TINTORETTO – L’INVENZIONE DELLA CROCE 1561/1562 – CHIESA DI SANTA MARIA MATER DOMINI – PARTE SECONDA

TINTORETTO – INVENZIONE DELLA CROCE 1561/1562 – CHIESA DI SANTA MARIA MATER DOMINI – 
PARTE SECONDA

Artista :         Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518 – 1594)

Titolo :           L’Invenzione della Croce

Data :            1561/1562

Tecnica :        olio su tela

Dimensioni :   228 X 508 cm.

Ubicazione :   Chiesa di Santa Maria Mater Domini, Venezia

Restauro :       1981 (?)

 

Jacopo Tintoretto, L’Invenzione della Croce (Chiesa di Santa Maria Mater Domini)

Jacopo Tintoretto, L’Invenzione della Croce (Chiesa di Santa Maria Mater Domini)

L’ INVENZIONE DELLA CROCE 

un pittore, audace, rapido nell’esecuzione, ed anche dal “terribile cervello”
Tintoretto fu nella sua vita  non solo un sommo artista, innovatore coraggioso in un mondo ancora legato ad una concezione stilistico interpretativa classica, ma fu anche un gran imprenditore con la sua bottega. Un uomo instancabile, esplosivo, evidentemente mai sazio e pieno di energie, tanto da esser definito dai suoi contemporanei un  pittore, audace, rapido nell’esecuzione, ed anche dal “terribile cervello” come lo definirono alcuni suoi contemporanei.Tra questi Raffaello Borghini scriverà nel libro “Il Riposo” :

“ […] per suo noto istinto naturale Tintoretto è copioso nelle invenzioni, fiero e grazioso nelle attitudini, vaghissimo nel colorito […] “

Le sue committenze furono di ogni tipo, dalle Scuole Maggiori, come la Scuola Grande di San Rocco, a quelle più piccole, le Scuole Minori , come ad esempio per il ciclo della Crocifissione, Discesa al Limbo e Resurrezione che fu commissionato dalla Confraternita (o Scuola) del Santissimo Sacramento per la chiesa di San Cassiano.

In questa chiesa , Santa Maria Mater Domini, il dipinto fu richiesto dalla Scuola della Santa Croce, e la chiesa si trova nell’ omonimo sestiere.

Nelle “testimonianze” (vedi Parte Prima) abbiamo visto che la data di fondazione della Scuola venne individuata, in due casi, nell’ anno 1561, mentre Paola Rossi precisa che :

“ […] La scuola era stata istituita nel 1551 con sede nella chiesa di Santa Maria Mater Domini. Il 16 marzo 1561 il Capitolo della chiesa concedeva alla scuola “luso de’ la Cappella granda…” e “il muro appresso et sopra la porta arente ditta Cappella dove sono li banchi di ditta Scola sul qual possi metter uno over più quadri…” […]” ,

così come citato nell’Archivio parrocchiale di San Cassiano relativamente alla Mariegola de la Schola de la Santisima Croce.

Anche il SIUSA (Sistema Unificato Informatico per le Soprintendenze Architettoniche , nella parte relativa alle Ecclesiae Venetae) cita testualmente :

“[…]La Confraternita della santissima Croce viene fondata nella chiesa di Santa Maria Mater Domini il 7 maggio 1551 […] “

e poi riferisce anche che una data importante per la vita di questa Confraternita fu il 16 marzo 1562 (cfr. P. Rossi, 16 marzo 1561)

Fu a partire da questo giorno che venne stabilita, tra il Capitolo della chiesa e la Confraternita, una convenzione con la quale il suddetto Capitolo si impegnava a celebrare una messa accompagnata dalla musica d’organo ogni terza domenica del mese, nonché un’altra in suffragio ogni venerdì. Inoltre accordò alla scuola la possibilità di svolgere le proprie pratiche nella cappella della Croce che si trovava, e si trova , a sinistra dell’altare maggiore e nel contempo permise anche di decorare la parete adiacente con opere pittoriche … “uno over  più quadri” .

Riassumendo, il dipinto fu con tutta probabilità commissionato o nel 1561, stando alla data  citata dalla Rossi oppure nel 1562 vista quella indicata dal SIUSA per l “importante convenzione”,  è facile, penso, che   gli archivi del Sistema Informatico Unificato siano più aggiornati.

