Tintoretto Il miracolo dello schiavo – Gallerie dell’Accademia

Introduzione

Autore articolo: Alessandro Bullo

Tintoretto Il miracolo dello schiavo – Gallerie dell’Accademia

Dopo le importanti prove degli ottagoni del soffitto di San Paternian (Le Metamorfosi del soffitto di San Paternian) e dell’Ultima Cena di San Marcuola (Ultima Cena Chiesa San Marcuola), Tintoretto è ormai artista conosciuto a Venezia. Non ancora trentenne, ottiene finalmente una commissione per la Scuola Grande di San Marco, la più ricca e prestigiosa delle sei Scuole Grandi di Venezia, le cui pareti erano decorate dai teleri di grandi maestri: Giovanni e Gentile Bellini, Palma il Vecchio e Paris Bordon. Il Miracolo di San Marco fu la prima clamorosa affermazione pubblica del Tintoretto, che si trovò così al centro del dibattito artistico veneziano. 

Autore: Jacopo Tintoretto

Titolo: Il miracolo di San Marco, o Il miracolo dello schiavo, o ancora San Marco libera lo schiavo

Datazione: 1547-1548

Collocazione:  in origine si trovava nella Sala Capitolare della Scuola Grande di San Marco; fu portato a Parigi nel 1797, dove vi rimase fino al 1815. Tornato a Venezia fu esposto alle Gallerie dell’Accademia di Venezia dal 1821, dove si trova attualmente

Dimensioni: 416×544 cm

Dipinto firmato in basso a destra: “jacomo tentor f.”

Jacopo Tintoretto, Miracolo di San Marco - Gallerie Accademia Venezia

Ma per vedere l’opera più degna d’uno de’ maggiori ingegni della Scuola nostra, e del più terribile ch’abbia avuto mai la Pittura, si suol condurre l’Amatore dell’arte nella Scuola di S. Marco. Sta ivi un gran quadro fra le finestre della Sala maggiore con un miracolo di esso Santo, per cui si libera un servo condannato a tormenti dal proprio padrone. Gran fuoco d’immaginazione, fecondità di fantasia, prontezza, felicità e tutti i doni d’un genio grande sorprendono il senso al primo aspetto in questa rappresentazione; ma niente avrebbe di singolare, se non reggesse a’ riflessi più severi d’ogni dotto conoscitore.

(Zanetti, 1771, pp. 134-135)

Correva l’anno 1548, quando nella sala capitolare della Scuola di San Marco veniva esposto il dipinto del Miracolo di San Marco o Miracolo dello schiavo. Il dipinto era stato commissionato nel 1547 e terminato nell’aprile del 1548. Tintoretto, in un primo tempo, lo aveva fatto riportare nel suo studio. Così Ridolfi narra l’episodio:

(…) nato disparere tra’ confrati, volendo alcuni e altri no, che il quadro vi rimanesse, per le loro ostentazioni: per lo che sdegnato il Tintoretto, lo fece distaccare dal luogo posto, e a casa il riportò. Finalmente  quietato il rumore vedendosi quelli della fatione nemica scherniti, pensando a quanto di perdita si facea con la privatione di quella Pittura, acclamata dall’universale per meravigliosa, si ridussero a ripregarne il Tintoretto, che la riponesse

(Ridolfi, 1642, p. 21)

Il quadro tornò sulle pareti della Scuola grazie alla mediazione di Andrea Calmo, grande amico del pittore, famoso attore di commedie dell’arte e membro del consiglio direttivo della Scuola di San Marco. Nel 1547 era stato eletto Guardian Grande Marco Episcopi, il futuro suocero del Tintoretto, che sicuramente ebbe parte impostante nell’assegnazione della commissione del quadro al pittore.

Descrizione e leggenda dello schiavo salvato da San Marco

La storia deriva dalla Legenda aurea di Iacopo da Varazze (raccolta medievale di biografie agiografiche). 

La leggenda narra di un vassallo che, disobbedendo al suo padrone, si reca in pellegrinaggio sulla tomba di San Marco a Venezia. Ritornato in patria, il padrone comanda che gli vengano tolti gli occhi. Dopo vari tentativi falliti di accecarlo, il padrone ordina che gli siano amputate le gambe, ma l’ascia si spezza. Ordina allora che gli rompano la bocca con un martello, impedendogli così di invocare il santo in suo aiuto, ma anche questo attrezzo si rompe. A questo punto il padrone, spaventato da quei prodigi, chiede perdono al vassallo e a San Marco.

