Tintoretto Ultima Cena (Chiesa di San Trovaso)

Tintoretto Ultima Cena (Chiesa di San Trovaso)

Autore: Jacopo Tintoretto

Titolo: Ultima cena

Datazione: 1561-1566 (?)

Collocazione: Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, detta di San Trovaso (Cappella del Santissimo Sacramento, parete destra)

Tecnica esecutiva: olio su tela

Dimensioni: 221 x 413 cm

 

Tintoretto, Ultima Cena, Chiesa San Trovaso

Tintoretto, Ultima Cena, Chiesa San Trovaso

La posizione attuale dell’Ultima Cena e della Lavanda dei piedi (copia dell’originale di Tintoretto, conservato dal 1882 presso la National Gallery di Londra), pareti laterali della Cappella del Santissimo Sacramento sul lato sinistro del transetto, non è la collocazione originale: un tempo le due tele si trovavano nella cappella sinistra dell’antica chiesa, andata distrutta nel 1583. 

Il primo a ricordare le due tele, dedicate al rito dell’eucarestia, è il Borghini:

Nella cappella del Sacramento di detta chiesa vi sono due quadri , nell’uno quando Cristo lava i piedi agli apostoli , e nell’altro quando cena con quelli … 

(Borghini, 1584, p. 453)

La prima guida a descrivere la cappella del SS. Sacramento “che sta per fianco nel braccio sinistro” fu lo Stringa (1504, p. 180b). Fu invece il Ridolfi il primo a descrivere nei dettagli il quadro (tralasciando di citare la Lavanda dei piedi), di “nuova e curiosa invenzione …  gli Apostoli d’intorno sopra humili Sedie … Vi è un fanciullo , che arreca frutti in un piatto , e nella cima d’una scala una vecchia, che fila …” (1684, p. 31).

Descrizione Ultima Cena di San Trovaso

Attorno ad un tavolo rettangolare, su cui sono posati cibo e vino, sono raffigurati i 12 apostoli. Gesù, vestito con una tunica rosa-violacea, ha appena rivelato il tradimento di uno di loro. Gli apostoli reagiscono all’annuncio, guardandosi tra loro alla ricerca di un segno che riveli chi è il traditore. Giovanni indossa la stessa tunica di Cristo e gli siede accanto, con il capo appoggiato stancamente sulla tavola. Pietro, in piedi, si rivolge a Gesù dichiarando la sua fedeltà. Giuda è forse raffigurato all’estrema destra del quadro, seduto su uno sgabello, con in mano un piatto.

Sullo sfondo, tra le arcate, sono raffigurate due figure evanescenti, una donna e un uomo barbuto. Vestiti con lunghe vesti, sembrerebbero essere una sibilla e un profeta. Il loro spettrale biancore contrasta con il realismo della scena. Dal mondo reale dell’osservatore, illuminato dalla rivelazione della parola del Cristo, si trapassa ad un tempo ante gratiam, personificato appunto dalle due figure che attendono il futuro da loro stesse profetizzato (cfr. Rosand, 1982, pp. 302-303, nota 63).

Esiste una incisione di Aegidius Sadeler (1570–1629), in cui non è presente il giovane servitore sulla sinistra.

 

Aegidius Sadeler (incisore), Tintoretto , Ultima Cena

Aegidius Sadeler (incisore), Tintoretto , Ultima Cena

 

Pignatti ipotizza che il giovane servo sulla sinistra sia un ritratto del “misterioso figlio Giambattista” o forse il “prediletto Domenico”  (1985, p. 32). Anche la Mazzucco pensa che si tratti di un ritratto di Domenico Tintoretto (2015, p. 575; cfr. anche p. 203). Robert Echols e Frederick Ilchman ipotizzano addirittura che potrebbe trattarsi di un ritratto di Marietta, la figlia prediletta, che si vestiva come un ragazzo, secondo il racconto del Ridolfi (cfr. Ilchmann, 2009, p. 284, nota 82).

Datazione dell’Ultima Cena di San Trovaso

Sul pilastro sinistro della cappella è incisa la data MDLVI (1556), quasi certamente l’anno della consacrazione della cappella, parte della quale sopravvisse al crollo della chiesa del 1583. Il 1556 è quindi stato considerato il termine post quem per la datazione dei due quadri del Tintoretto. Arslan pensa che la Cena di S. Travaso possa datarsi tra il ’60 e il ’65,:

” sia per il colore, vivacemente localizzato, sia per l’adattamento delle figure al formato che richiama la tela di S. Maria M. Domini al quale dipinto sembrano appellarsi anche lo sfondo e i rapidi scorci, sia per la somiglianza dell’apostolo rapito con un’analoga figura ai piedi della croce nella Scuola di S. Rocco”

(1937, pp. XXVIII, XXIX).

