TINTORETTO SANT’ORSOLA E LE UNDICIMILA VERGINI – CHIESA DI SAN LAZZARO DEI MENDICANTI

Autore: Michele De Martin

TINTORETTO SANT’ORSOLA E LE UNDICIMILA VERGINI – CHIESA DI SAN LAZZARO DEI MENDICANTI

Tintoretto, Sant'Orsola e le undicimila vergini (Chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti)

Tintoretto, Sant’Orsola e le undicimila vergini (Chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti) – foto dell’autore

 

Artista: Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1518 – 1594) 

Titolo: Sant’Orsola e le 11.000 vergini 

Data: 1555 ca. 

Tecnica/materiale: olio su tela 

Dimensioni: 330 X 177 cm. 

Provenienza: Venezia, Chiesa di San Salvatore presso l’Ospedale degli Incurabili 

Restauro: Gino e Marina Marin (1992)

 

SANT’ ORSOLA

La sua è una storia molto avventurosa che sconfina nella fantasia della leggenda. Questa tribolata e rocambolesca peregrinazione ebbe luogo  nel IV o nel V secolo.

Con un ragionevole lasco di tempo potremmo collocarla tra il periodo di Diocleziano (303-304) , che si distinse non poco nel perseguitare i cristiani, e quello degli Unni e del loro re Attila (395-453), il “flagello di Dio” di scolastica memoria, che pure spiccò non poco in atrocità contro la neo religione.

Pare che la ragazza, vergine segnata dalla fede in Cristo, fosse la bellissima figlia di un re della Britannia di nome Noto o Mauro promessa in sposa ad un principe pagano di quell’isola il cui nome era Ereo o Aetherius o Eterio. (Jacopo da Varazze, Legenda Aurea). Come quasi sempre è successo il matrimonio aveva un fondamento di convenienza politica e quindi economica, infatti al contrario  Eterio avrebbe mosso guerra ed invaso la terra di Orsola.

L’angelo compare in sogno a Sant’Orsola …
Ma alla Divina  Provvidenza non c’è limite , infatti la giovane promessa sposa , su consiglio di un angelo, che le apparve in sogno, chiese ed ottenne di poter rimandare di tre anni quell’unione in matrimonio nella speranza che Eterio, ricredendosi , si convertisse al Cristianesimo. Quando questa “deroga” ebbe termine, un altro angelo provvidenziale le apparve ancora una volta in sogno e su sua indicazione la ragazza  prese il largo dalla Britannia con le sue compagne a bordo di undici navi  per un lungo viaggio verso Roma.

Qui la sua odissea la portò verso il continente, sospinta da una tempesta , a risalire il fiume Reno fino alla città di Colonia e poi fino a Basilea, città svizzera, dalla quale partì a piedi per un pellegrinaggio in direzione della città eterna, Roma, dove si incontrò con papa Ciriaco. Questo vicario di Cristo però non figura nell’ elenco dei Papi, anch’esso quindi un personaggio leggendario. Questi si unì ad Orsola ed alle undicimila vergini per ritornare, sempre a piedi, verso Colonia. Ma in quella città del nord nel frattempo erano calati gli Unni che l’avevano conquistata , e quando il corteo delle undicimila vergini di ritorno da Roma  la raggiunse per la seconda volta, trovò schierati i propri carnefici.

Quei guerrieri, calati dalle steppe del nord est del mondo, dalla Siberia, trucidarono tutte le compagne di Orsola, colpevoli di essere cristiane e sicuramente di non volersi concedere. Essa stessa trovò la morte per mezzo di una nuvola di frecce che vennero scoccate  su ordine di Attila con il quale si era rifiutata di giacere.

Una versione più tarda incluse nella lista della carneficina anche il papa Ciriaco che si trovava con loro. Questa storia ha molteplici varianti, una di queste ci narra che l’eccidio non rimase impunito perché dopo la strage un’armata di undicimila angeli intervenne, per ordine divino, scacciando l’orda barbarica.

La storia di Sant’Orsola e Vittore Carpaccio …
Decisamente tutta questa vicenda, e la sua descrizione, è molto scenografica, come lo è stato Vittore Carpaccio nel descriverla nei suoi teleri che si trovano nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ed altrettanto, seppur in modo differente , lo è stato Tintoretto in questa splendida pala d’altare in cui seppe descrivere mirabilmente, in uno spazio decisamente angusto per un così grande numero di personaggi, il percorso e la lunga storia di questo corteo di martiri. A proposito del gran numero di donne protagoniste di questa drammatica vicenda è comprensibile che non possa essere verosimile una quantità così elevata di accompagnatrici per il pellegrinaggio di una sola dama, seppur figlia di un re.