Così come avvenne in seguito, nel 1565, nella vicina chiesa di San Cassiano con la Confraternita del Santissimo Sacramento, altrettanto successe a Santa Maria Mater Domini. Venne infatti chiamato Jacopo Tintoretto per dipingere un quadro che servisse ad  abbellire la parete del presbiterio e che rappresentasse “ l’ Invenzione della Croce”.

Il Tintoretto, come ho già avuto modo di scrivere, aveva bottega vicino a questi edifici sacri, probabilmente proprio a San Cassiano, ed era  pure nato nei paraggi. Famoso ed apprezzato già lo era e poi non si trattava di una persona che andava tanto per il sottile nell’accettar lavoro… e così gli venne commissionata l’opera. Insomma, come si usa dire oggi nel campo degli investimenti finanziari, Jacopo diversificava il suo “portafoglio” accettando ogni fonte di committenza, facendo così delle operazioni che abbracciavano un’ampia forbice di richiedenti…Scuole Grandi, Scuole Minori, il privato, il pubblico, e gli Ordini Religiosi. Nel caso fosse venuta meno la richiesta da una parte poteva sempre contare sull’altra. Ed in effetti non mi pare che Tintoretto abbia mai conosciuto crisi di lavoro…direi che la sua fu una produzione incredibilmente prolifica, la sua bottega deve essere stata una vera e propria macchina bellica armata di pennelli, pigmenti, tele e teleri. Aveva oramai già dipinto grandi ed importanti quadri del genere più vario, e questo ci deve far riflettere sulla sua apertura di vedute, ed anche sulla sua abilità commerciale. Sicuramente la chiesa del sestiere di santa Croce, peraltro piuttosto soffocata dagli edifici che la circondano, non  la si può paragonare ad altre come ad esempio quella di San Rocco, dove si trovano altri suoi dipinti di datazione antecedente, edificio arioso ed ubicato in un luogo molto importante, adiacente alla Scuola Grande nonché alla imponente ed importante chiesa dei Frari. Presuppongo quindi che per la Confraternita della Croce e per il Capitolo della chiesa, possedere un’opera di un pittore di tal calibro fosse veramente una cosa considerevole e prestigiosa.

LA  CONSERVAZIONE E LA DATAZIONE DEL DIPINTO 

Per quanto riguarda la storia della conservazione  di questo bel telero sappiamo che fu restaurato nel corso del ‘700 da A. Marinetti e da G.B. Mengardi, e che in seguito, nell’ ‘800, ci mise le mani S. Santi, così come ci riferisce nel 1982 Paola Rossi, le cui fonti furono il Carteggio per il restauro dei dipinti delle chiese amministrate in Archivio Parrocchiale di San Cassiano (Archivio delle Fabbricerie di S. Cassiano, processo n. 90, busta 12).

Sempre secondo la Rossi nel 1981 era in corso un altro restauro dell’opera, ed in effetti dal “Catalogo Cronologico 1966-2002”, redatto da Insula SpA, relativo agli interventi di ristrutturazione realizzati in Venezia , risulta infatti che nel 1980 -1981 fossero in esecuzione il restauro del tetto e della lanterna della chiesa di Santa Maria Mater Domini, sotto la direzione dei lavori della Soprintendenza dei beni ambientali ed architettonici e con il finanziamento di The Venice in Peril Fund (1) Il catalogo, che è molto dettagliato, non fa però menzione del restauro del telero del Tintoretto, probabilmente la committenza fu un’ altra.

Abbiamo visto più sopra che la data di commissione del quadro è con tutta probabilità individuabile tra  il 1561 o 1562 in virtù di quel documento  con il quale il Capitolo della chiesa concedeva alla Scuola della Croce l’utilizzo della Cappella omonima, nonché la possibilità di abbellirla con “uno over più quadri”. Vi furono anche altre proposte di datazione come ad esempio quella del Thode  che nel 1901 ne propose una piuttosto precoce, ovvero ante 1545, così come pure Bercken e Mayer nel 1923 attribuirono all’ “Invenzione” una data che poteva oscillare tra il 1544 ed il 1547. Indubbiamente una forbice temporale di quasi vent’anni è piuttosto ampia, ed è facile che lo stile di un pittore nell’ arco di un tale periodo  di tempo cambi stilisticamente e si trasformi in virtù della propria maturità non solo stilistica ma anche emozionale, condizionando così la propria espressività e quindi la trasposizione iconografica della propria sensibilità.

