e a quello del commercio della città possiamo a grandi linee suddividere Venezia,  urbanisticamente, in due assi, individuando il cuore del potere politico a San Marco e quello commerciale a Rialto.

Utilizzando il linguaggio della Serenissima, sempre a livello di collocazione urbana, il primo veniva definito de Citra ed il secondo de Ultra (al di qua ed al di là del Canal Grande rispetto a San Marco).

Gli uffici dei funzionari pubblici si trovavano principalmente a San Marco nel Palazzo Ducale, nelle Procuratie e nella Zecca di Stato, ma le sedi  delle magistrature avevano trovato luogo anche nella zona del commercio, ovvero a Rialto, nel Palazzo dei Camerlenghi  e nel Palazzo dei Dieci Savi. In questi cuori pulsanti della Serenissima operavano le varie magistrature e proprio in queste sedi potevano trovare collocazione i ritratti menzionati per decorarne le sale.

Si trattava di rappresentazioni iconografiche  singole, oppure di gruppo, che indubbiamente devono aver avuto un peso notevole sotto il profilo del prestigio tanto che col tempo passò la tendenza a commissionare quadri decisamente importanti. Si trattava di opere che  a volte sfoggiavano uno sfarzo  che era in contrasto con quella che oggi potremmo definire la policy di un’azienda, in bella sostanza questa ostentazione di opulenza, utilizzando la ritrattistica, non era in linea con la necessaria sobrietà minima richiesta dalla politica di governo…un qualche cosa che oggi a stento si riesce a concepire.

L’organo di controllo che vigilava sulle spese di questo tipo di “rappresentanza” era il Magistrato alle Pompe, i cui funzionari erano deputati, tra i loro vari compiti, a stabilire  le regole ed il valore economico entro il quale dovevano essere contenute queste “operazioni”.

Alla fine del ‘500, nel 1580 per la precisione, il Maggior Consiglio decretò che non si potessero spendere più di 15 ducati per ciascun ritratto, anche perchè la spesa per i dipinti devozionali dei Dogi a Palazzo Ducale, nella Sala del Maggior Consiglio, era stata fissata a 25 ducati.

Un aspetto interessante riguarda il fatto che nell’ espressione figurativa non vi dovessero essere differenziazioni di rango, si trattasse di nobili della Magistratura o membri dei Consigli o anche dello stesso Doge, così come ce lo ricorda Francesco Sansovino nel capitolo undecimo ,“Della Grandezza et Degnità del Principe di Venezia”, del suo “Venetia città nobilissima et singolare” del 1581.

“ […] un Principe veramente assoluto, all’altrui vista, ma infatti legato dalle leggi, di modo che non è punto differente da gli altri posti in alcun magistrato […] “

(Francesco Sansovino, 1581)

Altra cosa interessante e decisamente significativa, studiata ed evidenziata in modo accurato da Gustav Ludwig (1), in particolare modo in relazione  alla ritrattistica del Palazzo dei Camerlenghi, riguarda il fatto che l’esecuzione dei ritratti veniva richiesta dai funzionari nel momento in cui erano “uscenti” dalla carica. Questa usanza era importantissima perchè in questo modo la loro memoria iconografica rimaneva in loco ad imperitura memoria non per ciò che “promettevano”  bensì, cosa molto più importante dal momento che venivano dipinti dopo il loro mandato, per ciò che avevano fatto e per come si erano comportati nel corso del loro incarico di collaboratori del Governo per il mantenimento della  salute della Repubblica.

Inoltre, essendo delle vere e proprie donazioni di privati, la loro collocazione doveva essere decisa collettivamente in modo tale che ci fossero degli accordi chiari alla cui definizione avessero partecipato tutti i funzionari.

In bella sostanza è probabile che si presumesse che difficilmente un funzionario che non aveva prestato la sua opera in modo efficiente ed efficace commissionasse una propria commemorazione pittorica da esporre, mentre aveva un senso logico e costruttivo solo se la sua vita lavorativa era stata coronata dal successo , con competenza ed onestà  per il bene della cosa pubblica…ed anche questo mi pare un agire di ottimo esempio.

In questo dipinto con l’Arcangelo e Lucifero, che si trova invece in una chiesa, precisamente a San Giuseppe nel sestiere di castello, noi possiamo vedere il magistrato Michele Bon nella sua veste ufficiale di color rosso.

Questo aspetto non ci può sembrare altro che ovvio, ma di fatto fu proprio Jacopo Tintoretto che iniziò a dipingere i committenti con i loro abiti e con le loro reali sembianze. In precedenza invece era anche in uso che i funzionari si facessero ritrarre  con addosso il vestiario dei santi ai quali si rivolgevano, in questo modo il personaggio  ritratto “prestava” il proprio volto al suo santo creando un’ immagine che univa e coniugava la sua credibilità di fedele devoto con l’autorevolezza dell’uomo di stato.

Infatti il principale ritrattista che precedette Tintoretto, Bonifacio De Pitati (2), dipingeva i santi con i loro propri paramenti ma  con il volto dei magistrati proprio perchè erano i committenti stessi che sceglievano il loro “beato” nel quale volevano essere rappresentati, in pratica si trattava di un “ritratto travestito”.