Esistono infatti alcune spiegazioni relativamente all’origine di questo numero decisamente esagerato, che sarebbe comprensibile se si trattasse di un esercito in marcia, che traggono origine da un errore di interpretazione di scrittura. A esempio una di queste suppone che l’equivoco nacque moltissimo tempo fa quando nel medioevo un amanuense  commise un errore di trascrizione, infatti la leggenda inizialmente parlava di Orsola e le 11 martiri”.

Pare che il nocciolo della questione che generò l’equivoco si trovasse in questa riga : “ il martirio di Orsola e delle sue compagnead undecim milia (o ad undecim miliarum) dalla città di Colonia”. È stata proprio questa errata copiatura, undicimila anziché undici miglia , a generare questo esercito disarmato di fragili vergini innocenti, e che a sua volta ha creato questa famosa storia leggendaria.  Altra versione, che porta però alla medesima conclusione, è quella relativa alla traduzione errata di un documento  datato 922 che è conservato in un monastero non distante da Colonia.

In un passo di questo antico testo c’è scritto “Dei et Sanctas Mariae ac ipsarum XI m virginum” che fu tradotto così: “undecim (XI) millia (m) virginum (vergini)” ovvero undicimila vergini, mentre la traduzione corretta di quella “m” solitaria dovrebbe essere stata “undecim martyres virginum” e cioè undici martiri vergini.

Per dovere di cronaca e per i più curiosi, tra i quali mi annovero, alcuni nomi conosciuti delle ancelle che accompagnarono Orsola nell’avventuroso e tragico pellegrinaggio sono : Aurelia, Cordula, Cumera, Cunegonda, Pinnosa e Odialia…nomi curiosi, nomi da fiaba.

Comunque sia, ai fini propagandistici  e di efficacia di immagine tesa a promuoverne il culto, undicimila vergini martirizzate hanno fatto decisamente  molto più effetto che undici. 

LA STORIA DEL DIPINTO
 Questa pala d’altare non è originaria del luogo che oggi la ospita, proviene infatti dalla chiesa di San Salvatore presso l’Ospedale degli Incurabili alle Zattere che venne soppressa nell’ ‘800 e poi demolita.

Il “Viaggio di Sant’Orsola” dovette quindi ricominciare una seconda volta , precisamente nel 1817, fino alla chiesa di San Lazzaro che è la sua attuale dimora.

A farle compagnia in questo “viaggio” di trasferimento ottocentesco ci sono anche le due opere che impreziosiscono gli altari della parete di destra, ovvero la prima che è una “Crocifissione” di Paolo Veronese, e la seconda, che è una ”Annunciazione” di Giuseppe Porta meglio conosciuto come il Salviati.

Credo che il primo a farne menzione, sottolineandone l’attribuzione, fosse stato Francesco Sansovino che nella prima edizione del “Venetia Città Nobilissima et singolare” (1581), nel libro dedicato al “sestiero” di dorsoduro , relativamente agli “Incurabili”  scrive:

“ […] Antonio Centani Cavaliero figliuolo di Marco, diede principio alla Chiesa ovata, sul modello del Sansovino, & vi furono collocati, l’ altare di sant’Orsola di mano del Tintoretto, la palla del Christo in Croce, & un’altra palla parimenti di Paolo Veronese. […] “

(Francesco Sansovino)

Anche il “Forestiere illuminato”  ci dà notizia di questa pala del Tintoretto, citando oltretutto molti altri famosi nomi di artisti che avevano prestato la loro opera per adornare la chiesa dell’Ospedale degli Incurabili.

“ […] Vi si vengono Pitture del Tintoretto, del Giorgione, del Prete Genovese, del Peranda, del Varotari, di Giovanni Rò, dell’ Ingoli, dell’ Aliense, di Andrea Vicentino, di Giuseppe Enzo, di Andrea Mantegna e del Cavalier Diamantini. La tavola col Crocifisso è di Paolo Veronese; quella dell’ Annunciazione del Salviati; e nella Sagrestia un Quadretto con mezze figure: unica Opera in pubblico di Andrea Mantegna […] “
 

(Forestiere Illuminato, 1740)

Indubbiamente questo luogo di cura e soccorso ebbe un’ importanza rilevante, non a caso Venezia si distinse sempre nella gestione della sanità pubblica. È curiosa , ma soprattutto interessante, l’annotazione che di questa istituzione ospedaliera troviamo qualche riga prima della citazione delle pitture:

