TINTORETTO – L’ ASSUNZIONE DELLA VERGINE -1555 – CHIESA DEI GESUITI

Autore: Michele De Martin

TINTORETTO – L’ ASSUNZIONE DELLA VERGINE -1555 – CHIESA DEI GESUITI

Artista : Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518-1594) (e Domenico ?)

Titolo : L’Assunzione della Vergine

Data : 1555 ca.

Tecnica : olio su tela centinata

Dimensioni: 435 X 269 cm.

Ubicazione : Venezia, chiesa dei Gesuiti

Provenienza : Venezia, Santa Maria dei Crociferi, altare maggiore

Restauro : Gino Marin, 1994

Ente di tutela : Soprintendenza per i beni artistici e storici di Venezia

 

Tintoretto, L’ Assunzione della Vergine -chiesa dei Gesuiti, Venezia

Tintoretto, L’ Assunzione della Vergine -chiesa dei Gesuiti, Venezia

LA MADRE DI GESU’

 Ho già avuto modo di soffermarmi qualche volta sul fatto che la madre di Cristo è stata probabilmente il soggetto più rappresentato nel mondo dell’arte, un’ iconografia che varia attraverso i secoli ed anche dipendentemente dal luogo di venerazione.

Di suo figlio conosciamo il tragico calvario finale, l’ epilogo della sua esistenza terrena, fin troppo bene e forse mai abbastanza, e di riflesso la costante presenza della sua genitrice lungo quel cammino di sofferenza…un evento  che indubbiamente ha scosso e sconvolto il mondo ed il modo di vederlo e concepirlo, tant’ è che dopo duemila anni circa ne stiamo ancora parlando.

Tutti almeno una volta nella vita abbiamo pensato e meditato su Cristo, sulla sua vita, sulla sua morte e, vista la sua resurrezione, sul nostro dopo.

In pratica un pensiero, quanto meno fugace, sulla possibilità di una vita che vada al di là di quella che noi normalmente concepiamo, una vita non resa schiava dal tempo che ne scandisce i ritmi di consunzione e deperimento  con i quali, ahimè, tutti prima o poi dobbiamo fare i conti.

Una vita terrena  della quale , stando alle Sacre Scritture, dovremo rendere conto alla fine dei tempi, e proprio l’ Assunzione della Vergine è intesa come un preannuncio e una conferma della promessa di redenzione. È universalmente noto come è morto il figlio ma come sia avvenuto il trapasso di Maria non credo sia cosa nota a tutti.

Ho fatto questo preambolo, forse noioso, per introdurre ciò che questo quadro racconta, e come Tintoretto ha voluto tradurlo, dal momento che dell’ epilogo della vita della Vergine sappiamo con certezza dogmatica che fu assunta in cielo.

Il concetto di trapasso  nei confronti della Vergine è sempre stato trattato dai teologi in modo del tutto particolare sostenendo che essa non sarebbe morta veramente bensì che sarebbe caduta in un profondo sonno dal quale poi sarebbe direttamente passata all’assunzione in cielo, questo a grandi linee.

Infatti la “Dormitio Verginis” e l’ “Assunzione sono due concetti paralleli. La differenza principale tra la Dormizione e l’ Assunzione è che quest’ultima non  implica necessariamente la morte della Vergine  ma nemmeno la esclude. La dottrina sostenuta dalla maggior parte dei teologi ci riferisce quindi che alla “Dormitio” non si associa il concetto di morte tout-court  ma una sorta di transito che non passa attraverso il deperimento delle carni.

D’altra parte come poteva venir corrotto dal tempo il recipiente sacro, puro e privo del peccato originale, “sine macula”, che aveva custodito il Cristo?

Nel Cantico dei Cantici al capitolo quattro, possiamo leggere :

[…] Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia […]

(Cantico dei Cantici 4, 7)

Tema oggetto di dibattito anche per Sant’Agostino (354-430) che nel “De Natura et Gratia” dice :

“ […] La pietà impone di riconoscere Maria senza peccato […] per l’onore del Signore [… ]Maria non entra assolutamente in questione quando si parla di peccato […] “

L’Assunzione della Vergine vanta in primis una tradizione  orale, in seguito la prima testimonianza scritta attendibile è quella postulata dal Vescovo San Gregorio di Tours (538 ca. – 594) :

“ […] Infine, quando la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare il mondo , vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’ Arcangelo Michele e si allontanò. All’alba gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso. […] “

I Padri della Chiesa sposarono questa tesi a cominciare da San Giovanni Arcivescovo di Tessalonica (610-649) il quale in un suo testo è molto esplicito:

“ […] Essendo umano (il corpo) si è trasformato per adattarsi alla suprema vita dell’immortalità; tuttavia è rimasto integro e gloriosissimo, dotato di perfetta vitalità e non soggetto al sonno (inteso della morte), proprio perché non era possibile che fosse posseduto da un sepolcro, compagno della morte, quel vaso che conteneva Dio e quel tempio vivente della dinvinità santissima dell’ Unigenito […] “ 

San Germano di Costantinopoli (635-733) , massimo esperto di mariologia patristica, fece sue queste parole e pose sulla bocca di Gesù queste altre decisamente circostanziate e tese a confermarne la salita al cielo :

“ […] O Madre vieni da colui che è stato da te generato […] O Madre, tu che mi hai avuto come figlio unigenito, scegli piuttosto di abitare con me […] “

L’argomento , ovviamente, è stato dibattuto per secoli e la mia è stata una breve panoramica per inquadrarne il tema. È curioso che solamente nel 1950 l’Assunzione della Vergine sia diventato dogma. Fu esattamente il giorno 1 novembre 1950 che Papa Pio XII proclamò solennemente per la Chiesa Cattolica, come dogma di fede, l’Assunzione della Beata vergine al Cielo con la Costituzione apostolica Munificientissimus Deus la cui parte finale recita così:

“ […]  Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’ immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria , terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica. […] “

Insomma un particolare passaggio per ritrovarsi con il proprio figlio, quasi come se quel simbolico abbraccio che ho descritto nella “Deposizione” (vedi il mio articolo “Tintoretto Deposizione nel sepolcro, Chiesa di San Giorgio Maggiore, Cappella dei Morti) si fosse dilatato nello spazio-tempo senza soluzione di continuità, fino alla sua Assunzione e al conseguente ricongiungimento.