A proposito di questo passaggio di testimone trovo curioso osservare che il lavoro con il quale si affermò Bonifacio in gioventù a Venezia, nel 1528, fu proprio un “San Michele che scaccia Lucifero” che gli fu commissionato dalla famiglia di Sigismodo Cavalli e che si trova nella Cappella del Rosario nella chiesa di San Giovanni e Paolo.

 

Bonifacio de’ Pitati, “San Michele scaccia Lucifero”, 1530, Cappella della Madonna del  Rosario, chiesa di san Giovanni e Paolo

Bonifacio de’ Pitati, “San Michele scaccia Lucifero”, 1530, Cappella della Madonna del  Rosario, chiesa di san Giovanni e Paolo

Dopo Bonifacio il Tintoretto divenne il ritrattista preferito e di fiducia dei Camerlenghi  la cui sede raccolse il maggior numero di questo genere di quadri.

Riallacciandoci alla pala di Sant’ Isepo  possiamo avere la certezza assoluta dell’identità di Michele Bon se facciamo un confronto con il grande quadro dipinto nel 1571, sempre da Jacopo,  per la sala dell’Avogaria a Palazzo Ducale, opera  commissionata per l’ appunto dagli avogatori Michele Bon, Francesco Pisani e Ottaviano Valier. Il primo a sinistra dei tre è indubitabilmente il nostro uomo…seppur di dieci anni circa più giovane.

 

Jacopo Tintoretto, La resurrezione di Cristo e tre Avogadori  (1571) Palazzo Ducale, Sala dell’Avogaria

Jacopo Tintoretto, La resurrezione di Cristo e tre Avogadori  (1571) Palazzo Ducale, Sala dell’Avogaria

 

 L’ ARCANGELO MICHELE

 

Tintoretto, dettaglio dell’ Arcangelo Michele, chiesa di Sant’ Isepo, Venezia

Tintoretto, dettaglio dell’ Arcangelo Michele, chiesa di Sant’ Isepo, Venezia

 Peccati e debolezze, virtù e vizi, timori e paure, sicurezze e incertezze…talvolta può succedere che un poco di tutto questo affiori, o riaffiori, nei pensieri di un uomo mentre si sofferma a ripercorrere a ritroso il proprio cammino esistenziale. Capita , nel corso della propria vita,  che si abbia la necessità di fare per sé stessi un breve riassunto del proprio operato.

Tuttavia questa nobile introspezione, profondamente intima, viene talvolta anche sviscerata per altre ragioni, non per la tranquillità della nostra anima, non per un profondo senso di autoanalisi sulla condotta della nostra esistenza, bensì per “comunicare” agli altri una testimonianza dell’importanza di ciò che abbiamo fatto, è la necessità di avere  un consenso e fare in modo che ne rimanga traccia  …la memoria.

Va da sé che quest’ ultima considerazione non riguardi la maggior parte degli uomini, bensì coloro i quali, per i più svariati motivi, hanno speso la loro vita soprattutto per la comunità…quanto meno un tempo.

Come per esempio Antonio Milledonne si votò al suo santo omonimo, Antonio di Coma, dandogli il proprio volto per raffigurarsi in un uomo pesantemente tribolato nel profondo del proprio essere in un determinato momento della propria vita, come ricorda Augusto Gentili:

“ […] volle probabilmente ricordare attraverso i supplizi del suo santo eponimo le diaboliche  manovre e le tormentose calunnie che nel 1575 e nel 1580 gli preclusero l’elezione all’ambito ruolo di Cancellier Grande. [..]”

così in un’altro luogo sacro dalla parte opposta di Venezia, nella chiesa di San Giuseppe nel sestiere di castello, Michele Bon, membro del Consiglio dei X, si rivolse al suo omonimo protettore, Michele.

Antonio e Michele, decisamente due rappresentanti celesti molto diversi, come certamente differenti erano le motivazioni che avevano determinato la scelta del soggetto da parte dei due committenti. Il primo, Antonio, combatte con una sovrumana fatica pur di rimanere, per quanto possibile, a galla in quel mare tempestoso di tentazioni subdole e demoniache, il secondo invece non è un uomo comune che anela all’elevazione spirituale attraverso le privazioni dei piaceri, è un angelo anzi un arcangeloMichele.

Quest’ultimo appellativo distintivo gli fu attribuito con il nuovo testamento, fu infatti il primo, poi lo seguirono in questa investitura  Gabriele e Raffaele.

L’arcangelo Michele è colui che protegge la chiesa ed i suoi fedeli, infonde un senso di forza, di sicurezza e protezione.

È il nome stesso che nell’antica lingua ebraica ,“Mi-ka-El”, ne rivela la sua funzione di custode della Chiesa militante:

Chi è come Dio?

Un nome che nel suo significato antico riassume l’indignazione assoluta di fronte ad una bestemmia… ovvero il volersi paragonare a Dio, se non sentirsi addirittura superiore, da parte di un altro Serafino.  “Chi è come Dio ? “ , una domanda perentoria che rievoca un’antica battaglia, una furibonda lotta importante anche per il destino delle nostre anime.