La Rossi in effetti sostiene che l’ ipotesi di datazione precoce succitata è

[…] insostenibile anche alla luce dei fatti stilistici […]   

(P. Rossi, 1982)

una presunta data presente nell’incisione, che rappresenta il dipinto, eseguita da Giuseppe Maria Mitelli
Potrebbe darsi che la datazione che fa riferimento al periodo giovanile  del Tintoretto in certi casi sia stata anche influenzata a causa di una presunta data presente nell’incisione, che rappresenta il dipinto, eseguita da Giuseppe Maria Mitelli (vedi Parte Prima). La Rossi osserva infatti che  sopra al nome dell’autore vi è incisa la data del 1555 , un numero che però in altre due tirature più tarde non compare. L’acquaforte è stata stampata con un inchiostro di colore rosso, il suo valore è tutt’altro che trascurabile ed è abbastanza rara, e credo  attesti l’importanza del dipinto raffigurato proprio per il fatto che fu oggetto di riproduzione meccanica con la tecnica dell’ acquaforte. Oggi per la catalogazione di qualsiasi cosa utilizziamo la fotografia, mezzo indubbiamente utile, veloce, efficace e veritiero. Un tempo per raccogliere la documentazione per la catalogazione delle opere dei più svariati generi si eseguivano le incisioni, che raccolte in volume erano molto utili e la loro attualità è dimostrata  tutt’oggi, come nel nostro specifico caso. Senza di esse infatti non ne avremmo a volte conservata la memoria.

Vorrei ora addentrarmi un pochino nella storia di questa stampa, che a sua volta è legata a quella del telero di Santa Maria Mater Domini, quindi pertinente all’argomento trattato.

L’INCISIONE DEL DIPINTO 
Nel corso del 1994 a Venezia, per la precisione a palazzo Ducale, fu allestita una mostra dal titolo “Tintoretto e i suoi incisori”. Nel catalogo stampato per l’occasione dall’ Electa  possiamo trovare scritto:   “ […] L’acquaforte è così ricordata dallo Zanetti (1733) descrivendo la chiesa di Santa Maria Mater Domini , in cui si conserva il dipinto da cui è tratta: “Il quadro famoso dell’ Invenzione della Croce è del Tintoretto, e va alla stampa in taglio da Giuseppe Maria Mitelli, e sono per lo più queste stampe in tinta rossa” […] “   L’incisione è databile intorno agli anni  sessanta del ’600 ed è fedele alla tela del Tintoretto. L’unica parte che un poco la differenzia si trova sulla base la quale risulta più ampia nel senso dell’altezza, la qual cosa attesta che il telero subì una riduzione , un taglio, nel senso orizzontale, che ridusse la parte in basso, accorciandone quindi l’altezza, evidentemente dopo l’esecuzione di questa incisione.  Il quadro in origine, avendo una maggior ampiezza nella parte che raffigura la pavimentazione, penso risultasse sicuramente avere un effetto di maggior profondità . Per quanto riguarda poi quel 1555 inciso sopra il nome del Mitelli nella prima tiratura dell’incisione, datata anni ’60 , nelle due tirature più tarde, come ho poc’anzi accennato, esso non compare. La suddetta presunta data secondo Paola Marini, già direttore del museo biblioteca-archivio di Bassano , è da intendersi “come numerazione del fondo di matrici in possesso della calcografia Remondini”, per cui nulla può aver a che vedere con un riferimento alla data di esecuzione del quadro del Tintoretto. Per quanto riguarda la sua carta di identità , la possiamo evincere  da una scheda tecnica redatta il 2 dicembre 2014 dall’Accademia Carrara, sezione gabinetto disegni e stampe , dove la datazione cronologica  dell’acquaforte è situata  tra il 1655 ca. e  il 1699 ca., e le misure della parte incisa sono, espresse millimetri, 456X290 e quelle della lastra di rame 462X297
Il quadro in origine, avendo una maggior ampiezza nella parte che raffigura la pavimentazione…
Qui di seguito ho riprodotto la foto dell’incisione e possiamo notare come in origine deve essere stato il dipinto con la pavimentazione più ampia, le tre croci ben evidenti ed il senso prospettico, nel verso della profondità, molto pronunciato proprio per la prospettiva creata dai quadrettoni dell’ impiantito.  Volendo essere ancora più precisi nella parte sinistra (che è la destra del dipinto) il numero delle persone è ridotto, manca anche il personaggio barbuto che rassomiglia al Robusti.