IL DIPINTO NELLE TESTIMONIANZE
 

Francesco Sansovino ci è sempre d’aiuto con le sue preziose testimonianze, la sua è decisamente un’opera fondamentale anche se cronologicamente limitata…ma ogni opera di questo tipo è per forza di cose limitata nei tempi cronologici, anche se questa è stata poi opportunamente aggiornata ottantuno anni dopo con le “addizioni” del Martinioni.

Nel nostro caso la pala in oggetto, che è del 1555, antecede di non pochi anni la data di pubblicazione del “Venetia Città nobilissima et singolare”.

Infatti nel  “Libro Terzo del sestiero di canaregio” il Sansovino fa menzione della “palla” del Tintoretto quando descrive S. Maria dei Crocicchieri (Santa Maria dei Crociferi) :

“ […] Iacomo Tintoretto vi dipinse la palla dell’ altar maggiore, da i cui lati Alessandro Vittoria fece di stucco, Santa Helena & S. Barbara. Dipinsero nella medesima cappella due quadroni Andrea Schiavone & Tintoretto. Paolo Veronese vi vece la Natività di Christo […] “

 (Sansovino, 1581)

Sono solo poche righe quelle dedicate al nostro pittore…però al fianco di autorevoli artisti suoi contemporanei, come lo scultore Alessandro Vittoria e Paolo Caliari detto il Veronese, entrambi più giovani di Jacomo, e per quanto riguarda il Caliari vedremo più avanti come il pictor terribile ebbe modo di imporglisi proprio in questo luogo.

Anche Raffaello Borghini nel “Riposo cita, alla pagina 153, la presenza ai Crociferi della pala con “l’Assunzione”  assieme ad una “Circuncisione” ed alle “Historie di Canagalilea” , Cana era una città della Galilea citata qualche volta nel Vangelo di Giovanni:

“ […] In santa Maria de’ Crocicchieri la tavola dell’ Altare maggiore, entrovi il salire della Vergine in Cielo, & un quadro della Circuncisione del nostro Signore, e nel Refettorio di quei padri , l’historia di Canagalilea. […] “

(Borghini, 1584)

Come ho accentato poc’anzi merita menzionare il modo in cui  Tintoretto riuscì ad ottenere l’incarico . Questa pala è un lavoro di un Tintoretto giovane, aveva 37 anni, e il Veronese ne aveva 27 e deve essere stato già molto apprezzato come ci evidenzierà la testimonianza del Ridolfi. Infatti il Caliari, pittore venuto dalla terraferma, deve essere stato molto considerato dai Padri Crociferi se la “palla” per l’altar maggiore della loro chiesa gli era stata commissionata.

Ma Jacopo, da agguerrito ed instancabile artigiano del pennello, seppe imporsi nella trattativa in modo evidentemente efficace e credibile tanto da convincerli a cambiare preferenza e farsi assegnare l’esecuzione dell’opera. Alla pagina 38 del secondo volume delle “Meraviglie dell’ arte” , Carlo  Ridolfi, parlando di questa tavola del Robusti, ci descrive in quale modo la commissione del dipinto passò di mano dal Veronese al veneziano : 

“ […] Ne’ Padri Crociferi, nella maggior Cappella, fece la tavola con lo ascendere di Nostra Signora al Cielo; & tutto che que’ Padri avessero terminato, che Paolo Veronese facesse quella Pittura, seppe il Tintoretto tanto dire, promettendogli, che l’ haverebbe fatta su’ lo stile medesimo di Paolo, si che ogn’uno l’ haverebbe creduta di sua mano, che ne ottenne lo impiego. Ne vagamente promise, poiché in effetto fece un misto in quella tavola di fiero e di svago, che bene dimostrò che per ogni modo sapeva dipingere, trasformandosi in ogni qual maniera fosse aggradevole. Ivi sono vivacissime teste degli Apostoli, che vi brillano i lumi degli occhi, come se avessero lo spirito, e gli accomodò in atti così pronti & vivaci, che vano è il pretendere forme più belle o movimenti più graziosi. […] “

(Ridolfi, 1648)

Evidentemente la sua “terribilità”, come ebbe modo di esprimersi il suo amico Pietro Aretino prima e Giorgio Vasari poi ne “Le Vite”, deve essere stata lasciata da parte in quella circostanza, cosa conveniente  sotto il profilo delle relazioni umane. Forse il suo carattere ombroso, sospettoso e scontroso si sapeva a volte intelligentemente ed opportunisticamente adattare alle situazioni.

Sempre l’ Aretino ebbe  a tal proposito modo di attribuirgli degli atteggiamenti affatto rassicuranti , ovvero di “tristizia e pazzia”, la qual cosa non gli impedì comunque col tempo di avere  la sua “ascesa” nell’olimpo dei grandi nomi della pittura.

Marco Boschini nel suo “Carta del navigar pitoresco”  del 1660, nella sua conversazione con il “Senator venetian deletante” , ci descrive un Tintoretto brillante e guizzante: 

“ […] Ma l’Tentor generoso venetian, Tentor, che a tento con si gran tentura, ha destacà con arte ogni figura, Presto, e veloce de inzegno, e de man.

E l’ha  fato volar a l’ocasion per agiere figure artificiose, no’ miga come quele favolose, d’Icaro, e de so’ pare che è finciòn, un esemplar del Tentoreto solo ghe porto sì perfeto, e sì amirando, che ai Gesuiti  xè su l’altar grando, dove Maria va’ in Paradiso a volo.