Fu proprio all’inizio della creazione che il volersi ergere sopra tutti da parte dell’angelo Lucifero fece sguainare la spada a Michele, ed al suo esercito, per scacciarlo e farlo precipitare negli inferi, nelle tenebrose viscere della terra.

La sua prepotenza, la sua incommensurabile superbia, l’hybris, segnarono il suo destino che lo relegò nel buio regno sotterraneo, in quell’oscurità da dove continua a tramare per cercare di raggiungere le anime degli uomini e delle donne, per corromperle e trascinarle con sé negli abissi delle perversioni e delle sofferenze…e abbiamo visto che Antonio, l’egiziano anacoreta di Coma, ne seppe qualcosa. Michele fu un santo assai venerato in oriente ma che ebbe molto seguito anche a Venezia. Non a caso all’incrocio delle arcate di congiunzione dell’ angolo sud-ovest della loggia di Palazzo Ducale campeggia la scultura dell’ arcangelo Michele che si trova in asse  proprio sopra la raffigurazione di Adamo ed Eva, scolpita al di sopra del capitello della colonna di terra, colti nell’atto di consumare il frutto proibito.

Nel contempo alle sue spalle, sopra di lui, si trova la sala del Maggior Consiglio.

Palazzo Ducale, l’ arcangelo Michele

L’ Arcangelo ha la spada sulla spalla, ovvero un’arma non sfoderata minacciosamente ma con il significato di essere sempre vigile e pronta a colpire. Michele regge un cartiglio nel quale c’è scritto :

“Ense bonos tego malorun crimina purgo” , ovvero, “con la spada proteggo i buoni e punisco i delitti dei malvagi”

Con la sua presenza proprio in quel palazzo, nell’angolo di maggior visuale e maggior passaggio, con alle sue spalle la sala del potere, pare voglia ammonire tutti, tanto gli uomini che stanno fuori dalla sede dogale quanto quelli che vi si trovano dentro…ovvero coloro che amministrano la città, i politici.

Sarà imparziale , con la spada punirà i malvagi e proteggerà i buoni, senz’alcuna distinzione di rango…proprio come imponevano le regole per la  ritrattistica che ci ha poc’anzi ricordato il Sansovino.

Non sembra lì per caso il San Michele scolpito in linea verticale sopra la rappresentazione del peccato originale, si trova in quel posto per ricordare che il buon governo di uno stato dev’essere l’obiettivo fondamentale dei suoi politici, e la sua presenza ed il suo monito sembrano proprio garantirlo.

“ […] Nel Palazzo, gli angeli, le cui grandi statue sono collocate negli spigoli in posizione dominante, si fanno ambasciatori della sapienza e della volontà divine […] “

(Antonio Manno)

E non a caso è proprio uno di questi uomini, Michele Bon, che scelse l’ arcangelo Michele per sottoporsi al suo giudizio che non poteva quindi essere altro che a suo favore.

LUCIFERO
 

Tintoretto, dettaglio di Lucifero, chiesa di Sant’ Isepo, Venezia

Tintoretto, dettaglio di Lucifero, chiesa di Sant’ Isepo, Venezia

 Lux ovvero luce, ferre ovvero portare, il portatore di luce…Lucifero.

La sua tracotanza , la sua presunzione di superiorità, di forza e prepotenza , l’ hybris dell’antico mondo greco, lo portarono alla punizione massima, attraverso la mano dell’ arcangelo, per ordine di colui che voleva eguagliare, l’ inevitabile vendetta divina, la tisis degli antichi greci. Dal giorno della sua cacciata dal cielo agli inferi  il serafino “portatore di luce” della tradizione giudaico cristiana fu identificato ad aeternum con il male, il principe delle tenebre, Satana.

[…] Negli inferi precipitato il tuo fasto, la musica delle tue arpe 

sotto di te v’è uno strato di marciume, e tua coltre sono i vermi […] 

(Isaia  14, 11)

Giace nel buio degli abissi e da lì agisce subdolamente o manifestamente, oppure ingannevolmente…perennemente in agguato. Veste i panni più disparati per raggirare astutamente, ammaliatore sopraffino versa calici di dolce ambrosia avvelenata che ingannano anche il palato più raffinato, seducentemente offre rose dal fresco e vellutato profumo che beffano l’olfatto più sofisticato…rose  le cui spine sono avvelenate, ingannevolmente pronuncia parole d’amore appassionate per poi tradire e far patire le angosce più pesanti,  abbraccia con amicizia che pare sincera per pugnalare poi alle spalle…il suo scopo è perseguire il male.

IL DIPINTO

 

Jacopo Tintoretto e Domenico,L’arcangelo Michele abbatte Lucifero alla presenza di Michele Bon

Jacopo Tintoretto e Domenico, L’arcangelo Michele abbatte Lucifero alla presenza di Michele Bon, 1581 ca.

Eccoli dunque entrambi all’opera,  Michele e Lucifero, dipinti dal Tintoretto per  Michele Bon. Uno sta sopra già vittorioso, l’altro sta sotto e si difende con gli artigli. Al loro fianco il membro del Consiglio dei X, nonché committente del dipinto, che osserva la scena.Nella prima edizione della “Venezia città nobilissima et singolare” di Francesco Sansovino, datata 1581, vi sono poche righe di descrizione relativamente alla chiesa e non v’è alcuna menzione del dipinto, cosa comprensibile visto che la data di pubblicazione del libro è  dello stesso anno di attribuzione del quadro.