Paola Rossi, basandosi sul silenzio del Vasari (1568), ritiene che l’Ultima cena sia stata realizzata intorno agli anni 1565-66. La tela, infatti, propone alcune zone, caratterizzate da timbri chiari di colore, che richiamano l’arte di Paolo Veronese e che sono presenti nelle opere del Tintoretto a partire dalla meta degli anni sessanta (1982. p. 187). Matile non tiene invece conto dell’omissione vasariana (non è l’unica nella seconda edizione delle Vite), e propone una datazione  intorno al 1561-62, sulla base dello stile simile alle tele omonime di San Felice (1559) e San Simeone Profeta. La maggior parte degli studiosi si muovono tra queste due datazioni. Echols e Ilchman ritengono, basandosi sul confronto con l’Ultima cena di San Felice e quella di San Simeone Profeta (San Simeone Grande), che la tela di San Trovaso sia stata realizzata tra 1563 e il 1564 (2009, p. 124). Margaret Binotto, nella sua esaustiva scheda del 2012, concorda anche lei per una datazione all’inizio degli anni sessanta, intorno al 1561-1562, avvicinando la tela di San Trovaso alle Nozze di Cana, dipinto nel 1561 per il refettorio della chiesa dei Crociferi (ora nella sacrestia della Salute);

“In particolare, sono di questo avvio di decennio l’ardita costruzione spaziale, giocata abilmente sulla rappresentazione in angolo della tavola, e le tensioni elastiche che i movimenti divergenti degli apostoli imprimono al racconto. La ricerca di un’ambientazione inconsueta del racconto evangelico, che rifugge da una rassicurante prospettiva centralizzata, in favore invece di più complesse articolazioni prospettiche”

(Binotto, 2012, p. 100)

Stile e qualità pittoriche dell’Ultima Cena di San Trovaso

Come abbiamo già visto, il Ridolfi (1648) fu colpito dalla “nuova e curiosa invenzione …” dell’Ultima Cena di San Trovaso. Nel 1771, Zanetti scrive che il Tintoretto viene incolpato per aver raffigurato in pose troppo violente le figure degli apostoli ma aggiunge “Chi potea dar mai leggi a quel genio, e come si può chiedere regolarità intiera dove arde un vivo fuoco che vuole unicamente libertà?” (p. 154).

Fin dall’inizio, l’Ultima cena di San Trovaso colpì quindi per la novità della sua messinscena, anche se non sempre fu criticata positivamente. Burckhardt (1855) scrisse che si trattava di “una Cena, degradata al più triviale dei banchetti” (1952, p. 1074). Formaggio identifica la tela di San Trovaso con il nuovo dramma che investe le opere mature dell’artista:

Le forme stan per guadagnare la loro completa potenza e libertà. Forse la Cena di San Trovaso può esserne il primo consapevole documento, anche se molti elementi avevan tentato la loro uscita già prima. Oggetti, animali, tavola, sedie, persone, tutto vien preso dentro un unico vortice, gli spazi girano sconvolti … 

(Formaggio, 1950, p. 29)

Ancora più diretto e chiaro il Palluchini, che paragona la Cena con quella ancora legata alla tradizione di San Marcuola:

Mentre questa era inscenata secondo un principio di spazio statico … in quella di San Trovaso lo spazio si dilata nel passaggio dall’ambiente nell’oscurità, illuminato dalla solita fonte irreale, a quello aperto nello sfondo scandito dall’allontanarsi del porticato a cannocchiale  … Quel tavolo basso, posto di sbieco, a sua volta sembra imprimere tutta una rotazione all’alternarsi dei corpi sorpresi nei movimenti più azzardati. 

(Pallucchini, 1982, p. 74)

Secondo alcuni critici, nella tela di San Trovaso, Tintoretto riprende la struttura compositiva dell’Ultima cena del 1559, dipinta per la chiesa di San Felice, ora esposta in una chiesa di Parigi. Sicuramente uguale è il San Giovanni che sembra dormire a fianco di Gesù, con il capo appoggiato al tavolo. Non sono d’accordo sullo schema compositivo: il quadro parigino è raffigurato frontalmente ed è privo dello sfondo scenograficamente articolato, presente nella Cena di San Trovaso. La tela parigina, con lo spazio che si dilata in profondità, è semmai un’evoluzione della tradizionale e frontale Ultima cena di San Marcuola. 