 

Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718), sant’Elena riconosce la vera Croce, acquaforte, ca.1655 – ca.1699

Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718), sant’Elena riconosce la vera Croce, acquaforte, ca.1655 – ca.1699

 

Jacopo Tintoretto, L’Invenzione della Croce, 15611562,  Chiesa di Santa Maria Mater Domini (particolare)

Jacopo Tintoretto, L’Invenzione della Croce, 15611562,  Chiesa di Santa Maria Mater Domini (particolare)

 

Ma ora direi di abbandonare questa strada che mi ha portato a sviscerare, per quanto abbia potuto, la storia della riproduzione dell’immagine del dipinto di Tintoretto con la tecnica dell’acquaforte…anche perché immagino di essere stato un tantino noioso.

 

Jacopo Tintoretto, L’Invenzione della Croce, 15611562,  Chiesa di Santa Maria Mater Domini

Jacopo Tintoretto, L’Invenzione della Croce, 15611562,  Chiesa di Santa Maria Mater Domini

 

Jacopo Tintoretto, le nozze di Cana, 1561, Chiesa della Salute, sagrestia

Jacopo Tintoretto, le nozze di Cana, 1561, Chiesa della Salute, sagrestia

UNA COMPARAZIONE CON LE NOZZE DI CANA

L’Invenzione quindi è assodato essere stata dipinta nel 1561-1562, ed in effetti analizzando altri dipinti del periodo, possiamo rilevare delle analogie. Ad esempio nel dipinto delle Nozze di Cana ubicato nella sagrestia della chiesa della Salute, che è datato 1561 e quindi coevo all’ Invenzione, ne ravvedo un senso prospettico similare pur sviluppandosi in linea verticale. 
una vaga rassomiglianza all’autore stesso in uno dei personaggi presenti , proprio come nell’ Invenzione.
Trovo anche una  sobrietà, una compostezza educata dei commensali accomunabile alla pacatezza dei personaggi presenti al miracolo della vera Croce.  Soprattutto nel lato destro quelle donne che stanno conversando a due a due guardandosi nel volto, sono anch’esse  donzelle eleganti che si scambiano parole sussurrate,  proprio  come le giovani accompagnatrici della regina Elena nel telero di Santa Maria Mater Domini. Sempre su questo grande dipinto della chiesa della Salute trovo un’altra cosa che mi stuzzica la fantasia, ovvero la vaga rassomiglianza all’autore stesso in uno dei  personaggi presenti , proprio come nell’ Invenzione. Si trova dietro le commensali che conversano.

I COLORI 

Per quanto riguarda i colori bisognerebbe capire come l’Invenzione potrebbe ravvivarsi cromaticamente con le moderne tecniche disponibili oggi , dal momento che il suo ultimo restauro risale quasi a quarant’anni fa. (P. Rossi, 1982)

Capita infatti che nel corso del risanamento di un dipinto riemergano delle cromìe inaspettate, talvolta sorprendenti, e la tela pare così essersi trasformata. Tintoretto utilizzò nella sua carriera i più svariati tipi di pigmenti, e se non mi sbaglio nelle Nozze di Cana della Salute sono state rilevate anche  tracce di tempera.

Ad esempio in un recente ed interessante studio, molto dettagliato, eseguito su alcuni dipinti di varia datazione (G.Poldi, Gli azzurri perduti…) , dal 1540 (anni giovanili) fino al 1584 (maturità), è stata tracciata una specie di mappa cromocronologica che evidenzia , per quanto riguarda il colore azzurro, una predominanza dell’azzurrite fino alla fine degli anni ’50, poi del prezioso lapislazzuli tra gli  anni ’50 e ’60, per ritornare all’azzurrite più il blu di smalto dal 1564 al 1584 circa. Per quanto riguarda l’Invenzione ci troviamo nel periodo di utilizzo dell’ azzurrite e del lapislazuli.

Giusto per fare un esempio sulla percezione del colore, nel “Trafugamento del corpo di san Marco”, datato 1562-1566, delle Gallerie dell’Accademia, la veste di uno dei due uomini che sorreggono il corpo del santo ha un azzurro ottenuto con il lapislazuli e la biacca.