In seguito, nell’edizione uscita dai torchi tipografici nel 1663, ne troviamo un breve accenno, a pagina 73, nell’ “additione” redatta da “ D. Givstiniano Martinioni primo prete titolato in SS. Apostoli “:

“ […] Quella del San Michiele con il ritratto del Senatore è di Iacopo Tintoretto . […] ”

Le fonti  coeve originarie, cominciando dal Borghini nel 1584, parlano del quadro attribuendone la paternità a Jacopo Tintoretto e specificano pure che la persona  ritratta era il committente.

Per identificare quest’uomo in Michele Bon abbiamo anche la testimonianza del Boschini del 1664 il quale precisa  che il dipinto si trovava sopra l’altare di “Michel Buono”  per poi aggiungere anche  “Vi è ancor il ritratto sopra la Palla”Il Forestiere Illuminato”  , bella guida della città stampata per la prima volta a Venezia nel 1740, parlando delle “Pitture” degli importanti artisti presenti nella chiesa, scrive: “Quella di S. Michele Arcangelo è del Tintoretto”. Poi nel 1771 lo Zanetti sottolinea che nella pala c’è il “ritratto di Michele Buono”.

Giulio Lorenzetti invece è sempre accurato e capillare nella sua indiscussa e bellissima guida “ Venezia e il suo estuario, guida storico artistica” , scrive  infatti: 

“[…]  LATO D. ; I ALT. : pala assai deperita, attribuita a Jacopo Tintoretto (più probabilmente lavoro di bottega) : L’Arcangelo Michele in lotta con il Demonio, a cui assiste, raffigurato da un lato, il Se. Michele Bono. […]“

(G. Lorenzetti)

Per l’identificazione fisica vera e propria, oltre alle fonti letterarie appena citate, il confronto con il suo ritratto, sempre del Tintoretto, presente nella “Resurrezione di Cristo e tre Avogadori”  (1571) che si trova nella Sala dell’Avogaria di Palazzo Ducale, ce lo conferma come abbiamo visto più sopra.

Con il  primo restauro eseguito nel 1937 il dipinto ebbe il seguente giudizio : apparve piuttosto vacuo nelle figure del diavolo e del devoto” (Paolo Rizzo)

Un’ulteriore conferma della lettura identificativa la si ebbe nel corso del risanamento del dipinto eseguito nel 1940, quando venne trovata nel retro della tela la seguente scritta “a di 21 febbraio / a da ese / finita questa / pala / io Michele Bon / affermo”  la qual cosa toglie ogni dubbio sul committente e la sua ovvia presenza all’interno del dipinto.

Sempre nel 1940 il Moschini diede un’interpretazione di questa affermazione, scritta dal Bon, del seguente tenore :“una ingiunzione del ritrattato committente”. 

Gli studi effettuati sul dipinto attribuiscono la sua datazione al periodo di maturità del Tintoretto, e con tutta probabilità anche ultimato con la collaborazione della bottega come sostenne il De Vecchi nel 1970, mentre il Lorenzetti anni prima, nel 1926, lo attribuiva probabilmente alla bottega del pittore, come abbiamo visto più sopra.

Comunque sia, che lo si possa ritenere autografo, anche se non in toto, venne anche confermato nel 1973 nel corso ed a conclusione  dell’ultimo restauro la cui pulizia rinvigorì il carattere del dipinto rendendolo di più facile lettura.

La scena in movimento , con l’Arcangelo che piomba dall’alto cavalcando le nuvole, sembrerebbe una caratteristica del dinamismo tipico della fantasia di Jacopo , mentre la parte relativa al ritratto del senatore Bono venne giudicata piuttosto scialba e di poco carattere e per questo presumibilmente attribuibile all’ aiuto del figlio Domenico.

La sua datazione comunque non dovrebbe essere anteriore, se non di un anno, alle notizie che risalgono al 1582, che ci ha fornite il Borghini nel suo testo del 1584.

La chiesa  che ospita il dipinto non ha origini antichissime, la sua edificazione dedicata allo sposo di Maria fu autorizzata dal Senato il 25 giugno 1512.

Era un periodo molto pesante per la Serenissima, infatti si era da non molto conclusa la guerra estenuante ed impari contro la Lega di Cambrai che finalmente era finita , quanto meno si era conclusa la fase in cui Venezia era veramente sola contro tutti (1508/1510) e ne era uscita bene (3). Ebbe così inizio la costruzione di San Isepo di Castello contestualmente ad un Monastero di monache agostiniane alle quali era affidata la chiesa.

Di questa fabbrica non si conosce il nome del progettista…peccato. Nel corso del 1530 i lavori stavano andando parecchio a rilento e fu il Consiglio dei X che diede il permesso ad un gruppo di mercanti e privati cittadini di fondare un Pia Confraternita al fine di procurare i fondi necessari per completarne la costruzione.

Il destino volle che in questa chiesa un membro del predetto Consiglio, Michele Bon per l’appunto, commissionasse una pala d’altare.