La’ tute le maniere ghe xè unie: Ghè Paulo Veronese,ghè Tician,ghè xè’l Schiaon, ghè Giacomo Baslan […] “ 

(Boschini, 1660)

Evidentemente  anche secondo il Boschini il terriblle pictor aveva mantenuto fede alla parola data ai padri crociferi. La cosa più divertente e curiosa è l’annotazione stampata a colonna a fianco del testo (precisamente sul lato destro del margine pagina) che recita così:

“Pala de l’Altar Mazor de la Giesla dei PP. Gesuiti del Tentoreto, che no la paga tuto l’oro del mondo”

È fuor d’ogni dubbio che l’autore ritenesse il Robusti un gran pittore! Un po di anni dopo il Forestiere Illuminato, edito dall’Albrizzi nel 1740 , relativamente alla chiesa dei Gesuiti fa menzione della pala del Martirio di San Lorenzo del Tiziano che giudica “famosa” e di altre pitture che “meritano di essere considerate” :

“ […] Ve ne sono del Palma giovane, del Tintoretto, del Cavalier Liberi, del Balestra, del Dorigni, e del Giordano. […] “

 (Forestiere Illuminato, 1740)

Procedendo sempre lungo il sentiero del tempo, nel 1926 Giulio Lorenzetti nella sua “Guida” si esprime così:

“ […] Transetto di sinistra – I ALT. – La Vergine Assunta, è op. di Jacopo Tintoretto, assai malandata, fatta originariamente per l’ alt. magg. dell’abbattuta chiesa dei Crociferi. […] “

(Lorenzetti, 1926)

In questa descrizione non abbiamo grandi commenti e notizie particolari , ma almeno siamo a conoscenza di uno stato di conservazione del dipinto piuttosto precario. In effetti il Lorenzetti scrive nel 1926, per cui probabilmente l’opera non era mai stata presa in considerazione per farne della manutenzione.

Il primo intervento manutentivo è citato da Rodolfo Pallucchini e Paola Rossi che specificano che l’opera fu restaurata nel 1940 e nel 1960-1961 (A. Lazzarin). Proprio in occasione del succitato restauro del 1940 il Moschini ebbe modo di osservare con attenzione la pala e dire che si poteva rilevare  il largo intervento della bottega” , aprendo quindi una parentesi sull’autenticità autografa di Jacopo.

L’ultimo restauro della pala, eseguito da Gino Marin, risale al 1994 con il contributo finanziario del Banco Ambrosiano Veneto. Infine, giusto per rimanere in un’orbita temporale a noi vicina , di seguito cito Marcello Brusegan dal suo “Le chiese di Venezia” :

“ […] l’Assunzione di Maria opera giovanile di Jacopo Tintoretto del 1555 circa, che costituiva la pala d’altare della primitiva chiesa […] “

(Brusegan, 2007)

Ovviamente l’autore non trascura il “Martirio di San Lorenzo” di Tiziano “ […] che necessita di un buon restauro ![…] ” , infatti  scrive nel 2007 e la pala verrà poi restaurata tra il 2012 e il 2013. E visto che di Maria stiamo parlando, sempre il Brusegan sottolinea

“ […] la stupenda e sensuale Madonna col Bambino del trentino Andrea dall’Aquila, un allievo di Alessandro Vittoria che la scolpì nel 1604 circa. […] “

(Brusegan, 2007)

Questa scultura personalmente io non la trovo poi così sensuale…e qui chiudo la digressione.

Come abbiamo visto nelle “Meraviglie”  del Ridolfi, non può sfuggire il fatto che nonostante la giovane età il Veronese fosse un pittore già molto apprezzato dal momento che la commissione dell’ “Assunzione della Beata Vergine” era stata assegnata a lui, o che comunque queste erano le intenzioni dei Padri Crociferi per quanto ci è dato di sapere. Mi chiedo allora quale dev’essere stata la chiave di volta, la leva persuasiva,  che aprì le porte al Tintoretto  per decorare l’altare maggiore di Santa Maria dei Crociferi .

Fu solo perché garantì che avrebbe eseguito una composizione che sarebbe stata in stile veronesiano a tal punto da esser scambiata per un originale del Caliari? oppure che sarebbe piaciuta molto perché eseguita nello stile del Veronese che evidentemente all’epoca faceva tendenza? Ma quale sarebbe stata la convenienza per i pii padri nel cambiare decisione e sceglierlo ?

Inoltre il nostro Jacopo non godeva a quanto pare di una spiccata simpatia e ascendenza a causa del proprio carattere piuttosto scontroso come l’ Aretino ebbe modo di scrivere.

Chi lo sa… il Tintoretto, reputato comunque un bravissimo pittore, basti infatti pensare allo stupefacente  “Miracolo dello schiavo” dipinto nel 1548 a soli trent’anni, deve aver avuto per forza anche una grande credibilità per rendersi comunque garante dell’ottima riuscita della pala solo con le proprie affermazioni.

Al di la di tutto ciò, se penso con quale stratagemma molti anni dopo ottenne l’incarico per decorare la Scuola Grande di San Rocco, non so per quale motivo mi viene da pensare che in qualche modo lo “sterco del diavolo”, in una delle sue multiformi e variegate apparizioni,  ci abbia messo lo zampino.

Un “articolo” quest’ultimo al quale tutti eravamo, siamo e credo saremo sensibili ad aeternum, ed il clero , fino a prova contraria, è composto da uomini con tutte le virtù ed i vizi annessi, compresa la sensibilità allo spender meno quando se ne presenta l’opportunità. E a ben vedere quest’ultimo atteggiamento è un approccio nei confronti del denaro che non si può considerar vizio e nemmeno virtù, casomai buon senso, una sorta di spending review clericale,  e che comunque è una maniera come un’altra di fare gli affari, come per i business dei giorni nostri. Ma forse è una mia fantasiosa supposizione, e a tal proposito di seguito voglio citare due eloquenti ed autorevoli commenti .