“ […] nel qual tempo gl’infermi concorrono in gran numero ; essendo specialmente fra gli altri ricevuti tutti quelli, che sebbene di Stato estero,  trovansi oppressi dal Morbo Gallico […] “
 

(Forestiere Illuminato, 1740)

Per chi non lo sapesse il “Morbo Gallico” è il “Mal Francese” …la sifilide (vedi il mio articolo : Il Mal Francese e il convento delle Convertite a Venezia). Anche il Lorenzetti si esprime dandone un giudizio notevole e specificandone la provenienza :

“ […] 2° ALT. “Sant’Orsola e le undicimila Vergini”; mirabile dip. di Jac. Tintoretto, prov. anch’esso dalla chiesa degli Incurabili; una calda tonalità avvolge la scena in cui domina la figura ispirata della Vergine Orsola che, circonfusa di luce, guida lo stuolo delle compagne, che si perdono, figure evanescenti, nel magnifico sfondo di paesaggio. […] “

(Giulio Lorenzetti, 1926)

Nel 1940 il Moschini parlando di alcune operazioni di ritocco osservava in modo piuttosto critico gli interventi eseguiti, e scrisse relativamente a certe ridipinture : “ […] tanto in quel goffo vescovo a lato della Santa quanto al sommo, ove il barocco ridipintore aveva aggiunto all’angelo due goffe ali bianche. […] “ (Moschini, 1940)

Anche Marcello Brusegan individua in quest’opera un grande capolavoro, trovandosi concorde con il Lorenzetti a distanza di molti anni e con due restauri di mezzo , uno parziale nel 1937 e l’ultimo terminato con la ricollocazione nel 1992.

[…] “Un altro grande capolavoro, proveniente dalla demolita chiesa degli Incurabili, campeggia sul secondo altare: Sant’Orsola e le undicimila vergini, opera mirabile di Tintoretto (XVI secolo), che qui ha reso con un’immagine indimenticabile la leggerezza quasi evanescente di queste figure che svaniscono nello sfondo di un meraviglioso paesaggio. […] “

(Marcello Brusegan, 2006)

Per quanto possa valere la mia opinione mi trovo concorde nel dire che la pala è molto bella, ha brillanti e vividi colori, e le figure sembrano in movimento, danno la sensazione che stiano fluttuando sfiorando il suolo in una specie di silenziosa danza. Nella guida della chiesa, che si può comperare con un’offerta all’interno di quel luogo sacro, la pala viene definita dall’autore :“ […] preziosa opera di Jacopo Tintoretto. […] “ (Aureliano Bresolin)

In effetti l’aggettivo “preziosa” calza bene. Trovo infatti che la precisione del disegno e la raffinatezza dei colori  facciano risaltare i tessuti delle vesti delle figure, abiti ricercati e decorati da motivi ornamentali raffinati, acconciature perfette e di varie fattezze incorniciate con pietre preziose che potrebbero essere perle, un dipinto …”prezioso” per l’appunto.

Una curiosità che riguarda quest’opera è legata alla produzione di una sua copia che misura 105×85 cm., presumibilmente di bottega, che fu spedita da Venezia nel 1594 nella chiesta arcipresbiteriale di Dossena a Bergamo, e che si trova al di sopra del coro ligneo. Curioso, ed inspiegabile è anche il fatto che sia stata attribuita a Rubens (R. Pallucchini P. Rossi).

 

Jacopo Tintoretto, Sant’Orsola e le undicimila Vergini, particolare (foto dell’autore)

Quest’opera subì alcune trasformazioni nel corso del suo cambiamento di sede che la condusse a San Lazzaro dei Mendicanti nel 1817, a seguito della demolizione della chiesa di San Salvatore dell’ Ospedale degli Incurabili, come abbiamo avuto modo di vedere poc’anzi.

Nella parte bassa dell’opera venne infatti aggiunta una fascia ed in quella alta subì invece la trasformazione da pala centinata a rettangolare e quest’ultima variazione comportò la necessità di aggiungere due vele angolari.

La sua lettura nel corso degli anni portò sempre tutti gli studiosi a confermarne l’attribuzione al Tintoretto nonostante i rimaneggiamenti  eseguiti nell’ ‘800 a causa della ricollocazione.

La datazione invece è sempre stata assai discussa a cominciare dal Thode che nel 1901 la definì “giovanile”, e il Pittalunga nel 1925 la collocò anteriormente al “Miracolo di San marco” . Quindi A. Venturi nel 1928 e ’29, il Berenson nel 1932 e 1957, ed il Barbantini nel 1937 la collocarono prima del “Miracolo dello Schiavo”.