Partendo dalla sinistra, vediamo un uomo con la barba, vestito con abiti del tempo. Secondo Krischel si tratta del ritratto di Francesco Morello che, nel 1547, aveva la carica di Guardian Grande della Scuola Grande di San Marco. Secondo la Rossi e la maggior parte degli altri critici, invece, sarebbe il ritratto di Tommaso Rangone. Dalla parte opposta, è seduto il nobile provenzale che si alza stupito, mentre il torturatore gli mostra il martello frantumato, con cui ha cercato di rompere la bocca del vassallo. Per terra sono sparsi anche i paletti e l’ascia con cui i torturatori hanno tentato inutilmente di accecarlo e gambizzarlo. Altri due torturatori si ostinano a cercare di ferirlo, mentre una folla di persone si accalca interessata e meravigliata dell’evento miracoloso.

Vedi anche l’articolo Tintoretto Il miracolo dello schiavo – Iconografia e interpretazione. 

Il quotidiano e il miracoloso in Tintoretto

Throughout the middle years of the century Tintoretto was perfecting his means of expression, and placing the emphasis of his art on those moments of interaction between heaven and earth when a miracle is performed. But he understood, as the baroque did not always understand, that these effects depend on giving equal importance to earth, to locating the scene. I think he realized this instinctively because of deep conviction, artistic or otherwise, about the need for the miraculous to be manifested in ordinary life. He is far from those slick apotheoses in which heaven is only a picce of supernatural machinery.

(Levey, 1965, p. 714)

Tintoretto amava il teatro, di cui aveva compreso l’importanza e i meccanismi; e sapeva che è il “conflitto” che, rompendo l’equilibrio, riesce a emozionare il pubblico: il bene e il male, l’amore e l’odio, la luce e le tenebre.

Nelle storie sacre, il contrasto risiede nel divino che si manifesta nella realtà. 

un colpo d’ala inventivo superbo è quel volo a tuffo del Santo, che vediamo noi spettatori del quadro ma che sembra restare invisibile a tutti gli attori della scena; ed è una efficacissima espressione del « miracoloso », crea veramente il dramma del prodigio, nel cerchio di attonito stupore, che si allarga pel quadro

(Coletti, 1944, p. 14)

Come già accennato nell’articolo, dedicato all’Ultima cena di San Marcuola, Tintoretto imprime alle scene miracolose e sacre una forte connotazione realistica,“giocando, come consuetudine del pittore, sulla commistione audace e insieme bonaria di elementi realistici e visionari” (Binotto, 2012, p. 80)

I pittori che avevano preceduto il Tintoretto rappresentavano il momento sacro e quello terreno in spazi divisi. Si pensi all’Assunta di Tiziano dei Frari, divisa in tre moduli ben distinti: nella parte alta il Signore tra gli angeli, nella zona mediana la Vergine che sta salendo in cielo, e nella zona inferiore gli apostoli. Nel quadro, inoltre, anche se gli apostoli sono ritratti realisticamente, non vi è alcuna figura appartenente al popolo. Tintoretto elimina questa barriera tra cielo e terra. Il miracolo e l’episodio sacro si svolgono tra la folla, costituita da donne e uomini che lavorano e soffrono come noi, “così da avvicinare eventi straordinari alla quotidianità della vita, e viceversa, facendoli, dunque, quotidianamente presenti a quella folla (…) il popolo di poveri, degli ammalati, dei carcerati, degli affamati” (Benvenuti, 1994, p.  147).

Nel Miracolo di San Marco, così come nelle cene e nelle lavande dei piedi del Tintoretto, la gente del popolo non solo assiste al miracolo ma diviene parte di esso. Gli attori principali sono Gesù, gli apostoli e i santi, ma le figure che si assiepano attorno a loro sono certamente più che delle mere comparse.  Si è spesso ipotizzato che Caravaggio sia stato a Venezia, se così fosse, certamente il pittore che lo impressionò di più fu Tintoretto.