L’episodio relativo al come fu trattato l’affare interessò anche Jean Paul Sartre che evidentemente fu molto colpito dal modo di agire del pittore che, diremmo oggi, aggrediva il mercato. Nel suo “Le sequestré de Venise” del 1957 scrisse:

“ […] il veut produire, produire sans cesse, vendre, écraser ses rivaux par le nombres et les dimensions de ses toiles […] “ 

“ […] egli vuole produrre, produrre senza fermarsi, vendere, schiacciare i suoi rivali per numero e dimensione delle sue tele […] “

(J.P. Sarte, 1957)

Giusto per render ancor meglio l’idea, cito di seguito un brano tratto da un testo di  Melania G. Mazzucco che fa riferimento al periodo giovanile del pittore :

“ […] Il mercato è saturo, la concorrenza feroce. Tintoretto sceglie una strategia aggressiva, congeniale al suo carattere: dipinge facendosi pagare solo tele e colori, oppure pochissimo o addirittura gratis. Un metodo che lo rende inviso ai colleghi, però funziona […] “

(Melania G. Mazzucco, 2012) 

SANTA MARIA DEI CROCICCHERI (DEI CROCIFERI) e CHIESA DEI GESUITI 

I padri portatori di Croce, ovvero i Crociferi, erano anche proprietari di un antico ospedale, proprio di fronte al convento, fondato nel XIII secolo con l’aiuto finanziario del doge Zeno Renier, e annesso vi era anche un oratorio. Quest’ultimo venne ristrutturato e decorato nel corso del cinquecento con un ciclo di dipinti commissionati a Jacopo Palma il Giovane sotto la protezione economica del doge Pasquale Cicogna. I dipinti raffigurano gli episodi più importanti e significativi della storia dell’ ordine.

Questo straordinario patrimonio della pittura veneta del cinquecento, il ciclo di otto teleri di Jacopo Palma il giovane (1550-1628), è tuttora custodito nel suddetto oratorio.

Pur esulando dalla peculiarità di questo articolo, credo valga la pena fare un’osservazione di stretta attinenza , quanto meno per il sottoscritto, con la pala del Tintoretto.

Infatti nel telero intitolato “Pasquale Cicogna riceve l’annuncio della sua elezione”  il procuratore di San Marco, al quale sta per essere comunicata l’importante notizia, sta assistendo alla messa, e dal momento che si trattava di un personaggio di grande rilevanza immagino che la funzione non potesse aver luogo altro che di fronte all’altare maggiore.

E visto che le testimonianze tutte riferiscono che l’ ”Assunzione” del Tintoretto  era collocata sopra quell’altare, non  possiamo non notare che dietro ai tre candelabri ed al tabernacolo ve ne è dipinta una parte.

L’opera dell’ oratorio si doveva concentrare evidentemente sull’evento dogale e quindi focalizzarsi sugli importanti personaggi presenti alla funzione, per cui il Palma comprese nella composizione pittorica poco più di metà della “mensa sacra” dove infatti si vede solamente il basamento della pala sovrastante.

Di quest’ultima, per la precisione, possiamo vederne la base sinistra dove si notano delle gambe di un uomo avvolte da una  tunica che mi sembrano appartenere a quel discepolo che, stupefatto, sta in ginocchioni e a braccia aperte guarda incredulo Maria ascendere in cielo nel turbinio di nuvole e cherubini.

A ben vedere anche i tre candelabri dipinti dal Palma sono uguali identici a quello presente nell’ “Assunzione” del Tintoretto, per quanto mi renda conto che gli oggetti rappresentati da entrambi, essendo pressochè  del medesimo periodo, è naturale che seguissero il gusto del momento.

Per di più c’è da dire che Palma il Giovane nel corso della sua formazione si era esercitato molto anche nel copiare i dipinti degli artisti  maggiormente richiesti, come Tiziano  ed il Tintoretto. Il caso volle che qui, in questo suo telèr, vi fosse dentro anche un pezzo di un’opera del Robusti.

A proposito delle cose in comune tra il Palma e il Tintoretto c’è da notare anche che  l’Oratorio dei Crociferi e la Scuola Grande di San Rocco  sono gli unici due esempi, legati al nome di un singolo artista, di edifici  del cinquecento ancora integri  architettonicamente e perfettamente conservati nel loro contenuto .

Ecco di seguito le foto dei due dipinti, che ho scattato personalmente, messe a confronto.

 

Jacopo Palma il Giovane, Pasquale Cicogna riceve l’annuncio della sua elezione, Oratorio dei Crociferi,Venezia (particolare)  1586 1587

Jacopo Palma il Giovane, Pasquale Cicogna riceve l’annuncio della sua elezione, Oratorio dei Crociferi,Venezia (particolare)  1586 1587

 

Jacopo Tintoretto, Assunzione della Vergine, Chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare), 1555

Jacopo Tintoretto, Assunzione della Vergine, Chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare), 1555

Nel corso dei secoli si alternarono vicende politico religiose molto importanti che nel 1715 portarono all’abbattimento dell’ antica chiesa dei Crociferi per riedificarne una più grandiosa su committenza dei padri Gesuiti i quali  nel 1657 erano divenuti proprietari del convento dell’ordine  pagandolo alla Serenissima 50.000 ducati.

La nuova chiesa prese il  nome di Santa Maria Assunta, in onore della Madonna, l’architetto chiamato a progettarla fu Domenico Rossi, molto attivo a Venezia e probabilmente uomo adatto ad accettare lavori dall’ordine dei Gesuiti i quali usavano solitamente imporsi nelle progettazioni degli edifici religiosi. Avevano infatti un occhio di particolare riguardo nei confronti delle linee guida stabilite dal concilio tridentino le quali prevedevano che la pianta degli edifici di culto fosse a croce latina…come infatti è quella dei Gesuiti.

Il finanziamento fu sostenuto dalla famiglia Manin, la chiesa venne consacrata nel 1728 e nel 1731 furono ultimati anche il lavori decorativi lapidei bianchi e verdi che ne caratterizzano il meraviglioso interno.

IL DIPINTO

La prima impressione che ho quando guardo questo quadro è a tutti gli effetti di una specie di esplosione di movimento trattenuto all’interno di uno spazio confinato dal quale non può fisicamente uscire.

Un parapiglia di personaggi, una mescolanza di colori, un insieme di agitazione e festeggiamento, un turbinio di braccia, drappi, gambe e volti ed una nuvolona piena zeppa di angioletti un poco scomposti.