Poi ancora il Wilde nel 1938 e Von der Bercken nel 1942 la datarono  1544-1547, quindi il Tietze nel ’48 optò per il 1545. Arslan nel 1937 e 1960 definiva “il carattere filamentoso della pennellata” riconducibile agli anni sessanta. Poi ci fu una svolta da parte di Rodolfo Pallucchini che inizialmente, nel 1950, individuò il 1544 come data di creazione per poi riaggiustarla di un decennio in avanti, ovvero tra il 1554 e il 1555, e questo a seguito delle sue osservazioni di confronto, tra il 1963 ed il 1965, con le sei storie bibliche che si trovano al museo del Prado a Madrid.

Invece i restauri più recenti hanno cercato di ripristinarne l’originalità , a cominciare dal 1937  quando si provvide all’eliminazione della fascia ottocentesca nella parte inferiore della pala , alla ripulitura e ad una nuova foderatura. L’ultimo restauro, del 1992 , provvide anche alla pulitura della parte posteriore della tela, quindi ad un rinforzo con una doppia foderatura e il ritensionamento della struttura del telaio.

Oltre alla parte strutturale venne anche sistemata la superficie pittorica, ad esempio le vele aggiunte nell’ ’800 vennero ridipinte con un tono neutro , e furono fatti anche  degli interventi di rimozione di antichi ritocchi e aggiunte pittoriche.

Ma la parte forse più significativa fu l’eliminazione del “corno dogale” che aveva sul capo una delle Vergini sulla sinistra , sostituito con il copricapo piramidale originale. Ovviamente quest’ultimo ripristino fu fondamentale per una rilettura corretta dell’opera che il “corno dogale” aveva in qualche modo fuorviato iconograficamente.

Qualche riga più sopra sottolineavo la bellezza e la brillantezza dei colori, anche questo infatti è dovuto al recupero dell’ultimo restauro, soprattutto per le lacche di colore verde che ne hanno esaltato la già bella cromìa.

IL DIPINTO

Devo dire che mi piace  molto , se vogliamo lo trovo anche un poco inusuale per un’altare di una chiesa dove siamo abituati a vedere crocifissioni, natività, martìri cruenti di Sante e Santi abbastanza ricorrenti.

In genere i protagonisti e le primedonne di questo genere di venerazione sono più o meno sempre gli stessi, diciamo che sono conosciuti ai più, anche se talvolta in modo superficiale…ma l’iconografia ha bisogno anche , e forse soprattutto, di essere compresa, capìta, percepita alla prima vista in modo tale da generare una specie di “imprinting” nel fedele che se la ricorderà per sempre.

In questo caso però la scelta di questo martirio prettamente femminile dalle dimensioni enormi, 11 mila donne martirizzate nella stessa giornata, più una  che è Orsola, non è proprio conosciuto da tutti. Oltretutto lo sviluppo di questo episodio ha una specie di dimensione fiabesco avventurosa la cui collocazione temporale non è certissima, può essere un episodio accaduto tra il III e il V secolo visto che le fonti fanno riferimento a Diocleziano (244-311) e ad Attila (395-453).

Come incerti sono i nomi dei protagonisti, compreso il papa che si chiama Ciriaco ma che non mi pare rientri nel novero dei nomi dei papi conosciuti. Tutto nacque nell’ VIII secolo con il ritrovamento di alcuni resti di donne molto giovani in una chiesa  di Colonia dedicata a delle vergini, donne il cui nome non era conosciuto. Probabilmente si trattava di reliquie molto antiche attribuibili a delle martiri, ed immagino che questo rinvenimento fortuito fosse risultato molto gradito perchè il potenziale di attrazione delle reliquie, nei confronti dei pellegrini, era ed è tutt’ora di rilevante importanza.

Infatti allora come oggi la chiesa, o il monastero o il santuario che le ospita, diventa di grande interesse ed in certi casi si trasforma in un polo di attrazione esclusivo. Non a caso su luogo del martirio fu edificata, in seguito, una chiesa che divenne luogo di commemorazione delle giovani vergini martirizzate e di Sant’Orsola. (21 ottobre).  Oggi il commercio delle reliquie è severamente proibito dal codice di diritto canonico. La medesima chiesa fornì in seguito una seconda e gradita sorpresa…il ritrovamento di un’antica iscrizione sepolcrale che faceva riferimento ad una bambina di otto anni il cui nome era Orsola. Da qui a tutto il resto il passo fu breve.