 

CHIESA DI SAN GIUSEPPE (SAN ISEPO), altare e pietra tombale (foto dell’ autore)

CHIESA DI SAN GIUSEPPE (SAN ISEPO), altare e pietra tombale (foto dell’ autore)

Ai piedi dell’altare, che è il primo a destra quando si entra , vi è la seguente scritta su di una lapide in marmo rosso di Verona incorniciata da marmo lumachella (4), è fissata con quattro placche rotonde in bronzo che mi sembra riproducano una testa di leone vista frontalmente:

MICHAEL BON PATRIT. VENET./ SIBI VIVENS ET/ MARINAE PRIOLAE VXORI SVAE/ CHARISS. PRAEDE FVNCTAE/ M. HOC P./ MDLXXVIII 

MICHELE BON PATRIZIO VENETO/ IN VITA E/ DI SUA MOGLIE MARINA PRIULI/ GRANDE BENEFATTRICE DEFUNTA/IN MEMORIA QUI POSE/ 1578

(nella speranza di aver tradotto correttamente)

la qual cosa mi sembra una ulteriore conferma dell’importanza del senatore.

 

Pietra tombale, la placca in bronzo , particolare (foto dell’ autore)

Pietra tombale, la placca in bronzo , particolare (foto dell’ autore)

Michele  nacque il 22 febbraio 1526 e morì nel dicembre del 1586, membro del Consiglio dei X fu sepolto nella chiesa di San Giuseppe di Castello.  Il padre  Alvise Bon era stato un uomo di grande prestigio della diplomazia veneziana nonché colto umanista. (M. Barbaro, Discendenze patrizie, ms. Cicogna, Venezia, Museo Correr, vol. III, c. 53)

Secondo le più consolidate tradizioni di devozione lo troviamo all’interno del dipinto commissionato, in questo modo non v’era dubbio alcuno su chi fosse il committente, sottolineandone così nel contempo la sua rilevanza. L’associazione di un santo alla persona a lui devota accomunava in un certo qual modo i due personaggi raffigurati ed in questa maniera si riusciva ad imprimere, nell’immaginario dell’osservatore, la popolarità del beato ovviamente, ma nel contempo anche del committente…che di sicuro era lo scopo ultimo e fors’anche unico.

La religiosità, la devozione alla chiesa ed in particolar modo il rispetto e l’ attaccamento ad un rappresentante tanto importante di quest’ultima, diventava oggetto di riflessione per i fedeli che nel vedere la figura del committente a fianco del santo sicuramente devono aver avuto una percezione della sua importanza nella società e, come in questo caso, anche e soprattutto ne comprendevano  il suo prestigio all’interno del governo della Repubblica.

Michele Bon, membro del potente Consiglio dei X, si trova qui inginocchiato in modo deferente , come è giusto che sia, di fronte all’Arcangelo, suo omonimo e suo protettore, ma non è in disparte come spesso si poteva vedere in questo genere di ritrattistica, oppure genuflesso da parere a mezzo busto o magari anche ritratto a dimensioni ridotte.

In questa pala è invece raffigurato vicino al condottiero dell’esercito celeste e del principe delle tenebre, ex portare di luce.

Per di più, nonostante si trovi con le ginocchia a terra, pare in posizione eretta perchè le sue dimensioni sono proporzionalmente maggiorate rispetto ai due combattenti. Il magistrato è palesemente inchinato di fronte a Michele, e quindi alla potenza di ciò che rappresenta, ma in un certo qual modo è anche presente “fisicamente” in modo quasi paritario. Nel contempo si trova anch’esso ad un livello superiore rispetto al demone che di fatto è a terra ai suoi piedi.

A differenza del dipinto della Sala dell’Avogaria , dove il Bon con il Pisani ed il Valier sembrano in disparte, rispettosi, ossequiosi e quasi in attesa di una specie di approvazione e di benedizione, nella pala di cui stiamo parlando pare che sia il Bon stesso che calpesta il palcoscenico del teatro come fosse l’attore principale, il protagonista, e se così pare a me uomo del XXI secolo credo altrettanta fosse l’impressione che ne traevano i fedeli che entravano a San Isepo in quel periodo.

Infatti come suggerisce il Wolters: “ […] la sua religiosità è oggetto di riflessione per il fedele […]“  (Wolfgang Wolters, 1987).

Michele Bon è ritratto in veste ufficiale di Senatore della Repubblica, il suo abito ce lo conferma. Egli osserva placido e tranquillo, direi con uno sguardo sereno e pacifico, la lotta tra il bene ed il male, tra San Michele e Lucifero…ma non è una semplice battaglia, essa rappresenta anche la lotta nel “giudizio finale” che è il momento in cui verranno giudicate le anime in base a come hanno vissuto la loro vita terrena.

Non a caso l’Arcangelo Michele nell’iconologia cristiana fu individuato come colui il quale peserà le anime (psicostàsi) nel corso del Giudizio Ultimo, infatti esso viene sempre raffigurato non solo con le sue invincibili armi, la spada o la lancia , ma anche con una bilancia.