Altrettanto sicuro è che non si tratta di un corteo funebre, cosa plausibile visto l’argomento della “dormitio” citato all’inizio,  bensì di un gioioso , sorprendente  e forse inaspettato evento che le espressioni degli apostoli confermano con una mimica di sorpresa nei loro volti, nelle loro smorfie , nella loro gestualità, nei loro occhi.

Questo episodio, ovvero l’ Assunzione in Cielo della Beata Vergine Maria, la si può trovare scritta in un libretto apocrifo attribuito a Giovanni evangelista, colui il quale era stato dal Maestro affidato a Maria come un figlio , così come aveva raccomandato lei a lui come una madre .

Ma vediamo quanto Jacopo da Varazze scrisse nella Legenda Aurea (1), al capitolo CXIX intitolato l’Assunzione della Beata Vergine Maria ed in particolare modo un brano che mi pare calzare con la rappresentazione del quadro. Tintoretto , uomo passionale e ricco di energie,  non trascurava la lettura, Bibbia in primis , e certamente l’opera di Jacopo da Varazze non gli era sconosciuta.

“ […] così fu che l’anima di Maria uscì dal corpo e volò tra le braccia del Figlio, tanto lontana dal dolore della carne, quanto lo era stata dalla corruzione. Il Signore disse allora agli apostoli: “Portate il corpo della Vergine Madre nella valle di Giosafat, e ponetelo li in un sepolcro nuovo che troverete, e aspettatemi ancora per tre giorni, finché non tornerò”

E subito circondarono di fiori rosati delle rose, vale a dire le dinastie dei patriarchi, e i mughetti, cioè le schiere degli angeli, dei confessori e delle vergini. Gli apostoli gridavano a lei:

“vergine prudentissima, dove vai? Ricordati di noi, Signora!

Poi quelli che erano rimasti in cielo, ascoltando il canto di quelli che salivano, accorsero loro incontro, e vedendo che il loro re teneva fra le braccia l’anima d’una donna che s’appoggiava a lui, stupiti esclamarono:

“chi è costei che sale dal deserto e s’appoggia sopra il suo amato?”

Quelli che le erano accanto risposero loro:

“eccola, è lei la bella fra le figlie di Gerusalemme, come l’avete vista piena di amore e di carità”

E così è accolta gioiosa in cielo, e viene collocata a destra del Figlio sul trono di gloria. Gli apostoli videro che la sua anima era di un tale candore che nessuna lingua mortale saprebbe spiegare. […] “

(Jacopo da Varazze)

Personalmente non ne leggo una chiarissima descrizione dei fatti, ma  però ne recepisco il senso di stupore e di gioia legati a questo evento eccezionale. Dobbiamo sempre ricordarci che la Beata Vergine è l’unica persona, dopo Gesù,  che risorse per andare in cielo. Quindi la sua Assunzione la potremmo considerare una specie di anticipazione, un preannuncio provato, della veridicità della resurrezione della carne, avvenimento che per tutti gli altri uomini e donne si paleserà solamente alla fine dei tempi…con il Giudizio Universale.

Indubbiamente  anche questo è un evento straordinario, una buona novella, ancorché apocrifa, e confermata nel 1950 con la Costituzione apostolica Munificientissimus Deus, con un ulteriore messaggio di speranza dopo quello epocale di Cristo con la Sua Resurrezione. Ed è in virtù di ciò, penso,  che tutte le opere che raffigurano questo avvenimento mariano siano espressione di gioia, di festa, di luce e colore, di dinamismo non solo fisico ma anche emotivo.

Mi basta pensare al capolavoro di Tiziano della chiesa dei Frari, datata 1516-1518, opera che definirei perfetta.

 

iziano Vecellio, Assunta, Bailica dei Frari

Tiziano Vecellio, Assunta, Basilica dei Frari

Oppure a quel turbinio di corpi, che pare aspirarci tra le nuvole, dipinto dal Correggio (Antonio Allegri) nella volta della cupola del duomo di Parma, affresco eseguito tra il 1524 e il 1530, decisamente coinvolgente, soprattutto se la si guarda illuminata dai riflettori e con la chiesa al buio.

 

Antonio Allegri, detto il Correggio, Assunzione della Vergine, Parma, Duomo (1524-1530)

Antonio Allegri, detto il Correggio, Assunzione della Vergine, Parma, Duomo (1524-1530)

 

Oppure anche con l’ “Assunta” del Salviati (Giuseppe Porta 1520-1575) che si trova nella Cappella del Rosario nella chiesa di SS. Giovanni e Paolo. (2)

 

Giuseppe Porta, Assunzione, Chiesa SS. Giovanni e Paolo

Giuseppe Porta, Assunzione, Chiesa SS. Giovanni e Paolo

La pala dei Gesuiti ha delle cose in comune con la magnifica e grande composizione del cadorino Tiziano, come ad esempio la gestualità degli apostoli,  quanto meno di alcuni di essi. Nel Vecellio abbiamo delle figure molto armoniche nella loro disposizione  quasi fosse una partitura musicale corale e melodiosa, mentre nel Robusti, rimanendo sempre nel paragone melodico, mi sembra ci sia una composizione musicale più scomposta, come un’orchestra i cui strumenti suonano ognuno per conto proprio, ognuno seguendo ed esprimendo le proprie emozioni…la potremmo definire una coralità di atteggiamenti ed espressioni molto  spontanea e decisamente ricca di umanità.

La mia non vuole essere un’osservazione negativa ma solamente una personale sensazione nel recepirne la composizione sotto il profilo della sua musicalità.