Tutta questa avventura agiografica sta tutta qui dentro, nel dipinto della chiesa dei Mendicanti, in questa tela tutto sommato piccolina per “raccontare” una storia durata almeno tre anni, basti pensare al ciclo del Carpaccio, che si sviluppa in nove grandi teleri, per rendersene conto.

Nell’opera di Tintoretto di cui stiamo parlando abbiamo tutti gli elementi per decodificare e leggere le vicissitudini della giovane Orsola e delle sue  undicimila vergini che la accompagnavano.

Nella parte superiore del dipinto  l’orizzonte marino si perde lungo una linea che non fa intravedere un punto dal quale il corteo possa essere partito…è un luogo distante, è la Britannia per l’appunto. È il luogo da dove è cominciata l’avventura di questo esercito virginale alla ricerca di fede e conversioni, un luogo dove un re promette in sposa  la propria giovane figlia ad un altro principe pagano, il cui nome non lo identifica in modo chiaro, una figlia che però si è promessa in sposa a Cristo. Un luogo e dei personaggi distanti che si perdono nel tempo e che non sono identificabili con certezza, così come è distante quell’orizzonte che risulta nebbioso, sconosciuto e misterioso.

Ovviamente questa mia lettura,  in quella lontana linea marina orizzontale di “nulla”, presuppone la conoscenza della storia della Santa che non era sicuramente appannaggio di chiunque un tempo …visto e considerato che non penso sia conosciutissima nemmeno oggi.

Subito dopo , sulla riva, ci sono le navi, che erano in origine undici. Mi sembrano posizionate in modo tale da decodificarne una lettura cronologico sequenziale che mi pare determini solamente un punto di arrivo e di non ritorno di tutta la compagnia. Le vele sono ammainate, gli ormeggi non sono tali da presupporre uno stazionamento in attesa di una ripartenza, come per dei normali bastimenti commerciali ancorati in un porto oppure ormeggiati alle banchine. Sono dei “docks” che dovrebbero per forza brulicare di persone indaffarate ad accudire i bastimenti…qui invece non c’è anima viva, sembrano dei battelli fantasma, anche il loro colore è piuttosto evanescente, diafano, nebbioso, quasi in dissolvenza.

Insomma mi viene istintiva la percezione della desolazione, dell’abbandono, la rappresentazione di un’immagine di “tutto immobile” fino alla dissoluzione fisica, alla morte. Non a caso la flotta era arrivata via fiume fino a Colonia città che in seguito divenne luogo del martirio e poi abbandonata a Basilea per  proseguire in pellegrinaggio a piedi verso l’Italia. A terra ci sono le ultime ragazze della compagnia, sono tutte scese , nessuna esclusa. Si tratta, dopo la fase della navigazione, della descrizione della seconda parte di quest’avventura che vede il pellegrinaggio a piedi da nord a sud verso Roma per l’incontro con il Vicario di Cristo.

La parte di mezzo della fila è composta da figure vive che ricordano delle giovani contente di ciò che stanno facendo ma che però non sanno ancora quale sarà la loro triste e tremenda sorte di martirio, sono  raffigurate in modo tale  da far percepire un senso di lunghezza del corteo che potesse dar l’idea di un numero notevolissimo di persone , ma che nella parte di coda verso le navi a me suggerisce anche un’ impressione di donne fantasma, di umanità il cui destino si è già concluso, non a caso la loro partenza da Colonia le rivedrà sì tornare…ma a trovarvi la morte… per di più in modo atroce.

Tintoretto però ci fa pian piano tornare alla realtà di ciò che si sta svolgendo mano a mano che il corteo si avvicina a noi. Diventa infatti tutto più nitido, più chiaro, più colorato, più brillante, più solare, riusciamo anche a dimenticare le brutalità che verranno commesse dagli Unni di Attila  sulla carne di quelle povere ragazze, violenze delle quali tutti possiamo immaginarne l’odiosità.

È la descrizione di un fiducioso, anche se preoccupato, pellegrinaggio attraverso terre bellissime fino alla città eterna, infatti in primo piano Orsola sta al fianco del Santo Padre, Papa Ciriaco, e di un altro Prelato.  Al suo lato destro (sinistra per chi guarda) c’è una figura maschile non troppo in evidenza, tutto attorno camminano delle elegantissime donne la cui presenza si perde a ritroso, nello spazio e nel tempo, lungo quel serpente umano che quasi scompare in quell’orizzonte presago del loro destino. In questa parte prospiciente della tela le espressioni sono di persone tranquille che parlano tra di loro scambiandosi opinioni.