Quella bilancia determinerà il destino delle anime dopo il Giudizio Universale in modo inappellabile ed incontrovertibile , essa peserà vizi e virtù, buone e cattive azioni, opere pie ed azioni malvagie, azioni caritatevoli e comportamenti egoistici  che hanno caratterizzato la vita di ciascun individuo nel corso della propria esistenza, e Lucifero sarà sempre lì, pronto a far pendere dalla propria parte il piatto di quella bilancia utilizzando qualsiasi sotterfugio, inganno, trabocchetto, violenza.

Qui il committente sembra sicuro, anzi lo è di certo, che la bilancia penderà dalla parte dell’ Arcangelo, perciò a suo favore. La sua posizione , seppur genuflessa, è rispettosa, è sicura ma non prostrata, la gestualità delle sue mani non suggerisce timori , non tradisce incertezze oppure uno stato d’ ansia interiore nell’attesa di sapere ciò che sarà del suo destino.

Il suo volto è serafico e guarda verso l’alto il suo protettore, il quale pare cavalcare le nuvole come fossero uno scalpitante destriero nel mentre sta per sferrare il colpo ferale al suo temibile avversario, e nel contempo  mostrandogli la bilancia, quasi in modo beffardo per sottolineargli ulteriormente la propria forza e potenza , quella bascula con la quale giudicherà, e giudica, il suo protetto. Il magistrato pare nel contempo non curarsi del demonio.

Lucifero è a terra, le sue mani sfoderano dei poderosi artigli che rievocano l’ancestrale bestia , il drago immondo contro il quale l’Arcangelo sarà chiamato a combattere alla fine dei tempi  (Ap 12, 7-9).

[…] 7  Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli. 8  ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9  Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo, e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli […] 

(Apocalisse 12, 7-9) C.E.I.

Con quegli artigli simili a rampini di ferro tenterà di sbilanciare i piatti della psicostasi dalla propria parte per pretendere  le sue prede, ed in questo specifico caso per  reclamare l’anima del Senatore e Membro del Consiglio dei X.

Per fare meglio presa a terra  ha sguainato anche le ferrose unghie artiglio dei piedi che con quelle della mano destra   sembrano volersi ancorare piantandole in un qualcosa che pare far parte del corpo di una oscura creatura, un particolare che ricorda la zampa di un drago.

Tintoretto, pala di San Isepo, (particolare) piede e mano di Lucifero, (foto dell’autore)

Tintoretto, pala di San Isepo, (particolare) piede e mano di Lucifero, (foto dell’autore)

Le sue ali però, ora misere, non possono più volare alto, non hanno la forza per contrastare quelle vigorose, potenti e multicolori di Michele che pare gli stia parlando con la forza della mente per ricordargli, fiero ed ancora indignato :“chi è come Dio ???” … mentre lo sovrasta con forza, determinazione e sicurezza.

Michele Bon è indiscutibilmente sicuro della protezione accordatagli.

La sua anima è perciò idealmente posata sul piatto della bilancia che pende dalla parte dell’Arcangelo.

È l’anima dell’uomo e quindi del funzionario magistrato, e perciò una testimonianza del suo buon operato in seno al governo della Repubblica.

Un messaggio del servitore dello Stato teso a far sì che venga ricordato come un buon amministratore della Città e perciò dei suoi cittadini.

Lucifero è a terra,  la sua pelle squamosa ricorda il serpente antico dell’ Apocalisse, sembra di udire le sue bestemmie che si perdono come un’eco spettrale nelle viscere della terra mentre si tiene arpionato con le lunghe unghie al suolo, su di una specie di ammasso di carne putrescente e maleodorante. In alto l’Arcangelo pare avere un’espressione sprezzante ed impietosa, ancorché serena.

Sta raccogliendo la massima energia, che sembra essergli fornita dal bagliore di luce  alle sue spalle, per sferrare l’ultimo micidiale colpo. In questo contesto di battaglia il committente, Michel Bon membro del Consiglio dei X , pare non avvertire il clangore delle armi, le urla  e le imprecazioni, i respiri affannosi, il cozzare dei corpi , l’odore acre degli inferi che esala la squamosa pelle del serpente primordiale, il tanfo della carne putrefatta sulla quale si muove l’angelo caduto.

“ […] sotto di te v’è uno strato di marciume, e tua coltre sono i vermi […] “ (Isaia 14, 11)

 Alla luce di tutto ciò mi pare evidente il messaggio che il Bon volle lasciare “incorniciato” . Due limiti inequivocabilmente distinti: il bene ed il male, ed il committente altrettanto inequivocabilmente collocato dalla parte del bene. Uomo di fede e uomo di stato.

Sarei curioso di sapere come fosse realmente percepita questa rappresentazione dall’ ’uomo del  ‘500.

Di sicuro la lettura iconografica profonda, condivisibile o meno che fosse,  non era comprensibile a chiunque, i più credo avessero una percezione semplice, immediata, forse non molto diversa  da quella suscitata da un efficace ed intelligente cartellone pubblicitario di oggi, e d’altra parte lo scopo era anche questo.

Una cosa è certa, nel significato di questo dipinto il magistrato è sicuro dell’esito positivo della battaglia, ma soprattutto è sicuro di testimoniare il suo buon lavoro come funzionario della Repubblica, non a caso scelse  l’ Arcangelo Michele a confermarlo ad imperitura memoria.