Il cielo nuvoloso che noi oggi vediamo, è di color bruno ruggine, mentre in realtà è composto da blu di smalto
Il cielo nuvoloso  che noi oggi vediamo, è di color bruno ruggine, mentre in realtà è composto da blu di smalto che è un colore luminoso e vivo…il tempo , inesorabile con noi, lo ha trasformato, seppur lentamente, non poco. Anche in questo dipinto, più o meno dell’epoca dell’ Invenzione, vi è un impianto prospettico che la ricorda, dalla pavimentazione all’architettura di fondo, come una quinta teatrale palladiana.

Altro esempio , forse ancor più sorprendente, di come si potrebbe trasformare un dipinto ripristinandone il colore originale, lo possiamo trovare nella ricostruzione virtuale del colore del manto della “Madonna in meditazione” che si trova al pian terreno della Scuola Grande di san Rocco (1582/1584). In questo caso infatti il colore odierno, che è brunastro cupo,  dalla parvenza  crepuscolare, per quanto affascinante e misterioso, risultrebbe essere invece di un bell’ azzurro intenso per via del blu di smalto utilizzato dal maestro. Di seguito possiamo vedere il risultato della ricostruzione virtuale del colore azzurro del drappo che si avvicina a quello originale, decisamente affascinante. Per chi volesse approfondire questo interessante studio  può trovare il riferimento nella bibliografia a fine articolo. (G. Poldi, 2012).

Tintoretto, Vergine Maria in meditazione e Vergine Maria in lettura, Scuola San Rocco, 1582-1584

Tintoretto, Vergine Maria in meditazione e Vergine Maria in lettura, Scuola San Rocco, 1582-1584

LA SCENA

Mi è parso anche di  osservare che in un‘ opera giovanile molto famosa, che suscitò all’epoca non poche riflessioni del più vario genere, soprattutto di meraviglia e stupore, ovvero il Miracolo dello schiavo , datato 1548, abbiamo un impianto scenico similare, così come una disposizione dei personaggi in senso orizzontale simile, anche se agitata ed in parapiglia. Lo sfondo architettonico poi non lo si può dire troppo diverso. La folla è decisamente più scomposta nel Miracolo, rispetto alle persone che presenziano all’ Invenzione, ma è anche vero che le due storie narrate sono differenti ed emotivamente percepibili in modo diverso. Nel Miracolo la gente attendeva un’esecuzione, che un tempo era a volte motivo di morbosa curiosità, persone che in questo caso però  rimasero deluse per un verso e stupefatte per l’ altro.

l’atmosfera risulta essere di trepidante e composta attesa nell’aspettare il ritrovamento dell’oggetto più sacro della cristianità…il suo simbolo.
Al contrario nell’ Invenzione , eseguita 12-13 anni dopo, l’atmosfera risulta essere di trepidante e composta attesa nell’aspettare il ritrovamento dell’oggetto più sacro della cristianità…il suo simbolo.Vi è infatti armonia nella disposizione delle figure, non si ode rumore o trambusto, che nel Miracolo pare invece di sentire realmente. Nell’ Invenzione ci troviamo infatti di fronte alla rivelazione di un sacro oggetto capace di operare prodigi, quasi fosse il Cristo stesso, tant’ è  che il miracolo ebbe luogo.

Così come la vedo io questa scena non mi pare rappresenti il miracolo avvenuto, bensì la fase che lo preannunzia. Percepisco nell’aria una impaziente aspettativa nonchè un mormorìo sommesso tra alcuni personaggi che presenziano all’evento. È il momento in cui si sta facendo la prova con un’altra croce, la prima non aveva manifestato alcunché, quindi il vescovo di Gerusalemme, Macario, fece fare la seconda prova.

Ecco, quello rappresentato mi sembra sia il  momento in cui si sta per manifestare il miracolo, ho la sensazione di presenziare  all’attimo che lo precede. Sono più o meno tutti quanti fermi come se stessero trattenendo il respiro. Se c’è del movimento esso è delicato, in punta di piedi , come quello dell’uomo  a sinistra che sta adagiando la croce (o forse sollevandola) sul corpo della donna. Teme quasi di poter fare del male a quell’essere inerme ed inerte. Nel contempo sulla destra , con altrettanti movimenti lenti, calibrati e calcolati, un uomo in tunica rossa sta togliendo i chiodi dalla croce per appoggiarli sacralmente in un piattino che gli sta porgendo un altro uomo che ha un’ aria di massimo rispetto. Quest’ultimo è infatti leggermente inclinato quasi ad accennare un gesto di rispettosa genuflessione.