Alcune stanno conversando, altre sembrano meditabonde, qualcuna pare pregare sommessamente la propria offerta quotidiana di fede, altre si guardano intorno con curiosità. A sinistra una vergine pare colta in un momento di lettura , come se avesse in mano un minuscolo libro da preghiera, ma a guardarla bene pare volgere nel vuoto, verso il proprio grembo, uno sguardo di preoccupazione.

Più sopra un’ altra vergine sembra indirizzare gli occhi verso il gruppetto che le sta davanti proprio dove c’è la ragazza appena citata che sta al fianco di quella con il curioso copricapo piramidale. Questa donna, che sta nel gruppo dove poi la colonna umana volge a sinistra, mi pare abbia un’espressione scorata e disillusa e forse anche preoccupata, sembra quasi stia vivendo un momento di angoscia, quasi percepisse nell’aria il destino imminente proprio e delle sue compagne.

Nell’ ultimo restauro che ci ha restituito la pala nel 1992, come ho avuto modo di accennare più sopra, si scoprì che il copricapo a forma di Zoja, il corno dogale, che indossava la figura sulla sinistra, in realtà era stato dipinto sopra ad un altro tipo di cappello che di fatto è quello ora ripristinato, che è l’originale, e la cui forma sembra un pò bizzarra.

 

Jacopo Tintoretto, Sant’ Orsola, vergine con copricapo piramidale, (particolare) , fotografia

Jacopo Tintoretto, Sant’ Orsola, vergine con copricapo piramidale, (particolare) , fotografia post restauro 1992

Infatti nel 1974 Sinding-Larsen, studioso di iconografia religiosa della Serenissima, identificò quella vergine con in testa il cappello dogale come la personificazione di Venezia, come si può vedere in questa foto antecedente il restauro del 1992.

 

Jacopo Tintoretto, Sant’ Orsola, vergine con il corno dogale (particolare

Jacopo Tintoretto, Sant’ Orsola, vergine con il corno dogale, fotografia ante restauro 1992

Mi verrebbe da aggiungere, con un poca di fantasia storica, che si sarebbe potuta fare anche qualche associazione di idee con i rapporti piuttosto tribolati con il papato e la storia geopolitica connessa…ma cosi non è. Si tratta semplicemente di un copricapo piramidale  che possiamo vedere molto simile, ad esempio , sempre del Tintoretto, anche nel dipinto “Cristo e l’adultera” del Rijkmuseum di Amsterdam , dipinto datato 1555…come il Sant’ Orsola.

 

Jacopo Tintoretto, “Cristo e l’adultera”, Amsterdam, Rijkmuseum, (160X225) olio su tela , anno 1555 ca.(particolare)

Jacopo Tintoretto, “Cristo e l’adultera”, Amsterdam, Rijkmuseum, (160X225) olio su tela , anno 1555 ca.(particolare)

Anche in quest’opera di Amsterdam c’è una notevole presenza femminile in un luogo all’aperto, donne dai bei vestiti colorati e dalle quanto meno capricciose capigliature.

“ […] È da notare nel dipinto, tra gli altri particolari, la bellissima accolta di figure femminili a destra, vestite sontuosamente e con ricche bizzarre acconciature in capo, elementi tipici questi del pittore che ritroviamo in altri suoi primi lavori. […] “
 

(Egidio Martini, 1992)

Nella pala della nostra chiesa di San Lazzaro sembra quasi che le vergini stiano facendo dei passi di danza a coppie, è come se di sottofondo ci fosse  una musica cadenzata da archi e percussioni, un minuetto. Pare di vederle incedere lentamente per poi procedere con un  passo veloce e poi ritrovarle nuovamente ferme l’una al fianco dell’altra tenendosi per mano, a fronteggiarsi con gli occhi…come fosse un’intesa segreta di sguardi, come due amanti che nel danzare si scambiano inconfessabili segreti con segrete occhiate.

Ma la danza in effetti è anche questo, un linguaggio, e queste undicimila giovani vergini sembrano danzare serenamente comunicandosi  le loro aspettative, i loro segreti desideri, il loro futuro come mogli…come donne, il non esser più vergini bensì spose. Ma questi loro sguardi fiduciosi, curiosi, innocenti, non ebbero un domani, bensì incontrarono la spada e la violenza, nonchè la loro violazione. Una verginità che avevano sognato di perdere, un giorno, solamente di fronte all’ amore. A condurre il virginale corteo c’è Orsola con una espressione da “beata”.