Infatti nella pala di Jacopo Tentòr i protagonisti sono tutti stupiti e ipnotizzati dallo straordinario evento, c’è chi  sta a capo chino forse perché non ha lo spazio necessario per genuflettersi, altri, allibiti,  sembra tentino di mettere meglio a fuoco ciò che sta accadendo davanti ai loro occhi , c’è chi si inginocchia levando gli occhi al cielo con un’espressione commossa mettendosi le mani sul cuore con uno sguardo che pare rendersi conto di quel miracolo che va a cementare ulteriormente la sua già solida fede. Addirittura un apostolo con un’espressione di paralizzata incredulità , si scompone a tal punto da mettere la sua gamba destra sopra il sepolcro mentre stringe un candido velo, probabilmente utilizzato  per adagiarvi la vergine nel corso della “dormitio”.

È un drappo che quell’uomo condivide, come fosse una reliquia, con un altro dei dodici che sta dalla parte opposta del bianco marmo, una sorta di veicolo tattile per sentirsi ancora in contatto con la Vergine.

Nella conta dei personaggi ho avuto delle difficoltà, poi sono riuscito trovare il dodicesimo uomo il cui volto si perde nel turbinio di cherubini, che svolazzano ovunque, proprio al di sopra del tessuto immacolato , non lo si vede bene ma pare stia discutendo con l’apostolo dalla barbona bianca e con quello a capo chino con la veste color rosa antico. Non mi sembra possa essere uno dei tanti cherubini perché mi pare proprio abbia il volto di un uomo adulto.

Qui di seguito, nella fotografia, ho evidenziato con un cerchio di color rosso questa  testa  poco visibile creando anche un contrasto di colore per poterla distinguere più chiaramente.

 

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, Chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare), 1555

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, Chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare), 1555

Racchiusa, confinata , forse un pò ingabbiata in questa pala centinata c’è espressa tutta l’umanità degli Apostoli.

“ […] Ivi sono vivacissime teste degli Apostoli, che vi brillano i lumi degli occhi, come se avessero lo spirito, e gli accomodò in atti così pronti & vivaci, che vano è il pretendere forme più belle o movimenti più graziosi. […] “ 

(C. Ridolfi, 1648)

La figura in piedi sulla sinistra (di chi guarda) ha un’ espressione molto concentrata, mi dà l’impressione che stia prendendo atto con consapevolezza assoluta di quanto sta avvenendo.

Non mi sembra stupefatto per quanto sta succedendo , è come se lo avesse sempre saputo, ed infatti il linguaggio del suo corpo pare prenderne atto e nel contempo accompagnare la Vergine con le sue braccia, una specie di spinta “ideale” che l’espressione dei suoi occhi ci conferma. È un uomo che mi ricorda molto l’apostolo visto di spalle, con la tunica rossa, dell’Assunta del Tiziano della chiesa dei Frari e non è affatto escluso che il giovane “tentor” ne sia stato influenzato.

 

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, chiesa dei Gesuiti, Venezia  (particolare)

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, chiesa dei Gesuiti, Venezia  (particolare)

Se si può intravedere un influsso di Tiziano nella gestualità di alcuni personaggi, altrettanto lo si può dire nei confronti del Veronese relativamente alla brillantezza dei colori e all’atmosfera piuttosto luminosa, cosa già osservata da Paola Rossi (1982) che sottolineò esservi un “veronesismo  già latente in altre opere contemporanee (Storie Bibliche del Prado)” . Sono passati ventitre anni dall’ultimo restauro (1994), il dipinto non è di sicuro cupo nella tonalità ma però direi che non è nemmeno molto brillante, mi sembra che i colori meglio conservati siano gli azzurri che infatti colpiscono subito l’occhio contrastando con il resto della cromìa che sembra più opacizzata.

Anche questa tela, come normalmente succede, sarà sicuramente stata all’origine molto più vivace nel colore,  cosa peraltro suffragata anche dalla  garanzia verbale che il Tintoretto diede ai committenti assicurandoli del brillante risultato alla veronese. Per quanto riguarda la componente legata ai modi del Caliari , cercando di non essere influenzato da autorevoli osservazioni, non riesco a vederla con certezza nelle figure, come ad esempio neanche nell’acconciatura dei capelli della donna, ma comunque non si può negare che i colori siano più vivaci di quelli che normalmente caratterizzano il Tintoretto.

Pensando ad altre sue opere trovo molto più vicina a queste considerazioni la pala di San Lazzaro dei Mendicanti (vedi il mio articolo Sant’Orsola e le undicimila vergini) la cui datazione , vedi caso, è coeva, 1555, e dove indubbiamente i volti, gli abiti, i monili indossati e le capigliature delle vergini ricordano il Veronese.

Alla base del sepolcro scolpito, che mi rammenta un’ara romana, troviamo una descrizione minuziosa e luminosa di oggetti normalmente presenti in una chiesa. L’elenco comprende il turibolo, il candelabro, il recipiente per l’incenso chiamato “navicella”, il “secchiello” con tanto di aspersorio contenente l’acqua benedetta per aspergere i fedeli ed i libri tra i quali quello chiuso potrebbe essere un “messale”, e poi la croce  scolpita e dipinta sulla pietra che in questo caso è tripla perchè rappresenta l’ordine dei Crociferi.

Insomma più che un sepolcro mi pare un altare con tanto di gradini, paliotto e oggetti per la santa messa, e di fatto il posto in cui è posizionata l’ Assunzione  è stato, ed è tuttora, un altare. Relativamente a questi oggetti mi viene istintivo fare un parallelo con quelli dipinti ai piedi della “Susanna e i vecchioni” di Vienna che è dello stesso periodo.

 

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare)

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare)

Alla base di tutto  troviamo un bel tappeto naturalistico di piantine minuziosamente dipinte, con dei bianchi fiorellini delicati e rinfrescanti , quasi a voler ricordare la vita terrena della quale tutti si stanno scordando perché concentrati e assorbiti nel levare gli occhi al cielo per contemplare quella celeste. Lo spartiacque che divide il mondo di qua dal mondo di non è ben definito perché nuvoloni e testine alate spuntano ovunque e non lasciano molto spazio al bel cielo azzurro.

Infine, al di sopra di tutto, l’evento straordinario esplode in una cornice rutilante fatta  di nuvole e puttini alati che si perdono prospetticamente all’infinito nel cielo, anche se la resa prospettica non trovo sia delle migliori.