Per quanto poco rilevanti possano essere le mie impressioni , trovo quest’opera molto interessante sotto il profilo iconologico ed iconografico, mi sembra sia stata, a mio modesto giudizio, una scelta avveduta.

L’impostazione forse è un poco ristretta all’interno del teler  dove tutto è un poco troppo rinchiuso in uno spazio piuttosto ridotto…però forse questo potrebbe anche essere d’aiuto per un specie di rafforzamento della vicinanza morale tra l’uomo politico  e l’uomo di fede. È vero anche che questa vicinanza il senatore ce l’ha pure con Lucifero, ovvero il male, ma che però si trova a terra ai suoi piedi.

Se il concepimento dell’opera avesse sviluppato una dimensione  più grande avrebbe avuto bisogno sicuramente di ulteriori elementi riempitivi, Tintoretto era un magister teatrale in questo, ma nel contempo avrebbe avuto anche una lettura più complessa, certamente una gran bel vedere d’impatto ma  senza l’immediata decodifica interpretativa che permette una composizione di sole tre figure.

C’è anche da dire che al di sopra di un altare , a meno che non si tratti di un Altare Maggiore, le dimensioni di una pala non possono essere smisurate, infatti a San Trovaso l’ altare Milledonne è dimensionalmente simile a questo, tanto è vero che la pala con Sant’Antonio misura 282 x 165, poco meno di quello del Bon che infatti misura 380 x 180 centimetri.

Michele è ben dipinto, rende bene l’idea di sicura potenza, è dinamico, e quella carica di luce alle sue spalle che si riflette nelle ali multicolore  testimoniano assieme la forza della figura. Quei bagliori paiono pulsare e ad un occhio moderno potrebbero dare l’idea di una specie di generatore che sta caricando quel braccio armato nella rilucente armatura per permettergli di poter sferrare un formidabile colpo.

Stranamente non arriva a testa in giù , come il volo degli altri angeli tintorettiani simili ad un  moderno supereoe dei fumetti, ma all’incontrario, in piedi cavalcando le nuvole, che paiono cavalloni evanescenti, dalle molteplici sfumature di grigio, forieri di tempesta.

Bella la sua armatura presa a prestito probabilmente, simbolicamente parlando, dall’armeria di un nobile guerriero.

Forse la sua gamba nuda, che esce da tutto quel ferro lavorato probabilmente da sapienti armaioli veneziani, non presenta quella torsione tipica di altre sue figure, con la muscolatura  realisticamente tesa da far intravedere le sue sottostanti forme anatomiche , come nel Sant’Antonio ad esempio.

Lucifero non lo trovo proprio bellissimo, la posizione rende l’idea del suo sforzo per resistere e cercare di riergersi, ma non ha la forza di altri vigorosi corpi dipinti dal pittore. Il suo braccio e la sua mano artigliata non mi entusiasmano , basta guardare il più volte citato (da me) Sant’ Antonio per fare un paragone e rendersene conto.

Il ritratto di Michele Bon non posso dire che mi entusiasmi, non mi sembra avere una caratterialità  espressiva efficace. Raffrontandolo con quello eseguito dieci anni prima mi pare meno bello. La veste del senatore è meno luminosa , meno drappeggiata, anche l’ermellino non rende come quello dei tre avogadori.

Anche le mani sono anatomicamente preferibili nel dipinto del 1571 dove  la loro gestualità mi sembra più eloquente.

Il volto mi pare avere un’espressione vagamente vacua rispetto a quella più “caratteriale” dei tre funzionari che sembrano quasi preoccupati nei loro sguardi e nella loro fisiognomica, ed in particolare quello del Bon mi sembra piuttosto intenso e molto attento nell’osservare  ciò che gli succede di fronte, nello sguardo ha una specie di immobile concentrazione, gli occhi non sono sgranati e tanto meno socchiusi, sono concentrati.

Il Bon dell ’81 non mi risulta così di carattere, mi pare abbia un’espressione  un poco sonnecchiante di fronte all’evento epocale al quale sta assistendo, e la mano che si posa sullo stomaco, come stigmatizzasse il fatto che lui è tranquillo, non è resa bene come altre nerborute e noccolute mani dipinte da Jacopo, così come le pieghe e le sfumature di colore della sua veste ufficiale di magistrato della Repubblica non sono altrettanto vaporose, fluttuanti e vive, forse i colori sono stati lavorati dal tempo, dall’umidità e dalle variazioni climatiche di quel luogo, chissà… all’origine probabilmente erano brillanti ed i giochi d’ombra e luce più evidenti, ed il panneggio di conseguenza più realistico.

Questa figura è stata attribuita alla mano di Domenico Tintoretto, il figlio di Jacopo, e questa potrebbe anche esserne  la spiegazione.

Non sarà forse un dipinto superlativo, ma il fascino che emana, la storia che racconta, le vicissitudini umane racchiuse nel suo significato, con tutte le debolezze e i punti di forza del magistrato che vi si possono sviscerare con una lettura  introspettiva, lo rendono affascinante e coinvolgente.

È una delle tante testimonianze del genio di Tintoretto, una popolarità ed un successo che nel suo autoritratto del Louvre di Parigi egli pare mettere in discussione osservandoci attraverso quei suoi occhi che guardano “oltre” , percorrendo la sua lunga vita proiettandosi nella nostra.