Volge gli occhi verso un qualcosa che sembra distante con un’espressione vagamente rassegnata ma serena. Uno sguardo che probabilmente intuisce un avvenimento futuro , quello che le sue ancelle non possono ancora percepire, e la sua aureola credo ce ne possa dare conferma.

Quello che sembrerebbe Ciriaco sta al suo fianco sinistro, e la osserva, non si riesce a capire quale possa essere il suo stato d’animo. Sua è la decisione di accompagnare la giovane Orsola, conscio sicuramente dei pericoli a cui può andare incontro, e sicuramente certo di aver lasciato alle sue spalle la sicurezza protettiva del suo pontificato per un destino incerto.

L’altro personaggio, anch’esso con vesti pontificie, e che non riesco ad identificare se non come un’altra figura che rappresenta il Sommo Pontefice, non sembra convinto di partecipare alla compagnia pellegrina, il suo sguardo tradisce  stupore e sbigottimento, sembra abbia visto attraverso una finestra temporale, solo a lui visibile, ciò che attende quella moltitudine di innocenti ragazze.

Mentre l’uomo a destra  regge il tipico  Pastorale, che è il bastone utilizzato dai vescovi, per l’appunto “pastori” di anime, il secondo accompagnatore, quello più defilato, impugna un bastone  che in un primo momento  sembra  monti la Croce di Lorena” a due braccia che viene anche detta “Patriarcale” perché usata dai Patriarchi della Chiesa Cattolica, i quali possono utilizzarla nelle processioni al posto di quella latina, compreso il Patriarca di Venezia.

Ma osservandola con più attenzione  possiamo individuare  sull’apice anche un terzo braccio, tipico della “Croce Papale Tripla” il cui significato scandisce il triplice ruolo del Vicario di Cristo : Vescovo di Roma, Patriarca dell’Occidente e successore di San Pietro Apostolo.

La parte traversa apicale, quella più corta, rappresenta il cosiddetto Titulus Crucis” , ovvero il titolo della motivazione, prescritta dal diritto romano, per la quale il Cristo venne crocifisso, dicitura che sta scritta nel cartiglio fissato al di sopra della sua testa, e che noi tutti conosciamo ovvero “I N R I” , Jesus Nazarenus Rex Judaeorum.

Trovo anche interessanti i copricapi dei due personaggi , quello  a sinistra di chi guarda è una Tiara con le tre corone sovrapposte simbolo del potere del pontefice, quello a destra è la Mitra.

La prima, la Tiara papale, o Triregno, è un paramento extra liturgico utilizzato per celebrazioni eccezionali come ad esempio l’incoronazione, mentre la Mitra è utilizzata dai vescovi nelle celebrazioni liturgiche, ed il Papa infatti è il Vescovo della diocesi di Roma.

Se si osserva ad esempio l’incontro di Orsola a Roma con papa Ciriaco dipinto dal Carpaccio, si può notare che il Santo Padre ha appena consegnato ad un attendente la Croce Papale Tripla ed indossa la Tiara , tutto attorno una folla di vescovi con la Mitra.

 

Vittore Carpaccio, “Storie di Sant’Orsola, incontro con Papa Ciriaco”, 14901495, Gallerie dell’Accademia, Venezia.

Vittore Carpaccio, “Storie di Sant’Orsola, incontro con Papa Ciriaco”, 14901495, Gallerie dell’Accademia, Venezia.

Fatte le debite considerazioni nel quadro di Tintoretto deduco che Ciriaco dovrebbe essere quello alla destra di Orsola, visti gli oggetti ufficiali importanti che indossa e che sono di uso e di pertinenza solo del Sommo Pontefice, mentre quello alla sua sinistra potrebbe essere un vescovo…anche se devo dire che la parte dell’attore principale, per via della posizione nella pala, per i paramenti più evidenti, per la maggiore e più visibile presenza fisica nel quadro, la fa proprio la figura di destra, quella con il Pastorale, che istintivamente viene da identificare con Ciriaco.

Oppure, visto che il loro abbigliamento , manto papale e veste bianca, sono uguali, potrebbe essere anche una rappresentazione del Sommo Pontefice “pastore di anime” che conduce il suo gregge in pellegrinaggio (figura di destra) unitamente alla sua rappresentazione simbolica di potenza legata al suo triplice ruolo di  Vescovo di Roma, Patriarca dell’Occidente e successore di San Pietro Apostolo sottolineato dal Triregno e dalla Croce Papale Tripla (figura di sinistra). 