Al centro la  Beata Vergine , che a sua volta volge gli occhi in alto, viene sorretta e accompagnata nell’ascensione da due angeli,

“ […] ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’arcangelo Michele e si allontanò […] “

 (San Gregorio di Tours, 538 ca. – 594)

Contrariamente alla calca sottostante, dove se ne percepisce tutta l’umanità per quanto spiritualmente ispirata, qui sopra si avverte una specie di silenziosa sospensione, c’è una sorta di incorporeità che suggerisce leggerezza , gli angeli posano le mani sotto le braccia di Maria, in modo leggiadro come a sfiorarla, non fanno fatica, è solo un accompagnamento…d’altraparte si tratta più di un’anima che di un corpo pur mantenendone le fattezze. Le braccia stesse dell’Assunta sono infatti sospese come fossero in assenza di gravità.

Il colore azzurro della veste di Maria rompe la monotonia del pallido biancore del vortice nel quale sta salendo, così come il drappo ancor più luminoso che copre la nudità posteriore del cherubino.

Peccato che non si vedano bene i calzari dell’Assunta che sono di color turchese, probabilmente il tempo avrà fatto il suo lavoro rendendoli meno evidenti così come per la sottoveste azzurrina dell’angioletto vestito di rosa che ha un generoso decolletée che ne mette in evidenza un aspetto vagamente androgino.

Trovo delicata la mano dell’angelo accompagnatore che solleva il velo azzurro della Vergine come se stesse ad indicarci che nel mondo in cui stanno andando ci si deve “spogliare” di tutto ciò a cui teniamo in terra che non sia spirituale, perché là dove l’ha chiamata il Figlio il senso del possesso delle cose terrene non avrà più ragione di esistere.

Stando ad uno studio sui colori utilizzati dal Tintoretto, per quanto riguarda gli azzurri, il maestro pare abbia utilizzato nel corso della sua longeva carriera svariati pigmenti, dall’azzurrite all’indaco, nonché il prezioso lapislazzuli per arrivare al blu di smalto. Vi si evince che fino a circa il 1565 fece uso di azzurrite e del pregiato lapislazzuli.

In particolar modo per il lapislazzuli, quanto meno nei dipinti oggetto dello studio, ne è stato rilevato l’utilizzo tra il 1542-1544 fino al 1556-1565, come ad esempio per il manto della Vergine del “Compianto” del Museo civico Amedeo Lia di La Spezia (1555-1556).

 

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare)

Jacopo Tintoretto, “Assunzione della Vergine”, chiesa dei Gesuiti, Venezia (particolare)

Personalmente non trovo il volto della vergine particolarmente ascetico, mi sembra piuttosto il viso di una giovinetta di campagna dall’aria vagamente rurale, un viso rubicondo e semplice, il volto con l’espressione di un’ ingenua giovane ragazza. Mi sembra quasi un volto ottocentesco anche nell’acconciatura. Pure in questo caso penso alla bella Susanna di Vienna con i capelli acconciati in modo tale da sembrare spighe di grano maturo dal colore dell’ oro, un volto decisamente femminile ed avvenente.

Purtroppo la centinatura soffoca un poco la Vergine , ma d’altra parte il quadro è talmente affollato che mi sembra stare stretto un poco a tutti i protagonisti.

Mi viene da pensare alla sofferenza impressa nel volto della Madonna in alcune opere pittoriche oppure scultoree che fanno riferimento ai suoi patimenti di madre che vede soffrire il proprio figlio, interpretazioni a volta talmente struggenti ed empatiche da farci accapponar la pelle.

Penso ad esempio  al  “compianto”  in terracotta di Niccolò dell’ Arca, ed allora non mi posso che rallegrare nel guardare questa espressione estatica con le labbra dischiuse tipiche di una persona che rimane attonita di fronte ad un evento che non si aspettava affatto, quasi con innocente sorpresa.

Al di là di tutto questo è comunque una donna dal volto sereno ed il suo sguardo, ancorché fosse stato preso a prestito da una fanciulla dalla vita semplice nella sua quotidianità, cosa molto possibile, comunque mi dà l’impressione che  stia andando non solo oltre la centinatura ma soprattutto “oltre” a ciò che noi possiamo immaginare. Si tratta di una dimensione della quale saremo resi partecipi solo alla fine dei tempi, con il giudizio ultimo e con San Michele Arcangelo che peserà le nostre anime (psicostàsi)…quanto meno per chi ci crede.

Chissà, forse questo potrebbe essere il messaggio che il pittore “terribile” ci volle lasciare.

 

Tintoretto, L’ Assunzione della Vergine” , chiesa dei Gesuiti, Venezia (foto dell’autore)

Tintoretto, L’ Assunzione della Vergine” , chiesa dei Gesuiti, Venezia (foto dell’autore)

UNA CURIOSITA’ BOLOGNESE

Nei Vangeli Apocrifi viene narrato anche un altro episodio che coinvolse la Vergine ed i suoi devoti accompagnatori. Anche Jacopo da Varazze , nella sua Legenda Aurea, ne fa menzione. Si narra di un avvenimento drammatico che andò  sconvolgere la Veglia degli Apostoli che stavano attorno al feretro al di sopra del quale era stata adagiata la Vergine “Dormiente”.

D’improvviso, dalla calca, un sacerdote ebreo si fece strada per rovesciare il feretro e bruciare Maria , ma altrettanto tempestivamente scese in volo  dal cielo un angelo armato di spada che con un fendente tagliò le braccia all’uomo salvando il corpo “Dormiens” ed impedendone così la profanazione.

Questa drammatica, dinamica e concitata scena , che troverei indubbiamente adatta  all’estro creativo teatrale di Tintoretto, la possiamo vedere  in un bel gruppo scultoreo di quindici statue in terracotta creato da Alfonso Lombardi (1497-1537) che si trova nell’ Oratorio dei Battuti a Bologna.