 

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, autoritratto, 1587, Museo del Louvre, Parigi

Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, autoritratto, 1587, Museo del Louvre, Parigi

NOTE

(1) GUSTAV LUDWIG (1894/1905) 

Al momento della sua scomparsa i contemporanei erano concordi: Gustav Ludwig (1854-1905), oggi quasi del tutto dimenticato, era uno dei più straordinari storici dell’arte della sua generazione. Dopo gli studi in medicina, all’età di 22 anni si stabilì a Londra esercitando per quasi vent’anni la professione medica. La frequentazione delle numerose esposizioni londinesi e l’amicizia con il mercante d’arte Jean Paul Richter gli dischiusero rapidamente il mondo degli studi storico-artistici. Quando nel 1895, per problemi di salute, fu costretto a lasciare Londra rinunciando alla sua professione, Ludwig si recò a Vienna dove ebbe occasione di assistere alle lezioni storico-teoriche sulla pittura di Theodor Frimmel. Già in questo primo periodo emerge un certo disinteresse di Ludwig verso le questioni stilistiche. Egli si concentra piuttosto sullo studio delle fonti per la storicizzazione e ricontestualizzazione dei singoli oggetti. Ciò influenzerà soprattutto i suoi studi a Venezia dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Contemporaneamente Ludwig comprese come pochi altri le potenzialità della fotografia sfruttandole per le sue ricerche storico artistiche. Non soltanto egli creò un’imponente collezione fotografica ma frequentò il „Lehr- und Versuchsanstalt für Photographie und Reproduktionsverfahren“ (Istituto per l’insegnamento e la ricerca sulla fotografica e i procedimenti di riproduzione) di Vienna, dove fra l’altro prese dimestichezza con pratiche quali la platinotipia ma anche con tecniche di fotomontaggio. Ne sono testimonianza i suoi manuali di tecniche fotografiche, oggi nella Biblioteca del Kunsthistorisches Institut, così come una fotografia realizzata dallo stesso Ludwig (Inv. 7439) nonché il collage fotografico di una pala d’altare smembrata nel 1838 e dislocata in vari musei (Inv. 8405).

 (tratto dal sito web di Kunsthistorisches Institut in Florenz)

(2) BONIFACIO DE PITATI, detto Bonifacio Veronese, (Verona, 1487 – Venezia, 1553)

Arrivò giovane a Venezia, Gustav Ludwig individuò la data di trasferimento in città nel 1503 in base all’interpretazione di un atto notarile che però pare non del tutto sicuro.

Fu allievo di Jacopo Palma il Vecchio (Carlo Ridofi, 1648),  studiò Tiziano e Giorgione.

Lo troviamo iscritto alla fraglia  dei pittori nel 1530.

La sua prima affermazione a Venezia la ebbe con l’incarico di dipingere la pala di San Michele che sconfigge Lucifero per la famiglia di Sigismondo Cavalli, importante esponente del patriziato militare veneziano che morì tra il maggio ed il giugno del 1528 che fu infatti l’anno della commissione del suddetto dipinto che si trova ora nella chiesa di San Giovanni e Paolo (San Zanipolo).

Fu uno dei pittori che maggiormente contribuì alla decorazione del palazzo dei Camerlenghi con i ritratti dei funzionari che vi ci lavoravano a partire dal 1529.

(3) LEGA DI CAMBRAI. La prima fase, che durò dal 1508 al 1510, vedeva Venezia combattere contro una coalizione potente e soverchiante costituita dallo Stato Pontificio, Regno di Francia, Sacro Romano Impero, Impero Spagnolo, Ducato di Mantova, Ducato di Ferrara e Ducato di Urbino.

(4) LUMACHELLA, è il nome dato ad una roccia sedimentaria organogena la cui caratteristica sta nell’abbondante presenza di conchiglie fossili e quindi decisamente adatta per essere utilizzata a scopi ornamentali. Gli antichi romani utilizzavano la lumachella d’Egitto. Nell’utilizzo architettonico ornamentale, anche di pavimenti, veniva definita come marmo.

BIBLIOGRAFIA

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EMMANUELE ANTONIO CICOGNA, “Corpus delle iscrizioni di Venezia e delle isole della laguna veneta”, Biblioteca Orafa Sant’ Antonio Abate, 2001 (opera compilata da Piero Pazzi)

Autore articolo: Michele De Martin
Nato a Venezia , più precisamente al Lido, un 9 aprile, diplomato al Liceo Scientifico G.B. Benedetti . Vivo in questa città unica da quel giorno, per mia fortuna, e ho dei meravigliosi ricordi di vita dalla fanciullezza, passando per l’adolescenza e la spensieratezza della giovinezza . E’ una città che vivo tutt’ ora con gioia e passione nonostante sia diventato flebile quell’ eco della antica civiltà che ancora si percepiva tra le antiche mura delle case, tra le calli, nei campi e campielli fino a non troppi anni fa. Amo le pietre, i marmi, l’ acqua, l’arte tutta, espressa in multiformi modi, di questo scrigno di tesori posato sull’ acqua, cresciuto ed arricchito per merito dell’ uomo. Questa città è una perla rara il cui guscio protettivo possiamo solamente essere noi.