Al di là di tutto ciò c’è anche da considerare il fatto che Jacopo da Varagine parla di molti vescovi che si accompagnarono con il Papa al corteo delle vergini.

“ […] Il beato Ciriaco, uscito dalla città con quella gran moltitudine di vergini, fu seguito da Vincenzo cardinale prete, e da Giacomo. […] Maurisio , vescovo della città di Levico […] e inoltre Follario vescovo di Lucca, Sulpicio di Ravenna, che si trovavano a Roma in quel momento, si unirono alle vergini. […] “

(J. da Varagine, Legenda Aurea, CLVIII) 

Resta fermo il fatto che nell’osservare  il Papa “semi nascosto” mi viene spontaneo pensare al Moschini che scrive: “ […] quel goffo vescovo a lato della Santa  […] “ (Moschini, 1940) 

 

Jacopo Tintoretto, Sant’Orsola, particolare della Mitra e del Pastorale (foto dell’autore)

Jacopo Tintoretto, Sant’Orsola, particolare della Mitra e del Pastorale (foto dell’autore)

 

Jacopo Tintoretto, Sant’Orsola,particolare della Tiara o Triregno e della Croce Papale Tripla, del copricapo piramidale e della vergine meditabonda (foto dell’autore)

Jacopo Tintoretto, Sant’Orsola,particolare della Tiara o Triregno e della Croce Papale Tripla, del copricapo piramidale e della vergine meditabonda (foto dell’autore)

Queste presenze  mi fanno pensare ad una specie di associazione di idee tra la morte imminente di Orsola e delle vergini, preconizzata dalla presenza della Croce del martirio del Cristo portata in processione dal Pontefice, Vicario di Cristo per l’appunto, tanto è vero che è per la loro fede che esse subiranno tutte quante il supplizio.

Abbiamo quindi osservato la descrizione pittorica di questo lungo percorso a partire dalla lontana ed oramai indistinta terra d’origine fino alla marcia a ritroso da Roma,  fase questa rappresentata dalle figure in primo piano, quelle più distinte, dove il tratto è perfetto, i colori magnifici, brillanti e caldi, con un senso di movimento di chi passeggia serenamente, e con le espressioni tipiche della conversazione di tutti i giorni, ma con le debite eccezioni che abbiamo appena visto. Ma c’è anche, in questo mondo ancora sospeso, un’immagine che ci sospinge a ricordare quello che avverrà da lì a poco. Infatti a fare ciò ci pensa l’angelo che incombe presentando i rami di palma che sono il simbolo del martirio, simbolo che porta con sé in entrambe le mani.

È dipinto con una prospettiva che sembra proprio farlo piombare improvvisamente ed in velocità come un supereroe dei fumetti, una apparizione che ridesta tutti dal torpore del sogno per catapultarci nella realtà.

Compare, com’è tipico  del Tintoretto, volando a testa in giù. Spunta da un cielo carico di scure nubi, foriere di tempesta, di freddo, di buio, di angoscia, un cielo plumbeo che contrasta con i colori sgargianti delle vesti, un cielo che stride con la ricchezza degli abiti, con le ricercate pietre preziose indossate, con le eleganti e raffinate acconciature, con i bellissimi e fantasiosi ricami dei tessuti, un cielo che si perde in quell’orizzonte da dove ebbe origine il pellegrinaggio senza ritorno. 

Un angelo era comparso nella vita di Orsola una prima volta tre anni prima e poi una seconda, ed ora, per mano di Jacopo Tintoretto, appare per la terza volta, l’ultima…ma con un messaggio ben diverso e definitivo.

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Autore articolo: Michele De Martin
Nato a Venezia , più precisamente al Lido, un 9 aprile, diplomato al Liceo Scientifico G.B. Benedetti . Vivo in questa città unica da quel giorno, per mia fortuna, e ho dei meravigliosi ricordi di vita dalla fanciullezza, passando per l’adolescenza e la spensieratezza della giovinezza . E’ una città che vivo tutt’ ora con gioia e passione nonostante sia diventato flebile quell’ eco della antica civiltà che ancora si percepiva tra le antiche mura delle case, tra le calli, nei campi e campielli fino a non troppi anni fa. Amo le pietre, i marmi, l’ acqua, l’arte tutta, espressa in multiformi modi, di questo scrigno di tesori posato sull’ acqua, cresciuto ed arricchito per merito dell’ uomo. Questa città è una perla rara il cui guscio protettivo possiamo solamente essere noi.