 

Tintoretto, Ultima Cena (chiesa di St. Frangois-Xavier, Parigi)

Tintoretto, Ultima Cena (chiesa di St. Frangois-Xavier, Parigi)

L’altra Cena cui viene solitamente accostato il dipinto è quella della chiesa di San Simeon Grande, datata intorno al 1561-63. anch’esso caratterizzato da un effetto notturno. In tutte queste opere, ritroviamo un movimento concitato, con pose inclinate e contorte in modo azzardato, tipiche del manierismo tosco-romano. Nella tela di San Trovaso, Tintoretto“charges the entire picture with an instability that seems literally to extend at its nearest point into our space” (Rosand, 1982, p. 207). Mentre le figure di San Simeone sono più affusolate, a San Trovaso i personaggi occupano con il loro volume e peso la scena. Echols e Ilchman ritengono che si tratti di una delle più grandi opere di Tintoretto, che studiò attentamente la complessa composizione circolare e gli effetti di chiaro scuro; e confrontandola con la successiva Ultima Cena per la chiesa di San Simeone Profeta (San Simeone Grande) ne evidenziano la qualità superiore (2009, p. 105).

Il contrasto tra la spiritualità dell’evento sacro e la descrizione della quotidianità terrena è una delle costanti di Tintoretto …
Anche in questa tela, Tintoretto fa un uso scenografico e dinamico della luce, mettendo in evidenza i gesti e gli sguardi stupiti degli apostoli, di fronte alla rivelazione del tradimento. La scena e i volti sono, inoltre, colti in modo realistico. Il tavolo con il pane e il vino, gli scanni, la damigiana di vino, la sedia di paglia rovesciata, la vecchia che fila seduta sulla scala, la calza destra dell’apostolo al centro con il rattoppo, il gatto vicino allo scaldavivande, propongono una visione quotidiana e popolare dell’evento sacro, che anticipa le opere del grande Caravaggio. Uno dei brani più memorabili è sicuramente la bellissima natura morta sull’angolo sinistro in basso, con libri, mantelli, bisacce ammonticchiati disordinatamente: “brano luministico di natura morta tra i maggiori del Cinquecento” (Venturi, 1929, p. 538).

 

Tintoretto, Ultima Cena San Trovaso - Natura morta

Tintoretto, Ultima Cena San Trovaso – Natura morta

Antonio Manno considera giustamente la Cena di San Trovaso, fra tutte quelle realizzate dal Tintoretto, “quella maggiormente calata in un’atmosfera di povertà” (1994).

L’atto sacro si svolge in un’umile locanda (…) Il pavimento è sporco, non spazzato da tempo. Gli apostoli hanno i volti di popolani e gondolieri, i loro sono i vestiti rattoppati che caratterizzavano le scenografie del Ruzante e di Andrea Calmo.

(Villa, 2012, p. 178)

David Rosand si è soffermato su questa povertà e umiltà di cui è intrisa fortemente la scena.  I committenti di Tintoretto erano le scuole del Santissimo, confraternite modeste dedicate al Santissimo Sacramento, al corpo eucaristico di Cristo. Per questo il tavolo, imbandito con il pane e il vino, si allunga verso lo spettatore, per offrire l ‘Eucaristia stessa “down to a lower realm, ours, which is in need of such salvation” (2009, pp. 74-75).

Iconografia eucaristica dell’Ultima Cena

Il tema dell’Ultima cena raffigura di solito l’istituzione del rito dell’Eucarestia. Durante la messa il sacerdote rievoca l’episodio della celebrazione della Pasqua Ebraica, in cui Cristo versò il vino e spezzò il pane, per poi offrirli agli apostoli, anticipando la successiva Passione, quando sacrificherà il suo corpo e il suo sangue per redimere i peccati del mondo. 

I vangeli sinottici narrano che, durante la cena, Gesù rivela il tradimento di Giuda e contemporaneamente celebra la comunione. Tintoretto preferisce rappresentare il momento della rivelazione dell’imminente tradimento. La tavola imbandita con il pane e il vino, simboli eucaristici, rappresenta comunque l’altare su cui Cristo officia la comunione.
Secondo alcuni critici, Giuda è raffigurato sulla sinistra con un cucchiaio e un piatto, con lo sguardo fisso su Gesù.