A guardarlo mi viene  alla mente quella che poteva essere  la bottega del veneziano quando allestiva i suoi teatrini con  manichini  vestiti con stoffe e panni colorati, illuminati da candele e lampade ad olio in modo tale da generare una sensazione di profondità, movimento , tridimensionalità da trasportare e rappresentare poi sulla tela.

L’opera è databile tra il 1519 e il 1522, sembrerebbe quasi che il Lombardi abbia anticipato di qualche anno Tintoretto relativamente all’idea dell’angelo salvatore che piomba dal cielo per risolvere, deus ex machina, la situazione.

Tintoretto, a mio avviso, avrebbe però creato una scena più movimentata e carica di tensione , avrebbe reso maggiormente l’apprensione e le varie reazioni emotive degli uomini, e sicuramente il suo angelo sarebbe piombato in modo risolutivo dal cielo a testa all’ ingiù… in picchiata.

 È un qualcosa che fa venire alla mente una specie di anticipo iconografico, per quanto sotto il profilo della religiosità, sulla fumettistica americana che farà volare per la prima volta Superman nel 1938.

Questa argomentazione non a caso colpì Jean-Paul Sarte che ebbe modo di parlarne nel suo “Tintoretto il sequestrato di Venezia”  (1957 ca.) facendone un parallelo con “Il miracolo dello schiavo” opera del 1547/1548 di Jacopo. (vedi articolo di Alessandro Bullo : “Tintoretto, Il miracolo dello schiavo – Iconografia ed interpretazione”) : 

“ […] dobbiamo tornare a Marco: mi accorgo che assomiglia al Superman dei fumetti americani, che ho visto spesso con la testa in giù e i piedi in aria lanciarsi a capofitto verso la stamberga in cui i banditi stanno per commettere il loro peggiore misfatto: a contatto con il suo cranio il tetto si sfonda, i criminali abbandonano le loro armi e all’ultimo momento il Superuomo si raddrizza con uno scatto e cade in piedi […] “ 

(J.P. Sartre, 1957)

 Questo soggetto, rappresentato dal Lombardi, è alquanto insolito nelle produzioni artistiche. La critica collega la diffusione di questo argomento, tratto dai Vangeli Apocrifi, ad una corrente di antisemitismo che derivava dall’ostilità nei confronti dei prestatori di denaro ebraici, che erano protetti dai Bentivoglio, nel corso del XV secolo.

Fu il periodo in cui fu fondato a Bologna il Monte di Pietà (1473) ai fini di contrastare l’attività dell’usura.

 

Alfonso Lombardi (1497-1537), Oratorio dei Battuti, Bologna

Alfonso Lombardi (1497-1537), Oratorio dei Battuti, Bologna

NOTE (per i più curiosi)

(1) LEGENDA AUREA, Jacopo da Varazze  (o Varagine, o Voragine).

Nacque tra il 1228 e il 1230, entrò nell’ Ordine Domenicano nel 1244, nel 1292 divenne arcivescovo di Genova, città dove morì nel 1298. Scrisse quest’opera tra il 1250 ed il 1260, si tratta di una raccolta di vite di santi  organizzata in base al calendario liturgico, raccolta a sua volta scritta utilizzando come fonti la tradizione orale e le raccolte agiografiche costituite in precedenza da altri, in particolare modo raccolte domenicane.

Fu un’opera di enorme ed immediato successo ed ebbe altrettanta veloce diffusione partendo principalmente dai centri dell’ Ordine domenicano in Italia della zona padana che percorse l’ asse geografico verso la  Francia del nord, poi nelle   Fiandre e quindi in Inghilterra.

Invece i domenicani di Colonia diffusero l’opera verso la Germania settentrionale  e quelli di Parigi attraverso tutta la Francia fino alla Spagna.

Lo scopo dell’opera, da cui la necessità imperativa di diffonderla, era quello di portare come modello la vita dei santi agli ordini religiosi, nonchè di esser utilizzata come esempio a cui attingere per le prediche e nella conseguente produzione di sermoni.

Abbiamo visto che influenzò anche la rappresentazione in campo artistico relativamente alle storie di Maria ed alla vita dei Santi.  

(2) ASSUNTA DEL SALVIATI, questa pala poco visibile perché piazzata dietro l’altare della cappella del Rosario e non accessibile al pubblico , sostituì nel corso del XIX secolo l’Assunta del Tiziano che venne portata invece alle Gallerie dell’Accademia (allora Imperial Regia Accademia di Belle Arti). La decisione fu presa il 20 maggio 1815 dal conte Leopoldo Cicogna presidente dell’ Accademia il quale asseriva che l’opera necessitava di restauro perché “inferiormente abbracciata dalle candele del maggior Altare” e nelle sale dell’Accademia  sicuramente sarebbe stata “meglio veduta e gustata dal pubblico

Per riempire completamente il posto occupato dall’opera del cadorino, fu necessario aggiungere nella base di quella del Salviati circa due metri di tela in modo tale che rientrasse perfettamente nella cornice originale. Questa “aggiunta” fu eseguita dal pittore Antonio Florian e corrisponde alla colonna frammentata , ai gradini ed al terreno sottostante.

A sua volta la pala del Salviati proveniva dal demolito complesso del monastero e della  chiesa dei Servi di Maria 

BIBLIOGRAFIA
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Autore articolo: Michele De Martin
Nato a Venezia , più precisamente al Lido, un 9 aprile, diplomato al Liceo Scientifico G.B. Benedetti . Vivo in questa città unica da quel giorno, per mia fortuna, e ho dei meravigliosi ricordi di vita dalla fanciullezza, passando per l’adolescenza e la spensieratezza della giovinezza . E’ una città che vivo tutt’ ora con gioia e passione nonostante sia diventato flebile quell’ eco della antica civiltà che ancora si percepiva tra le antiche mura delle case, tra le calli, nei campi e campielli fino a non troppi anni fa. Amo le pietre, i marmi, l’ acqua, l’arte tutta, espressa in multiformi modi, di questo scrigno di tesori posato sull’ acqua, cresciuto ed arricchito per merito dell’ uomo. Questa città è una perla rara il cui guscio protettivo possiamo solamente essere noi.


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