Il legno della vera Croce compirà il prodigio e guarirà la giovane donna in procinto di spirare.

La Croce, simbolo del sacrificio di Gesù per la salvezza di tutti i suoi figli, opera un miracolo di vita. Così come fu silente testimone della morte del Nazareno in mezzo a militari e persone ostili, fu anche precognitiva della sua rinascita. Ora a distanza di circa 300 anni, alla presenza della regina Elena, donna pia e fervente credente, quel simbolo si rivelò nuovamente in tutta la sua forza.  Qui gli spettatori non sono scomposti e urlanti,  non ve ne sono in divisa militare. Al contrario tra i testimoni  vi sono anche giovani donne elegantemente vestite che se ne stanno leggermente in disparte commentando l’avvenimento, così come vi sono uomini tutt’altro che chiassosi.

Al centro della scena, leggermente chinato verso la miracolanda, c’è il vescovo Macario con la sua veste di rappresentanza, la bianca Mitria ed il Pastorale.Elena è padrona del campo ed in effetti, sebbene la protagonista principale dovrebbe essere la Vera Croce, è lei che risalta maggiormente in questa scena teatrale. Pare che abbia un riflettore puntato addosso che la illumina mettendola in primo piano rispetto agli altri attori. D’altra  parte fu la sua caparbietà e fede a far sì che la Santa reliquia fosse rinvenuta.

Sulla sinistra gli uomini si protendono in un atteggiamento fisico che suggerisce stupore e forse anche un poca di incredulità, mentre alle loro spalle quelli che dovrebbero essere i committenti osservano con doveroso rispetto la miracolosa manifestazione.

È curioso l’uomo con il turbante in primo piano sulla sinistra.
È curioso l’uomo con il turbante in primo piano sulla sinistra. A ben vedere è la figura, in senso prospettico, più vicina allo spettatore. La sua espressione , la sua postura, la posizione delle braccia, hanno un linguaggio mimico che pare suggerire una indifferente attesa per capire se quello a cui sta per assistere sia  o non sia vero… pare scettico, e forse non vorrebbe neanche che accadesse. In questo caso sembrerebbe quasi  che Tintoretto avesse voluto mettere in evidenza quale fosse la vera fede, provata dalla manifestazione divina ,  posizionando, nella sua scena teatrale, come primo e più vicino spettatore del miracolo, un testimone rappresentante di un’altra fede, di un’altra religione, appartenente ad un popolo in perenne tensione con Venezia e dalle mire espansionistiche mai placate…il turco.

NOTE (per i più curiosi )
(1) VENICE IN PERIL, Hurlingham Studios, Ranelagh Gardens, London SW6 3PA , è sostenuta da privati, società e fondazioni.

Gli altri interventi nella chiesa, che non riguardano solamente la parte architettonica bensì anche e le opere che essa custodisce, hanno la seguente cronologia : 1984-1989, 1988-1989 ed infine 1990, sempre finanziate dal The Venice in Peril Fund.

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DIZIONARIO ETIMOLOGICO GARZANTI ONLINE

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GIANLUCA POLDI, “Gli azzurri perduti nei dipinti di Tintoretto. ri-vedere le crome grazie alle analisi scientifiche”, 2012 (Analisi scientifiche a carattere spettroscopico e di fluorescenza dei raggi x condotte su una decina di dipinti presenti alla mostra allestita alle Scuderie del Quirinale sul Tintoretto nel 2012

Autore articolo: Michele De Martin
Nato a Venezia , più precisamente al Lido, un 9 aprile, diplomato al Liceo Scientifico G.B. Benedetti .Vivo in questa città unica da quel giorno, per mia fortuna, e ho dei meravigliosi ricordi di vita dalla fanciullezza, passando per l’adolescenza e la spensieratezza della giovinezza . E’ una città che vivo tutt’ ora con gioia e passione nonostante sia diventato flebile quell’ eco della antica civiltà che ancora si percepiva tra le antiche mura delle case, tra le calli, nei campi e campielli fino a non troppi anni fa. Amo le pietre, i marmi, l’ acqua, l’arte tutta, espressa in multiformi modi, di questo scrigno di tesori posato sull’ acqua, cresciuto ed arricchito per merito dell’ uomo. Questa città è una perla rara il cui guscio protettivo possiamo solamente essere noi.


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