Giuda è immerso nella penombra, e nulla, nella sua persona ordinaria, rivela l’enormità del suo tradimento. Lo farà il colore: le sue calze, sfrontatamente rosse. Quelle calze di sangue lo denunciano e lo segnano: è lui l’assassino. Tintoretto è come Omero, gli basta un epiteto per scolpire un carattere: una spalla, una treccia, una mantella blu.

(Mazzucco, 2015, p. 17)

Secondo i vangeli, egli dovrebbe avere la mano nello stesso piatto di Gesù, e quindi trovarsi al suo fianco. Ma vicino a Cristo sono quasi sempre rappresentati Pietro e a Giovanni (cfr. Manno, 1994).

«In verità vi dico: uno di voi mi tradirà. […] Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà» (Mt 26, 21/23).

Secondo altri studiosi, Giuda è l’apostolo che si gira per afferrare la damigiana alle sue spalle, l’unico privo di aureola: il bicchiere colmo di vino sarebbe una prefigurazione del sangue versato da Cristo, per colpa di Giuda. Secondo Cope, il quadro è però ambiguo e di difficile interpretazione. Se è vero che Tintoretto raffigura il momento in cui Cristo rivela che sarà tradito, è anche vero che il personaggio di Giuda con il bicchiere di vino in mano pone parecchi problemi interpretativi (cfr. Cope, 1979, pp. 115-116).

Benvenuti dichiara che Tintoretto, raffigurando il calice ripieno nelle mani di un apostolo, riafferma visivamente la “partecipazione al mistero del vino”  quale espressione dell’inscindibilità delle due specie, del pane e del vino (del corpo e del sangue) nel mistero della Eucarestia (vedi anche il mio articolo Tintoretto, Ultima Cena di San Marcuola – Interpretazione). Un attento studio iconografico delle due specie, nelle cene del Tintoretto si trova nel bel saggio Tintoretto e l’Ultima Cena di Beatrice Peria (1997). Anche secondo Peria, l’analisi della Cena di San Trovaso è complicata, e nodo cruciale è “l’identificazione di Giuda, qui per la prima volta assai problematica, ma determinante per l’interpretazione del dipinto” (1997, p. 89). Peria identifica Giuda con l’apostolo che tiene il calice di vino, l’unico pieno su tutta la tavola, e quindi anche l’unico apostolo che si “comunica” “in modo indegno e illegittimo, con il vino, proprio come quegli “eretici’ che reclamavano la comunione sotto le due specie” (1997, p. 94), alludendo quindi ai protestanti. Questa interpretazione è stata confermata recentemente da Alessandro Cosma: Giuda è la “rappresentazione visiva e
concreta dell’eretico, di colui che reclama o usa anche il vino” (2015, p. 1366).

La donna anziana con la conocchia, seduta sulla scala, in alto a sinistra, secondo Rosand personifica il Fato (1982 p. 124, nota 32). Più probabile che essa prefiguri la Passione di Cristo (Cope 1979, pp. 115-116).

Per chi volesse approfondire il tema dell’Ultima Cena nel Cinquecento, consiglio Francesco Marcorin, Architettura e rito per un convito di eccellenza; l’Ultima Cena nelle raffigurazioni cinquecentesche, in Il cibo e la città, Padova, VII Congresso A.I.S.U., 3-5 Settembre 2015. 

BIBLIOGRAFIA

Per chi volesse trovare tutte le notizie più importanti su questo capolavoro del Tintoretto, consiglio la scheda Ultima cena, compilata, in modo estremamente dettagliato, dalla bravissima Margaret Binotto, che si trova nel catalogo Tintoretto, curato da Sgarbi (Mostra – Roma, Scuderie del Quirinale 25 febbraio – 10 giugno 2012, Milano). 

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  • 2015 – M. Mazzucco, Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana, Milano;
  • 2017 – L. Latini, Tintoretto nelle chiese di Venezia, Roma; 
Autore articolo: Alessandro Bullo
Autore articolo: Alessandro Bullo
 Alessandro Bullo è laureato in lettere con indirizzo artistico (Tesi di Laurea: “La scultura del XVI secolo nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo”), vive e lavora a Venezia. Due grandi passioni: VENEZIA, sua città natale, e il cinema NOIR americano

 



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